sabato 29 novembre 2014
"Ad Te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur" (Ps. 24, 1-3 - Intr.) - I Domenica d'Avvento
Diversamente dagli antichi Sacramentari che cominciavano l’anno dalla solennità natalizia, l’odierno Messale Romano inizia oggi il suo ciclo liturgico. La ragione è che l’incarnazione del Verbo di Dio è il vero punto centrale, la colonna miliare che divide il lungo corso dei secoli dell’umanità, la quale, nei disegni della divina Provvidenza, ci prepara quella pienezza dei tempi che prelude al lieto “anno di redenzione”, ovvero dalla culla di בֵּיִת לֶחֶם, Beth-lechem, dalla “Casa del pane” o “Casa della carne”, indirizza i suoi passi verso la Valle di Giosafat, dove il Bimbo del Presepio attende al giudizio tutta l’eredità d’Adamo, riscattata col suo Sangue prezioso. L’ordine del Messale di san Pio V è più logico, e corrisponde meglio a questo nobile concetto della storia, che fa dell’Incarnazione il vero punto centrale del dramma dell’universo. Gli antichi, però, che facevano cominciare i loro Sacramentari dalla festa del Natale, seguivano in questo la primitiva tradizione liturgica, la quale, sino al IV sec., non conosceva ancora un periodo di quattro o sei domeniche di preparazione a questa grande solennità tra tutte.
Fu
verso la metà del V sec., quando, a causa del contraccolpo delle eresie
cristologiche di Nestorio, la commemorazione natalizia del Salvatore salì a
grande celebrità, che a Ravenna, nelle Gallie ed in Spagna cominciò ad apparire
nella liturgia un ciclo speciale di preparazione al Natale. La polemica contro
Nestorio ed Eutiche ed i grandi concili d’Efeso e di Calcedonia, nei quali fu
solennemente proclamato il dogma delle due nature, divina ed umana, nell’unica persona
del Signore Gesù, e dove per conseguenza furono esaltate le glorie e le
prerogative della Theotokos,
diedero un vigoroso impulso alla pietà cattolica verso il mistero dell’Incarnazione,
che ritrovò in san Leone Magno ed in san Pier Crisologo i predicatori più
efficaci ed entusiasti di quel mistero di Redenzione (Per riferimenti, cfr. Corrado Maggioni, La Vergine Maria
nel primitivo ciclo del Natale, in Ermanno
M. Toniolo (a cura di), La Vergine Madre nella Chiesa delle origini.
Itinerari mariani dei due millenni, vol. I, Roma 1996, pp. 87 ss., partic.
pp. 92-93).
Il
Sacramentario Leoniano, essendo mutilo nel suo inizio, non può attestarci nulla
circa le prime origini dell’Avvento liturgico a Roma; ma è probabile che il rito
della metropoli pontificia anche in questo punto fosse sostanzialmente identico
a quello di Napoli e della suffraganea Ravenna, ove il Crisologo – se pure non
gli spetta la paternità delle collette d’Avvento del famoso rotulus
ravennate – in quattro diverse occasioni pronunciò al popolo ben nove splendide
omelie in preparazione alla festa di Natale. Cfr. San Pietro Crisologo, Sermo CXL, De Annunciatione D.
Mariæ Virginis, in PL 52, 575B-577B; Sermo CXLI, De Incarnatione Christi,
ivi, col. 577B-579A; Sermo CXLII, De Annunciatione D. Mariæ Virginis,
ivi, col. 579B-582B; Sermo CXLIII, De eadem, ivi, col. 582C-585A; Sermo
CXLIV, De eadem, ivi, 585B-588A; Sermo CXLV, De generatione Christi et
de Joseph Mariam dimittere volente, ivi, col. 588B-591B; Sermo CXLVI, De
eadem, ac Joseph sponso, et sponsa matre, ivi, col. 591C-594A; Sermo
CXLVII, De Incarnationis sacramento, col. 594A-596A; Sermo CXLVIII, De
eodem, ivi, col. 596A-598A. Da questi sermoni si deduce che, al suo tempo,
esisteva a Ravenna almeno una domenica prenatalizia nella quale si leggeva il
Vangelo dell’Annunciazione (così Pietro
Sorci, Maria nelle liturgie latine, in Enrico dal Covolo – Aristide Serra (a cura di), Storia
della mariologia, vol. I, Dal modello biblico al modello letterario,
Roma 2009, p. 391).
Da
molti secoli la Chiesa Romana consacra alla celebrazione dell’Avvento quattro
settimane. È vero che i Sacramentari Gelasiano e Gregoriano, d’accordo con
parecchi altri antichi lezionari, ne enumerano cinque; ma le liste lezionali di
Capua e di Napoli, e l’uso dei Nestoriani che conoscono solo quattro settimane
d’Avvento, depongono in favore dell’antichità della pura tradizione romana
anche su questo punto.
A
differenza della Quaresima, in cui predomina il concetto di penitenza e di
lutto per deicidio che va ormai consumandosi in Gerusalemme, lo spirito della
sacra liturgia durante l’Avvento, al lieto annunzio della vicina liberazione – Evangelízo vobis gáudium magnum quod erit omni pópulo
(Lc 2,
10) – è quello d’un santo entusiasmo, d’una tenera riconoscenza e d’un intenso
desiderio della venuta del Verbo di Dio in tutti i cuori dei figli di Adamo. Il
nostro cuore, al pari di quello di Abramo, il quale exultávit, dice Gesù Cristo, ut vidéret diem meum, vidit et gavísus est
(Gv
8, 56), deve essere compreso di santo entusiasmo pel trionfo definitivo dell’umanità, la quale per mezzo dell’unione
ipostatica del Cristo, viene
sublimata sino al trono della Divinità.
I
canti della messa, i responsori, le antifone del divin Ufficio sono perciò
tutti ingemmati di Alleluia; sembra che la natura intera – come la descrive
pure l’Apostolo nell’attesa della finale parusia, “expectátio
enim créaturæ revelatiónem filiórum Dei expéctat” (Rom 8, 19) – si senta
come esaltata dall’incarnazione del Verbo di Dio, il quale, dopo tanti secoli d’attesa,
viene finalmente su questa terra a dare l’ultima perfezione al capolavoro delle
sue mani – Instauráre ómnia in Christo (Ef 1, 10).
La
sacra liturgia durante questo tempo raccoglie dalle Scritture le espressioni
più vigorose e più adatte ad esprimere l’intenso desiderio e la gioia mediante
cui i santi Patriarchi, i Profeti e i giusti di tutto l’Antico Testamento hanno
affrettato con i loro voti la discesa del Figlio di Dio.
Noi
non possiamo far di meglio che associarci ai loro pii sentimenti, pregando il
Verbo incarnato, che si degni di nascere in tutti i cuori, estendendo altresì
il suo regno anche su tante regioni ove finora il suo santo Nome non è stato
annunziato, dove gli abitanti dormono ancora nelle tenebre ed ombre di morte.
L’odierna
stazione nella basilica Liberiana – in cui sin dai tempi di Sisto III si
venerava una riproduzione romana del santuario della Natività a Beth-lechem
– sembra quasi voglia additare ai fedeli lo scopo ed il vero termine di questo
periodo di preparazione e di preghiera; è lì che ci attende il Præsepe Domini, la culla del Verbo incarnato, la quale,
mentre dimostra la verità della sua natura umana, è insieme il trono e la
cattedra da cui Egli ci tiene le sue prime lezioni evangeliche sull’ubbidienza,
povertà e mortificazione dei sensi, condannando la superbia, la sensualità e il
fallace fasto del mondo.
Nell’Ordo Romanus di Cencio Camerario si
attesta che, nel XII sec., il Papa quest’oggi era ancora solito recarsi a
celebrare la messa stazionale a Santa Maria Maggiore: «Et
in eadem die Adventis idem dominus papa pergit ad stationem sanctæ Mariæ
Majoris» (Così Ordo Romanus XII, cap. I, Quid debeat
Dominus papa facere tempore Adventus, et in natali Domini, § 1, in PL 78, col.
1063C).
È probabile che tale uso risalga sino ai tempi di san Gregorio Magno, il grande riordinatore della liturgia stazionale, tanto più che parecchi antichi manoscritti delle sue opere contengono la notizia che l’odierna omelia sul Vangelo, che si legge nel Breviario, fu pronunciata appunto a santa Maria Maggiore.
È probabile che tale uso risalga sino ai tempi di san Gregorio Magno, il grande riordinatore della liturgia stazionale, tanto più che parecchi antichi manoscritti delle sue opere contengono la notizia che l’odierna omelia sul Vangelo, che si legge nel Breviario, fu pronunciata appunto a santa Maria Maggiore.
"Nimis honoráti sunt amíci tui, Deus: nimis confortátus est principátus eórum" (Ps. 138, 17, Grad.) - IN VIGILIA S. ANDREÆ APOSTOLI
| Martirio di S. Andrea, 2003, Basilica ortodossa di S. Andrea, Patrasso |
Molto
probabilmente, la stazione era questa notte sull’Esquilino, nell’antica sala
del palazzo di Giunio Basso, dedicata a sant’Andrea dal papa Simplicio. Una
tradizione liturgica medievale fa cominciare il ciclo ecclesiastico annuale la
prima domenica dell’Avvento e non la vigilia di Natale, come, invece,
stabilivano i più antichi sacramentari romani. Roma finì anche con l’adottare
questo computo tardivo, e così la prima festa iscritta nel suo Messale attuale
è precisamente quella di sant’Andrea, come la più vicina all’inizio del santo
tempo di Avvento.
Questa
data del 30 novembre è quella della morte dell’Apostolo, come risulta dalla sua
Passio, mentre quella del 2
febbraio, designata dal Geronimiano, si ricollega al suo ministero evangelico a
Patrasso: Ordinatio episcopatus sancti Andreæ in
Patras.
Sant’Andrea
era a Roma oggetto di un culto fervente, introdotto dapprima dal papa
Simplicio, ma che san Gregorio Magno contribuì molto, in seguito, a
popolarizzare, quando, alla morte di suo padre, convertì la sua dimora ad clivum Scauri, dominante la via Appia, in un
monastero dedicato a sant’Andrea. È molto probabile che, ritornato dalla sua
legazione a Costantinopoli in qualità di apocrisario (nunzio) papale, Gregorio
abbia, secondo la tradizione, arricchito la sua basilica monastica di una
reliquia insigne delle ossa del santo Titolare. È certo che, nel VII sec., l’Apostolo
era più venerato nel monastero del Clivus
Scauri, dove si operavano frequenti miracoli, che nel suo santuario
dell’Esquilino. Nelle sue lettere, san Gregorio amava raccontare questi
miracoli ai suoi lontani corrispondenti, benefattori della sua fondazione
monastica, e li incitava ad una devozione sempre più grande verso l’abbazia
dedicata al decano dei membri del senato apostolico.
Il
fatto che sant’Andrea fosse fratello di Pietro portò il papa Simmaco ad
elevargli un oratorio presso la basilica vaticana. È così che, nell’Alto Medioevo,
i pii pellegrini che, dalla più lontane parti del mondo, giungevano a Roma,
avevano costume, dopo essersi prostrati davanti al sepolcro di san Pietro,
andare anche a rendere i loro omaggi a colui che la liturgia romana esalta come
Germanus Petri et in passione socius.
Altre
basiliche si elevavano in suo onore in diversi punti dell’Urbe, sebbene nel
Medioevo vi erano, a Roma, almeno quaranta templi sotto il suo nome. Furono
soprattutto queste circostanze locali che contribuirono a rendere celeberrima
la festa di sant’Andrea nella capitale del mondo cristiano.
Fin dal
IV sec. e sino al 1955, essa era preceduta dal digiuno e da una solenne veglia
notturna.
Il
Sacramentario Leoniano, oltre alla messa vigiliale, contiene tre altre messe in
suo onore, dove si fa emergere con insistenza il pensiero che il santo era non
solo il fratello di Pietro, ma il suo emulo nella gloria del martirio sofferto
su una croce. Verosimilmente queste messe leoniane rappresentavano degli
elementi di ricambio ovvero erano destinate alle diverse sinassi che si
celebravano all’epoca nei differenti santuari romani dedicati a sant’Andrea.
Il più
antico Liber comes romano
contenuto nel Capitolare di Würzburg assegna alla messa, tanto per la
veglia notturna quanto per la festa di sant’Andrea, una doppia lettura, come d’altronde
per i giorni più solenni dell’anno. Il Sacramentario Gregoriano contiene le
collette vespertine e mattutine per l’ufficio del santo Apostolo; tanto ci autorizza
a concludere che questa festa fosse annoverata a Roma tra le più solenni del
ciclo liturgico.
Secondo
l’Ordo romano del canonico Benedetto, nel XII sec., il Papa, nel
pomeriggio della veglia notturna di sant’Andrea, andava in Vaticano con tutta
la sua corte, e lì, nell’oratorio del santo, celebrava i vespri e l’ufficio notturno,
come per la veglia notturna di san Pietro.
L’ufficio
dell’aurora si svolgeva ad fratem
ejus, cioè presso la tomba di san Pietro, come nell’ordinario; la
messa stazionale era celebrata tuttavia di nuovo all’altare di Sant’Andrea (Ordines
Romani XI, § 76,
in PL 78, col. 1054). La basilica era splendidamente illuminata, ed il prefetto
dell’Urbe doveva, dopo il divin Sacrificio, servire al Pontefice ed a tutta la
curia un banchetto solenne.
La
messa vigiliale di sant’Andrea, come ci è pervenuta nei sacramentari dell’VIII
sec., rappresenta tuttavia una mitigazione dell’antico rito romano della pannuchis. In luogo delle dodici letture
primitive, immediatamente seguite dall’anafora consacratoria, che si recitava
al levarsi dell’aurora, abbiamo semplicemente qui il tipo ordinario della messa
romana con le tre lezioni abituali, dell’Antico e del Nuovo Testamento. Quando
si celebrava questa messa di veglia notturna? La mattina stessa della festa di
sant’Andrea, dopo il canto abituale dell’ufficio mattutino? È probabile che fu
così prima del VII sec., poiché in seguito, cioè nei sacramentari del tipo
quello di Adriano I, questa messa vigiliale precedeva, come sino al 1955, gli
uffici vespertini che aprivano la solennità dell’Apostolo.
La
liturgia romana tiene a farci notare questa notte il legame indissolubile che
unisce i due pescatori del lago di Genezaret, Pietro ed Andrea, uniti tra loro
da più stretti legami che non del sangue, poiché furono associati da Gesù alla
gloria dell’apostolato e, per sua volontà, parteciparono ad un’identica e
trionfale confessione della fede evangelica che sigillarono col supplizio della
croce. La morte stessa non poté dividere i due fratelli. La basilica vaticana,
che conserva con una cura gelosa il sepolcro del primo dei vicari di Cristo,
custodiva anche il capo venerabile dell’apostolo Andrea prima che Paolo VI la “donasse”,
nel settembre 1964, agli scismatici orientali a Patrasso all’interno dell’antico
reliquiario bizantino, fino ad allora custodito nella cattedrale di Pienza.
![]() |
| Parte della reliquia del Capo di S. Andrea Apostolo, Skete di S. Andrea, Karies, Monte Athos |
Questa
sacra reliquia, in realtà, si venerava una volta a Bisanzio (Cfr. per riferimenti storici
lo studio di Lorenzo Bianchi, Roma
e nuova Roma, impero ed ecumene cristiana. Il significato storico-politico e
storico-religioso delle traslazioni di corpi santi all’Apostoleion di
Costantinopoli negli anni 356-357, in Chaos e Kosmos, 2009, pp. 1
ss.), essendovi
stata portata ai tempi da Patrasso ai tempi dell’imperatore Costanzo II, come
riferisce, tra l’altro, anche san Girolamo (San
Girolamo, De Viris Illustribus Liber Ad Dextrum, cap. 7). Quando,
però, la capitale dell’Oriente cadde in mano a Maometto II, questo prezioso
tesoro fu messo in sicurezza a Roma a cura del cardinale Bessarione. Venne
donata, in effetti, insieme ad altre reliquie (un mignolo e alcune piccole
parti della croce), da Demetrio, despota del Peloponneso, e suo fratello
Tommaso Paleologo, despota della Morea spodestato dai Turchi, entrambi fratelli
di Costantino, ultimo imperatore di Bisanzio, a papa Pio II nel 1461, in cambio
dell’impegno per una crociata che avrebbe dovuto riprendere Costantinopoli. Il
papa accettò il dono promettendo di restituire le reliquie quando la Grecia
fosse stata liberata e ne inviò la mandibola custodita in un antico reliquiario
a Pienza.
La
reliquia, portata dal card. Bessarione, giunta al porto di Ancona, fu
riconosciuta ed accolta da una delegazione inviata dal papa Piccolomini: i
cardd. Alessandro Oliva, agostiniano, di Sassoferrato, e Francesco Nanni
Todeschini Piccolomini, suo nipote e futuro Pio III. Da lì la reliquia prese la
strada di Roma, passando per Narni, attraverso la via Flaminia. Quell’evento
rappresentava l’Oriente cattolico che veniva a rifugiarsi a Roma per non essere
vittima dello scisma e della Mezzaluna.
Pio II
Piccolomini, con un corteo magnifico di cardinali e di prelati, andò incontro all’anziano
vescovo greco di Nicea, che portava la santa Reliquia, fino al ponte Milvio (L’evento è narrato con
dovizia di particolari in Egidio Fortini,
Solenne ricevimento della testa di sant’Andrea Apostolo e cappella presso al
Ponte Milvio a lui consacrata – Narrazione storica2, Roma 1848, passim). Passato il ponte, nell’attuale piazza card. Consalvi,
la reliquia venne posata su un antico rudere e si svolse una messa solenne. Da lì,
la processione trionfale, attraverso i giardini di Nerone, proseguì lungo la via Flaminia fino alla chiesa di
Santa Maria del Popolo, dove la reliquia venne custodita per una notte. L’indomani
la processione si diresse verso il più grande tempio della cristianità. Giunta
in Vaticano, la reliquia, dopo le sacre funzioni di accoglienza che vi si
svolsero, fu temporaneamente deposta a Castel Sant’Angelo, finché, la III Domenica
del mese di giugno dell’anno 1462, terminata la cappella speciale, eretta in
cima ad uno dei quattro giganteschi pilastri della cupola e destinatole nella
Basilica, fu processionalmente trasportata in San Pietro e collocata nel
Ciborio che fu fatto sopra l’altare ed il sepolcro di san Gregorio Magno,
vicino alla Porta Ravegnana, per la grande devozione che quel pontefice del VI
sec. aveva per l’Apostolo.
| Paolo Romano, Tomba di papa Pio II, 1465-70, Chiesa di S. Andrea della Valle, Roma |
![]() |
| Rilievo centrale della Tomba di Pio II con la rappresentazione della consegna della reliquia della testa di S. Andrea al papa |
Nel 1463, Pio
II fece erigere un’edicola in onore di sant’Andrea, sulla via Flaminia, in
ricordo del luogo preciso dove egli, l’11 (o il 12) aprile 1462, ricevé dalle
mani di Bessarione il capo dell’apostolo. Qui
venne posata la reliquia ed, al posto del rudere romano (probabilmente un
sepolcro) ivi esistente, venne eretto il monumento con quattro colonnine, che
si può vedere ancora oggi in Piazza Card. Consalvi. Originariamente sulla base,
dove compare l’iscrizione che racconta la vicenda, si trovava la statua di sant’Andrea,
opera di Paolo Taccone, coperta da una tettoia sorretta da quattro colonne di
alabastro. Oggi le colonne e il tetto sono di travertino perché nel 1869 un
fulmine distrusse l’edicola che venne quindi ricostruita con altri materiali.
A
seguito dei lavori di demolizione della basilica costantiniana, la reliquia fu
spostata nella cappella Clementina delle Grotte
vaticane. In essa si collocò la testa di sant’Andrea e, nel 1562 l’arcivescovo
di Siena della medesima famiglia di Pio II, Francesco Bandini Piccolomini in
occasione del centenario completava ogni cosa e vi eresse, ai piedi, la statua
di Sant’Andrea, raffigurato con una veste di marmo rosso sangue. Nel 1605 l’altare
fu dissacrato, la statua si allontanò nella sacrestia (ove è tuttora), il
piedistallo e la lastra del Bandini si trasferirono nelle Grotte, in cui arrivò
pure il Capo di Andrea sistemato finalmente accanto ai resti del fratello sotto
l’altare maggiore.
A Patrasso, dopo il “dono” di Paolo VI del
1964, nella basilica ortodossa di Sant’Andrea, in stile neo-bizantino, sorta
sul luogo tradizionale del martirio del Santo, in un sacello, si conserva,
sotto un sontuoso baldacchino, la reliquia della testa dell’Apostolo, assieme a
frammenti della croce decussata sulla quale fu martirizzato e che furono “donati”
alla chiesa nel 1980. Queste
reliquie vengono mostrate ai fedeli in occasione della festa del 30 novembre.
| Basilica ortodossa di S. Andrea, Patrasso |
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| Reliquiario della croce di S. Andrea, Basilica di S. Andrea, Patrasso |
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| Edicola con reliquiario della testa di S. Andrea, Basilica di S. Andrea, Patrasso |
| Fonte dell'acqua santa (Αγίασμα) sul luogo della Crocifissione dell'Apostolo, a Patrasso, Chiesa di S. Andrea, Patrasso |
Nel luglio 2013, la reliquia della venerata croce di S. Andrea ha fatto un viaggio di un mese in terra di Russia, dove è stata accolta con grande concorso di popolo ed onori da parte delle autorità civili.
Va precisato, però, che un piccolo frammento
della reliquia della testa del Santo si conserva, nonostante tutto, ancora a
Roma, e viene esposta, in rare occasioni come è stato nel 2006, proprio nel
tempietto-oratorio di Sant’Andrea a Ponte Milvio, costruito accanto all’edicola voluta da
Pio II, ed oggi quasi sempre chiuso (Cfr. Ponte Milvio. Sant’Andrea, la reliquia
per il viaggio del Papa, in Corriere della sera, 29 novembre 2006,
p. 10. V. anche Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia
Vaticana, Roma 18912, p. 847).
| Oratorio di S. Andrea a Ponte Milvio, Roma |
Altre
insigni reliquie attribuite a sant’Andrea sono dislocate in punti fondamentali
della sua venerazione: nel Duomo di Sant’Andrea di Amalfi, nella cattedrale di
Santa Maria ad Edimburgo (Scozia), nella chiesa dei Santi Andrea ed Alberto a
Varsavia (Polonia).
giovedì 27 novembre 2014
Card. Burke: La liturgia è al centro della comunione con Cristo
Pubblichiamo ben volentieri l'intervista rilasciata alla Radio Vaticana - in inglese - dal card. Burke in occasione della presentazione degli Atti del congresso Sacra Liturgia 2013, in lingua italiana, pubblicati dall'editore senese Cantagalli, lo scorso 21 novembre:
Card Burke: Liturgy at the
heart of communion with Christ
(Vatican Radio) The reform of the Sacred Liturgy “is
brought about not through rupture with the past, not through revolution, but
through continuity with the past, through respect for the sublime beauty of the
Sacred Liturgy celebrated uninterruptedly along the Christian centuries.” That
was the message of Cardinal Raymond Burke, citing the teaching of Pope Benedict
XVI, at the presentation of the proceedings of Sacra Liturgia 2013 – a
major conference on the Sacred Liturgy that took place in Rome in June of last
year.
The Sacra Liturgia Conference was organized by
Bishop Dominique Rey of Frejus-Toulon in France, “to study, promote and renew
the appreciation of liturgical formation and celebration and its foundation for
the mission of the Church.” At the book presentation in Rome on Friday night,
Bishop Rey said, “It is my hope that this book will do much to assist in the
liturgical formation of seminarians and others, and that it will promote a
well-founded liturgical renewal amongst clergy and other liturgical ministers
throughout the Church.”
Following the presentation, Cardinal Burke spoke with
Vatican Radio about reform of the Sacred Liturgy. “What happened after [the
Second Vatican] Council was the reform was hijacked by the so-called ‘Spirit’
of the Council, which was not related directly at all to the actual texts of
the Council Fathers,” he said. “And now we’re returning to those texts, which
promote reform in continuity with the tradition.” He spoke of the efforts of
the Blessed Pope Paul VI, of Pope Saint John Paul II, and of Pope-emeritus
Benedict XVI to foster the work of authentic liturgical reform, an effort that
continues in the pontificate of Pope Francis.
Cardinal Burke said, “the fact of the matter is that
our communion with Christ, the substance of it, is the Sacred Liturgy,
and in particular, the Holy Eucharist.” He continued, “Our Christian life, the
heart of our Christian life, the foundation, is in that communion with our Lord
Jesus Christ in His true Body and Blood through the Sacrament of the Holy
Eucharist. At the same time, it is the highest expression of our Christian
life, in that we unite ourselves to our Lord in His offering of His very being
to the Father in sacrifice… There isn’t anything more beautiful, anything
better that we do, than to give worship to God as He desires us to do, and
gives us the discipline in the Church to do.”
Fonte: Radio Vaticana, 24.11.2014, nonché in New Liturgical Movement, Nov. 24th, 2014
Testi degli interventi in inglese ed in italiano
Testi degli interventi in inglese ed in italiano
martedì 25 novembre 2014
Giosué Carducci si convertì?
Diversi
giorni fa era stata rilanciata la notizia secondo la quale il politico
italiano, noto per le sue “battaglie” asseritamente civili, Giacinto Pannella,
meglio noto come Marco Pannella, si sarebbe “convertito”
grazie alla “testimonianza” di papa Bergoglio (v. qui).
La
notizia, di per sé, è apparsa davvero incredibile sotto molti aspetti: davvero
un acceso oppositore della fede cattolica si sarebbe convertito? davvero un
fervente e sulfureo sostenitore dell’aborto, dell’eutanasia, dei matrimoni
omosessuali, dell’uso di droghe “leggere” avrebbe ritrovato la fede che aveva
perso (ammesso che ne aveva una)?
Molti,
giustamente, ne dubitano, anche perché, qualora vi fosse una conversione, sia
pure “dell’ultim’ora” (stanti le sue precarie condizioni di salute), questa
dovrebbe essere accompagnata da un’adeguata riparazione per gli scandali e gli
errori diffusi. Insegnano, in effetti, i teologi moralisti che in materia grave
per ottenere l’assoluzione bisogna adeguatamente riparare il male fatto,
altrimenti si resta in peccato mortale. Per cui, se lo scandalo è stato
pubblico, la riparazione non può che essere altrettanto pubblica. Del resto,
non possiamo dimenticare l’episodio del celebre Zaccheo evangelico: ricevuto il
perdono o anche solo la prospettiva del perdono da Cristo, il quale decide di
fermarsi a casa sua (Lc 19, 5), egli si determina a riparare il male e le
ingiustizie fatte («Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se
ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto»: Lc 19, 8). Solo allora
il Signore poté esclamare: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché
anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e
a salvare ciò che era perduto» (Lc 19, 9-10).
Molti,
anche autorevoli ed insigni pensatori cattolici, dubitano
– e ne hanno tutte le ragioni – sulla sincerità di quest’asserita conversione
di Pannella, anche se non spetta a noi giudicare le vie imperscrutabili della
Provvidenza, la quale per far giungere la sua salvezza anche ai peccatori più
incalliti si serve di via insperate. Forse la misericordia di Dio è all’opera
verso quest’uomo, per intercessione di Maria, giacché a lui fu regalata
quest’anno, non molti mesi fa, in occasione del suo compleanno, da un giovane tradizionalista marchigiano la c.d. medaglia miracolosa di Rue du Bac:
Non sappiamo se,
sino alla fine, Pannella si convertirà. Lo possiamo sperare per il suo bene e
ad majorem Dei gloriam. Del resto, esempi clamorosi di conversioni di atei
incalliti ed anticlericali non mancano nella storia. Un esempio, forse noto a
pochi, è la testimonianza sulla conversione di Giosué Carducci, cioè di quello
stesso poeta massone che nel suo Inno a Satana, nel 1863, ravvisò nel gesto di Lutero
di infrangere i suoi voti religiosi l’avvio del libero pensiero e della
vittoria dell’angelo decaduto: «Gittò la tonaca/Martin Lutero:/gitta i tuoi
vincoli,/uman pensiero,/e splendi e folgora/di fiamme cinto;/materia, inalzati:/Satana
ha vinto» (vv. 161-168).
Eppure, stando alla testimonianza di san Luigi Orione, verso gli
ultimi giorni della sua vita, il poeta ebbe modo di ritornare a Cristo. Non ci
sono prove di ciò, ma certamente non possiamo dubitare della parola di quel
santo sacerdote e che la Provvidenza abbia potuto “lavorare” per vie ignote e
sconosciute al mondo.
Nè preci di cardinali nè comizi di popolo. Io sono quale che fui nel 1867 e tale aspetto immutato e imperturbato la grande ora. Nov. '05 G. Carducci
|
| Salma del Carducci con le tipiche insegne muratorie |
L’importante, in fondo, è che il peccatore voglia
corrispondere a quella grazia, a quell’ancora di salvezza che gli viene
offerta. Non come fece, probabilmente, il celebre riformatore tedesco. Si trova,
a questo riguardo, assai interessante il dialogo – vero – tra Lutero e la
moglie, la ex monaca Katharina von Bora, come ci è riportata da uno storico,
al di sopra di ogni sospetto quale fu Jean-Marie-Vincent Audin, nella sua Storia
della vita di Martin Lutero. Ecco la traduzione italiana: «Una sera, le
stelle scintillavano di straordinario splendore, il cielo sembrava di fuoco … -
Osserva come quei punti luminoso risplendono, disse Caterina a Lutero … Lutero
alzò gli occhi – Oh! che viva luce! disse, essa non risplende per noi! – E
perché? soggiunse Bora, forse che saremmo privati del regno de’ cieli? Lutero
sospirò … - Forse, disse, per punirci perché abbiamo abbandonato il nostro
stato - Bisognerebbe dunque ritornarvi? suggiunse Caterina. – È troppo tardi,
il carro è impantanato, replicò il dottore, e ruppe il colloquio» (Jean-Marie-Vincent Audin, Storia
della vita, delle opere e delle dottrine di Martino Lutero, vol. II, Milano 1842, p. 126. Nella versione francese, ID., Histoire
de la vie, des écrits e des doctrines de Martin Luther, vol. II, Paris
1841, p. 278). Lutero aveva, dunque, rimorsi di coscienza per aver abbandonato
i suoi voti?
* * * * * *
LA TESTIMONIANZA
DEL BEATO DON LUIGI ORIONE
Abbiamo parlato tempo
fa delle voci circa la presunta conversione di Carducci. Voci che cominciarono
a girare subito dopo la sua morte. Don Giuseppe Tomaselli, che, da ragazzo,
assistete al funerale del Poeta, ci parla delle ronde per impedire che il prete
potesse raggiungerlo. Tale episodio è narrato anche da altri autori. Una delle
testimonianze più autorevoli al riguardo, non solo e non tanto di tali “ronde”,
ma del tema conversione di Carducci, è quella DEL BEATO DON LUIGI ORIONE. Circa
l’argomento, il testo fondamentale è: “CARDUCCI Giosué: Dalla ribellione alla
conversione”. Si tratta di un lungo articolo (occupava le pagine da 11 a 42 del
n.98 - anno 1998 - della rivista Messaggi di Don Orione), scritto da
ALESSANDRO BELANO. Articolo che è la fonte principale delle notizie che
troverete nel presente pezzo.
Torniamo un po’
indietro. I segni di questo riavvicinamento alla fede della sua infanzia
lentamente, faticosamente, e certo dolorosamente, si stavano facendo strada
nell’animo del Poeta. Nel 1892, sotto una immagine del Cristo di Monte Verde
che gli veniva mostrata dalla Marchesa di Villamarina, dama di compagnia della
regina Margherita, egli scrisse di suo pugno questa quartina:
«Le braccia di pietà
che al mondo apristi, sacro Signor, da l’albero fatale, piegale a noi che,
peccatori e tristi, teco aspiriamo al secolo immortale».
Nello stesso anno, in
occasione della Prima Comunione di Margherita Gargiolli, regala alla
festeggiata il libro di pietà L’anima con Dio del Card. Arcivescovo di Napoli
Alfonso Capecelatro, apponendovi questa dedica:
«A te innanzi il
giovin core apra candido il suo fiore ne la prima luce o regina del dolore o
sovrana dell’amore Santa Vergine Maria!».
Un altro indizio di
questo silenzioso riavvicinamento a Dio possiamo scorgerlo in un rapido
passaggio, quasi insignificante, che compare in una lettera scritta all’amico
Giuseppe Chiarini in data 11 agosto 1905, a soli due anni dalla morte. Dopo
aver ringraziato l’amico letterato, il Poeta aggiunge:
«...Ora, tanto del
fisico come del morale, sono proprio affranto: la macchina è forte e potente,
ma la malattia ha ripetuto i colpi e sempre li rinnova. Sarà quel che Dio
vuole...». «Sarà quel che Dio vuole»:
da quel poco che
conosciamo in nessun altro scritto carducciano compare una simile espressione.
Lui proprio, il nostro Poeta, che, è stato calcolato che, nella sua produzione
letteraria, ha scritto la parola “DIO” 110 volte, di cui 22 volte nella forma
minuscola “dio”. Retorica? Formula convenzionale? Non lo crediamo: solo un
senso di rinnovata convinzione può aver spinto il Poeta a scrivere quella
frase. A questo punto della sua vita, ormai vicino alla morte, la retorica, le
apparenze, le convenzioni si erano già da tempo dissolti. Che cosa stava
succedendo al Carducci? Viene da credere che lentamente, nascostamente, un
diverso atteggiamento nei confronti della religione e di Dio, stava sbocciando
nel suo animo.
IL RITORNO A DIO.
LA TESTIMONIANZA DI DON ORIONE
La prima
esplicita testimonianza rilasciata da Don Orione circa la conversione del
Carducci avvenne sulla nave «Conte Grande», nel settembre del 1934, durante uno
dei viaggi missionari che il Beato fece in Sud America. Essendo stato invitato
a parlare ai passeggeri che si recavano al Congresso Eucaristico di Buenos
Aires, Don Orione trattò della confessione sacramentale e, per sottolineare la
straordinaria grandezza del sacramento, rivelò che il Carducci, durante un
soggiorno a Courmayeur, aveva conosciuto l’Abate Chanoux, noto predicatore che
risiedeva al Piccolo San Bernardo, e che, dopo alcune conversazioni con lui, si
era alfine confessato tornando alla fede cattolica. Una preziosa conferma di
questo viaggio a Courmayeur, di cui parla Don Orione, viene dal riscontro con
una affermazione di Libertà Carducci, figlia del Poeta, che ha segnato un
appuntamento del padre con l’Abate Chanoux nell’ultimo volume dell’epistolario.
Del resto il Poeta aveva compiuto precedenti viaggi e villeggiature a
Courmayeur. La prima volta, da quanto risulta, la compì nel 1887, quindi nel
1889, tra luglio e agosto. Fu in quell’anno che compose l’ode Courmayeur.[35]
Fu di nuovo a Courmayeur tra l’agosto e il settembre del 1895. Più tardi, nel
corso di una conversazione privata, il Beato Don Orione, poco prima della sua
morte, ebbe modo di ribadire quanto egli conosceva sulla conversione del
Carducci.
Queste notizie furono
raccolte dal suo primo biografo, Don Domenico Sparpaglione. Questi, in
occasione del primo processo ordinario per la canonizzazione di Don Orione
svoltosi a Tortona, sotto giuramento, testimoniò: «Non saprei precisare quando,
ma negli ultimi giorni trascorsi da Don Orione a Tortona, prima di recarsi a
San Remo, dove morì, io per incarico del Salesiano Don Cojazzi chiesi a lui i
particolari della confessione di Giosuè Carducci, della quale egli aveva
parlato in una predica tenuta sul «Conte Grande». Egli, studiando bene le
parole, confermò che il poeta andò durante un’estate a trovare l’Abate Chanoux
sul Piccolo S. Bernardo, dal quale si confessò, e aggiunse di averlo saputo da
una persona incapace di ingannare, ma non volle dirne il nome perché vincolato
da un segreto, essendo quella persona depositaria di due lettere del Carducci
relative all’avvenimento, ma in pericolo qualora il segreto fosse stato
rivelato.
Quanto alla morte
cristiana del Carducci, Don Orione mi disse che la riteneva per lo meno
probabile e che non bisogna lasciarsi ingannare da tutto quell’apparato
massonico, che l’accompagnò». Del racconto di Don Orione circa la conversione
del Carducci, esistono altre testimonianze raccolte dalla viva voce dei
testimoni. Riferiamo la versione lasciataci da Don Luigi Orlandi, confidente del
Fondatore e, per molti anni, archivista e Postulatore generale della
Congregazione fondata dal Beato: «Nella settimana precedente la sua andata a
San Remo, Don Orione mi chiamò in camera sua, vicino all’orologio, al Paterno,
e venne a parlare della morte cristiana del Carducci, confessatosi e
comunicatosi dall’Abate Chanoux. Tra l’altro mi disse che, molto spesso, si
crede che gli uomini della politica siano morti lontani dalla Chiesa e dai
Sacramenti, mentre spesso, in privato e di nascosto dal gran pubblico, si sono
riconciliati con la Chiesa e con Dio».
Altra importante
testimonianza è quella rilasciata da Don Giuseppe Zambarbieri, terzo successore
del Beato Don Orione e, in età giovanile, a lui vicinissimo come segretario.
Egli scrive: «A proposito degli episodi dei quali il ven. fondatore era solito
infiorare i suoi discorsi, onde renderli più vivi e fecondi di bene, narro
quanto ho appreso da Don Orione medesimo in merito alla predica che egli tenne
sul “Conte Grande” nel settembre del 1934, parlando anche del Carducci. Ne
interpellai il Ven. fondatore, il quale disse: “È vero: il Carducci è tornato
alla fede e si è confessato. Questo è avvenuto precisamente a Courmayeur”. E mi
ha raccontato di una notte che il Carducci passò in piedi, passeggiando avanti
e indietro nella sua stanza: una notte assai simile a quella famosa dell’Innominato.
Al mattino si è presentato all’Abate Chanoux e si è confessato. Ho chiesto se
vi sono prove di veridicità. Don Orione è stato di persona a Courmayeur per accertare
il fatto, penso che sia stato inviato in missione straordinaria. Ed ebbe dall’Abate
la conferma».
Una conferma
indiretta di questo avvenimento legato alla conversione del Carducci si può
ritrovare nella testimonianza della professoressa Enrichetta Mombelli di
Casale, dotata di profonda cultura letteraria. Nel gennaio 1932, Don Orione,
desiderando suggellare l’inaugurazione del Santuario della Madonna della
Guardia in Tortona, da lui voluto, invitò la summenzionata a tenere una
conferenza presso il Collegio Dante Alighieri, in Tortona, aperta alle
signorine e donne della città. Riferendosi all’iniziativa, la professoressa
Mombelli ricorda: «Alle Signorine Don Orione stesso fece una dimostrazione del
come la confessione sia stata accolta anche da persone in alto, per scienza e
vita politica, dicendo tra l’altro: “Quando si potrà scrivere una pagina sul
Carducci, si saprà che, prima di morire, si è confessato”».
Per l’importanza e l’autorità
della fonte, merita una segnalazione a parte la testimonianza di Luigia
Tincani, fondatrice delle Missionarie della Scuola, figlia del noto classicista
Carlo Tincani, allievo, amico ed ammiratore del Carducci che lo ricambiava di
simpatia e amicizia. «Mio padre, pur se allora non era praticante, combatteva
per la difesa della religione e della Chiesa. Era Vice-presidente del Consiglio
scolastico, che contava altri quattordici membri: tutti massoni (...). Noi
eravamo amiche delle figlie del custode della Certosa. Abbiamo sentito che
Carducci in morte volle i Sacramenti e, malgrado la guardia feroce che gli
montavano i massoni, li ebbe da un sacerdote vestito da barbiere e venuto con
la scusa di fargli la barba». [ Cfr. Venturelli
G., Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Documenti
e testimonianze, Vol. V: 1909-1912, Piccola Opera della Divina Provvidenza,
Roma 1995, 316-317.].
C’è ancora un
elemento significativo al quale vorremo almeno accennare e che costituisce, a
suo modo, un ulteriore indizio di questa conversione. È stato giustamente fatto
notare che, in mezzo a tanta ribellione e frastuono, invettive e avversione,
parole di fuoco e insulti, ironia, sarcasmo e minacce, resta nel Poeta un
rispettoso contegno nei confronti della Vergine Maria, la quale, nelle (poche)
ricorrenze letterarie, è presentata in un alone di gentilezza e considerazione,
se non proprio di venerazione. Si tratta solo di «cavalleresca generosità»? Non
lo crediamo. Questa presenza mariana nella vita del Carducci non fu
semplicemente occasionale, né priva di significato se dobbiamo ritenere sincere
le parole pronunciate dallo stesso Carducci: «La Vergine mi deve voler bene,
perché ne ho parlato bene». [Cfr. Landucci
Pier Carlo, È provata la conversione del Carducci?, in Cento
problemi di fede, Assisi 1962, 322].
Vogliamo concludere
le nostre riflessioni segnalando un particolare curioso. Da quanto ci risulta
la prima composizione poetica (un sonetto) scritta dal Carducci, allora
tredicenne, si intitola “A Dio”. Una sera di maggio del 1848, contemplando il
paesaggio dalla finestra della sua abitazione in Castagneto e suggestionato dal
rintocco grave delle campane che suonavano la prima ora di notte, l’animo
giovanile del Carducci sentì nascere spontanea la voce della poesia e proruppe
in una ingenua lode a Dio. Molti anni più tardi, rifacendosi a questo lontano
avvenimento, il Poeta aggiunse ai quattordici versi quanto segue: «Mi ride l’animo
quando ripenso che io mossi la mia poesia da Dio, da quel Dio che mi ha dato
questa anima sensibile e sdegnosa di cui lo ringrazio sempre, da quel Dio che
io doveva poi dimenticare ed anche oltraggiare negli anni miei più belli per
correre dietro a pazze larve di virtù affettata e di gioie false e vili».[ Cfr.
Opere di Giosuè Carducci, Edizione Nazionale, Vol. I, Zanichelli, Bologna
1935-1940, 331-332].
La vita del Poeta si
apre e si chiude alla luce della presenza di Dio. Per quei misteriosi e
provvidenziali percorsi interiori che solo Dio conosce, e che, spesso, si
caratterizzano da un incedere faticoso, incerto, doloroso, ma mai privo di
speranza e grazia, l’antico ribelle doveva approdare a quel Dio che, troppo
spesso, aveva indicato con una iniziale minuscola.
Arcangelo Santoro
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“La chiesa di Polenta”
Ave Maria! Quando su l’aure corre
l’umil saluto, i
piccioli mortali
scoprono il capo,
curvano la fronte
Dante ed Aroldo.
[Byron]
Una di flauti lenta
melodia
passa invisibil fra
la terra e il cielo:
spiriti forse che
furon, che sono
e che saranno?
Un oblio lene de la
faticosa
vita, un pensoso
sospirar quïete,
una soave volontà di
pianto
l’anime invade.
Taccion le fiere e
gli uomini e le cose,
roseo il tramonto ne
l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti
vertici ondeggianti
Ave Maria.
Giosué Carducci
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