Sante Messe in rito antico in Puglia

domenica 7 dicembre 2014

"Véritas mea et misericórdia mea cum ipso: et in nómine meo exaltábitur cornu ejus" (Ps. 88, 25 - Offert.) - SANCTI AMBROSII, EPISCOPI MEDIOLANENSIS, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS




Sant’Ambrogio Aurelio, nato senza dubbio a Treviri da un’antica ed illustre famiglia romana, che aveva già dato alla Chiesa, durante la persecuzione di Diocleziano, la martire Sotere (Sant’Ambrogio parla di questa sua antenata martire in due sue opere: De Exhortatione virginitatis liber unus, cap. XII, § 82, in PL 16, col. 360C, ed. 1880, col. 376B; e De Virginibus libri tres, lib. III, cap. VII, § 38, ivi, col. 232A, ed. 1880, col. 244A) e che, oltre il Dottore che festeggiamo oggi, doveva arricchire il martirologio di due altri nomi, quelli di Satiro e di Marcellina, rispettivamente suo fratello e sua sorella, morì a Milano la vigilia di Pasqua, il 4 aprile 397. Siccome questo giorno cade quasi sempre durante la Quaresima o durante la settimana pasquale, vale a dire in un periodo in cui, secondo l’antica liturgia, ogni festa in onore dei santi era esclusa, la sua memoria si celebra oggi, anniversario della sua ordinazione episcopale.
Il martirologio geronimiano, invece, non menziona né il natale di sant’Ambrogio (4 aprile 397) né la sua ordinazione (7 dicembre 374), ma il suo battesimo (30 novembre): In Mediolano sancti Ambrosii episcopi de perceptione baptismi. A Milano, le tre date sono oggetto di una celebrazione, sebbene il 7 dicembre costituisca la festa principale (C. Marcora, Il Santorale ambrosiano, Coll. Archivio ambrosiano, 5, Milano 1953. pp. 39, 145, 147).
Il Sacramentario Gelasiano indica per la data odierna l’Ottava di sant’Ambrogio; ma questa festa, probabilmente propria alla basilica vaticana, è da molto tempo caduta in desuetudine.
I martirologi del IX sec. hanno tutti optato, a seguito di Beda, per il 4 aprile. Se qualche calendario, tra cui quello di Montecassino, fa memoria di Ambrogio sin dal IX sec., è soprattutto a partire dall’XI che si assiste allo sviluppo del suo culto.
Le chiese, episcopali o monastiche, si dividono tra il 4 aprile ed il 7 dicembre, con predominanza del 4 aprile nelle ragioni transalpine e del 7 dicembre in Italia.
A Roma, benché sant’Ambrogio, secondo una tradizione non tanto attendibile, vi fosse nato, la sua festa non vi è attestata prima dell’XI sec., in cui essa è celebrata il 7 dicembre, fondandosi sull’antichissima usanza liturgica di celebrare solennemente il natale ordinationis dei vescovi e dei sacerdoti. Essa dovette espandersi nell’Urbe nel XII sec.
Due antiche chiese mantengono viva e popolare nell’Urbe la memoria di Ambrogio. Infatti, qui,  egli studiò, preparandosi ad una carriera politico-amministrativa, e partecipò anche alla vita pubblica della Città eterna.
Uno di questi edifici sacri non esiste più. Essa era una chiesetta o un oratorio e si elevava presso la basilica vaticana, attorno alla quale, nel Medioevo, erano stati eretti diversi oratori ed ospizi nazionali, segnatamente dei Lombardi, per i pellegrini che vi affluivano da ogni parte del mondo, e segnatamente le genti lombarde (Cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 742).
Si ritiene che essa fosse ubicata dove attualmente si troverebbe la c.d. Cappella Gregoriana (Cfr. Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 172).
L’altro è ancora in piedi, sotto il titolo di Sant’Ambrogio della Massima (Armellini, op. cit., pp. 564-565; Huelsen, op. cit., pp. 344-345. Su questa chiesa, v. anche Paolo Siniscalco, Sant’Ambrogio e la Chiesa di Roma, in Luigi Franco Pizzolato – Marco Rizzi (a cura di), Nec timeo mori. Atti del Congresso internazionale di studi ambrosiani nel XVI centenario della morte di Sant’Ambrogio, Milano, 4-11 aprile 1997, Milano 1998, pp. 141-160), oggi in prossimità del Portico d’Ottavia, e che si chiamava così verosimilmente perché si elevava vicino il porticus maxima, che, partendo dal tempio di Ercole, contornava il Campo Marzio, oppure perché prendeva il nome da una certa Massima, che vi aveva edificato un monastero (monasterium Sanctæ Mariæ de Maxima). Secondo la tradizione, però, fu la sorella primogenita, Marcellina, che aveva preso il velo delle vergini consacrate, in San Pietro, il giorno di Natale del 353 (o, secondo altre cronologie, del 352 o 354), assieme ad una compagna, a fondarvi il monastero suddetto adiacente all’attuale chiesa, nella propria dimora paterna. Va chiarito che la Chiesa all’epoca di Ambrogio non aveva monasteri così come intesi oggi e non imponeva obblighi diversi da quelli imposti ai cristiani comuni (Ibidem, p. 143).
Il suo antico nome, secondo il Liber Pontificalis nella biografia di Leone III, era quello di monastero di Santa Maria quod appellatur Ambrosii (Armellini, op. cit, pp. 564-565; Huelsen, op. cit., p. 344; Siniscalco, op. cit., p. 144; L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, Coll. Bibliothèque des Ecoles Françaises d’Athènes et de Rome, Paris 1892, tomo 2, p. 23. Su questo monastero, v. G. Ferrari, Early roman monasteries, Coll. Studi di Antichità Christiana, 23, Città del Vaticano 1957, pp. 199-200) e che era anche dedicata – ma non vi è unanimità di vedute – a santo Stefano (Così ritiene Armellini, op. cit, p. 565. Contra Huelsen, op. cit., p. 344).
L’identificazione di quest’Ambrogio con il Dottore di Milano, che ebbe certamente a Roma la sua domus di famiglia – molto illustre ed universalmente conosciuta, poiché i papi stessi avevano costume di recarvisi – è assai probabile ma non può essere affermata con sicurezza assoluta. Questa chiesa ed il convento, espropriati a seguito delle leggi ottocentesche eversive dell’asse ecclesiastico, furono restituiti, in seguito, ai benedettini. Nei sotterranei della chiesa vi sono i resti di quella che si ritiene sarebbe stata la casa del Santo Dottore. Nelle vicinanze di quella, che dovrebbe essere la dimora paterna di Ambrogio, doveva sorgere quella che sarebbe divenuta, due secoli dopo, la dimora di Gregorio Magno e, non distante, quella di Benedetto durante il suo soggiorno romano (Così Siniscalco, op. cit., p. 142. Cfr. anche il testo del benedettino Dom Mayeul de Dreuille, S. Ambrogio della Massima: Casa paterna di S. Ambrogio. XXII secoli di storia. La più antica casa religiosa a Roma, Parma 1996, p. 19).
Nella messa tradizionale odierna, domandiamo a Dio che l’intercessione del santo Pontefice Ambrogio – così pieno di zelo per la salvezza delle anime che, quando governava la Chiesa di Milano, sembrava che la sua casa non avesse porte, tanto ognuno era libero di avvicinarsi a lui a suo piacere («Non enim vetabatur quisquam ingredi, aut ei venientem nuntiari mos erat»: Sant’Agostino, Confessionum libri tredecim, lib. VI, cap. 3, in PL 32, col. 720C) - ci assista in tutte le circostanze della vita, affinché la nostra infedeltà alla grazia non renda mai sterile l’ineffabile sacramento di eterna salvezza al quale abbiamo partecipato.
La santità di Ambrogio e l’insigne dignità di cui lo rivestì il Signore hanno realizzato nel senso più ampio la percezione profetica che Ambrogio, ancora bambino, ebbe relativamente alla sua grandezza futura. Si racconta, in effetti, che, quando il Papa Liberio (o altri vescovi) si recava nella dimora romana dove abitava con sua madre, questa, in compagnia dei suoi tre figli, si prostrava immediatamente per baciargli la mano. Quando il Pontefice era uscito dalla casa, Ambrogio presentava, a sua volta, la sua piccola mano di bambino a Marcellina, all’amica con lei consacrata, ed a sua madre perché la baciassero, in quanto, diceva, quella sarebbe stata un giorno la mano di un vescovo («... a domestica, sorore vel matre manu osculari, ipse ludens offerebat dexteram, dicens et sibi id ab ea [altri mss. eis, ndr.] fieri oportore, siquidem episcopum se futurum esse memorabat»: Paolino di Milano, Vita Sancti Ambrosii, § 4, 1-2, in PL 14, ed. 1882, col. 30B. Cfr. Siniscalco, op. cit., pp. 143-144). Anni più tardi, nel 382 d.C., Ambrogio sarebbe venuto a Roma. Qui avrebbe incontrato la vergine compagna di Marcellina e le avrebbe porto la mano per baciargliela, non più per gioco (Paolino di Milano, op. cit., § 9, in PL 14, col. 32A. Cfr. Siniscalco, op. cit., p. 154).


Pierre Subleyras, S. Ambrogio assolve Teodosio, 1745, Galleria Nazionale, Perugia

Autore anonimo, S. Ambrogio, 1630 circa, museo del Prado, Madrid

Gaspar de Crayer, S. Ambrogio, 1655 circa, museo del Prado, Madrid

Carlo Cerasa, S. Ambrogio, XVII sec.

Mattia Preti, S. Ambrogio, 1670-76, Museo diocesano, Milano




Giovanni Lomazzi (su disegno di Ippolito Marchetti), Urna d’argento sbalzato con i resti dei diaconi martiri SS. Gervasio, Protasio e di S. Ambrogio, 1897, Cripta, Basilica di S. Ambrogio, Milano

sabato 6 dicembre 2014

"Ego dilécto meo, et diléctus meus mihi, qui páscitur inter lília" (Cant. 6, 2- Offert.) - IN VIGILIA CONCEPTIONIS IMMACULATÆ BEATÆ MARIÆ VIRGINIS - San Massimiliano Maria Kolbe: «Il culto dell'Immacolata Conce­zione»

La Vigilia dell’Immacolata Concezione e l’Ottava della festa costituisce come un privilegio liturgico, mediante il quale Pio IX, nel 1854, volle rendere più solenne la festa dell’Immacolata Concezione dichiarata da lui dogma della fede cattolica. Entrambe – la vigilia e l’Ottava – furono soppresse col decreto di semplificazione delle rubriche del 1955.
Di fatto, poiché l’usanza delle grandi stazioni vigiliali precedenti la domenica e le feste dei martiri più celebri era scomparsa sin dall’Alto Medioevo, le feste mariane solenni introdotte a Roma nell’VIII sec., come la Purificazione e la Natività della Beata Vergine, non sono precedute da alcuna vigilia nei sacramentari.
Non vi è eccezione che per la vigilia dell’Assunzione, celebre a Roma a causa di una solenne processione con fiaccole, che, dal Laterano andava sino alla basilica di Santa Maria Maggiore, passando da Santa Maria Nova e per i fori imperiali. Questo spiega la ragione per la quale, sino al ‘55, questa Vigilia si atteggiasse a vero e proprio privilegio liturgico, col quale Pio IX aveva inteso solennizzare la festività dell’Immacolata. Tuttavia, la preghiera delle ore era incentrata tutta su sant’Ambrogio, non facendosi nulla della Vigilia nell’Ufficio.
In questa vigilia, come del resto in tutte le messe vigiliali di carattere per così dire penitenziale, intimo, frequentate da un’assemblea abbastanza ristretta di chierici e di fedeli, a differenza delle messe stazionali o domenicali alle quali prendeva parte un tempo tutto il popolo, si omette il canto alleluiatico per riservarlo alla solennità dell’indomani mattina.
La festa dell’Immacolata Concezione della santa Vergine è intimamente legata a quella della sua santa Natività, perciò la Chiesa legge oggi la genealogia del divin Salvatore (Mt. 1, 1-16), già prescritta per l’8 settembre. L’albero della discendenza di Gesù - di carattere mnemonico e rappresentativo, ma con alcune lacune nel catena genealogica – offre un senso teologico molto più profondo di quello di un semplice dettaglio storico, perché ha per scopo di confermare la divina promessa fatta ad Abramo ed a Davide, facendo sapere che dalla loro discendenza sarebbe nato il Messia. Difatti Egli volle avere non solo per madre la Vergine Maria, ma dispose anche che i suoi antenati fossero Abramo, Isacco, Giacobbe, ecc., affinché per la realtà della sua natura umana, che rimane indubbia, gli uomini apprendessero che il Verbo si era unito alla loro carne per elevare questa al trono della divinità.

L’albero di Jesse, in Rabano Mauro, De Laudibus Sancte Crucis, 1250-1300, Bibliotheque Municipale, Douai

Jan Mostaert (attrib.), L’albero di Jesse, 1520 circa, Rijksmuseum, Amsterdam


Victor, L'Albero di Jesse, 1674, Museo delle Icone, Venezia

Emmanouil Tzanes Bounialìs, Maria e l'Albero di Jesse, 1644, Museo delle Icone, Venezia


Si nota spesso, negli antichi manoscritti dei Vangeli, che la pagina di pergamena sulla quale si trascriveva l’albero genealogico del Salvatore, era sottoposta ad un bagno di porpora e che i caratteri erano di oro; ciò aveva per scopo di indicare la sovrana devozione che dobbiamo nutrire per tutto ciò che si riferisce all’adorabile Persona del divin Salvatore.
Dopo Gesù, Maria è il capolavoro della creazione, quella che, in maniera più perfetta di ogni altra creatura, porta in sé l’impronta e l’immagine del Creatore. Le altre creature non si dedicano a Dio che parzialmente o troppo tardi, quando già il peccato ha ferito e ha indebolito le loro potenzialità. Gesù voleva una madre che fosse tutta sua che gli appartenesse interamente con tutti quei titoli in virtù dei quali una Madre di Dio può appartenere a Dio solo. Egli allora creò Maria; formò il suo corpo, creò la sua anima e vi effuse tutti i tesori di grazia di cui è capace una tale creatura. E, come il fiore fa la bellezza della pianta, così il Salvatore volle nascere, secondo la profezia di Isaia, dal gambo senza macchia di Maria, per esserne la gloria, il prezzo ed il frutto dell’immacolata verginità.
In questo giorno della vigilia anticipata dell’Immacolata – stante domani la ricorrenza della II Domenica di Avvento con la memoria di S. Ambrogio, vescovo, confessore e dottore della Chiesa – e del grande vescovo e confessore S. Nicola di Myra (o di Bari), che è molto celebrato dalla liturgia e dall'arte (v. qui), sembra quantomeno opportuno riportare quest’articolo scritto dall’alfiere dell’Immacolata, S. Massimiliano Maria Kolbe, riproposto dall’ottimo Corrispondenza romana e rilanciato dall’altrettanto insigne Cantuale Antonianum.








San Massimiliano Maria Kolbe: « Io sono l’Immacolata Concezione »

copertina del Cavaliere dell'Immacolata
Si era a Parigi nell’anno 1305. Dal convento dei Frati Francescani esce un giovane religioso e in grande raccoglimento si dirige verso la più celebre scuola di quel tempo, l’università della Sorbona. Pensa all’Immacolata e La invoca con sommesse giaculatorie affinché lo aiuti nel difendere il suo privilegio, a Lei tanto caro, di Immacolata Concezione.
Proprio in quel giorno, infatti, per ordine del Papa e di fronte ai suoi legati, si deve svolgere una disputa generale tra i fautori di questo privilegio e i suoi avversari.
E la disputa è stata provocata proprio da lui…
Da poco tempo egli si è insediato sulla cattedra universitaria, lasciata libera da Guglielmo Ware, ritiratosi a causa dell’età avanzata. Per ordine del P. Generale ha abbandonato la cattedra universitaria di Oxford, dove aveva parlato pubblicamente e con vero entusiasmo della « Concepita senza peccato ». E gli studenti erano accorsi da ogni parte, fino a raggiungere il numero di 30.000. Ora è giunto a Parigi.
Nemmeno qui perde l’occasione di difendere apertamente l’Immacolata Concezione. È solo dal 18 novembre del 1304 che egli si è insediato a Parigi, dopo aver lasciato Oxford, tuttavia al Papa Clemente V, ad Avignone, giungono già lagnanze nei suoi confronti, per il fatto che egli sostiene pubblicamente il privilegio dell’Immacolata Concezione, quasi che egli insegnasse una dottrina contraria alla fede, per una esagerata devozione verso la santissima Vergine. E proprio oggi egli deve giustificarsi a tutti i professori e perfino alla presenza dei legati del Papa.
Potrebbe fare diversamente? Lui, francescano, figlio spirituale del santo Patriarca d’Assisi? …
Il Padre s. Francesco… Egli, in effetti, mandando i primi frati alla conquista delle anime, insegnava loro una preghiera alla Madonna: « Ti saluto, Signora… eletta dal santissimo Padre del cielo, che ti consacrò con il santissimo e dilettissimo Figlio e con lo Spirito Santo Paraclito. In Te vi è e vi fu tutta la pienezza di grazia e ogni bene ».
Era stato ancora lui, a Rovigo, nell’Italia settentrionale, a celebrare l’Immacolata Concezione di Maria [P. Kolbe annota “nel Sermone di Pentecoste”, in realtà il riferimento è nel Sermone antoniano per la domenica di Quinquagesima] alla presenza di una gran folla di ascoltatori e nella stessa località proprio lui in persona aveva raccolto offerte e costruito una chiesa dedicata alla Madonna, erigendo pure in essa un altare alla Concezione della ss. Vergine. S. Antonio, poi, uno dei primi figli del Padre s. Francesco, non chiamava forse Maria nelle sue prediche con il dolce nome di « Vergine Immacolata »? Solo 40 anni più tardi, nel capitolo generale di Pisa (1263) il settimo ministro generale dei Frati Francescani, S. Bonaventura, aveva ordinato a tutti i figli del Padre s. Francesco, a tutti i conventi e a tutte le Province, di celebrare la festa dell’Immacolata Concezione.
Sì, egli ha il diritto, ha il dovere, come francescano, di lottare in difesa di un privilegio tanto sublime della Genitrice di Dio.
I professori di Parigi asseriscono che si tratta di una dottrina nuova. è vero che la denominazione può sembrare nuova, ma la medesima realtà non era professata, forse, dai fedeli fin dalle origini della Chiesa? Non viene professata, forse, dappertutto, quando si proclama che Ella è piena di grazia, che è purissima, santissima? Ebbene, la macchia del peccato originale e proprio una negazione della pienezza di grazia e di santità.
Una dottrina nuova? …I Padri della Chiesa non proclamano, forse, abbastanza chiaramente la loro fede e quella dei loro secoli nell’Immacolata Concezione di Maria, quando affermano che Ella è purissima sotto ogni aspetto e totalmente senza macchia, purissima, sempre pura, che in Lei il peccato non ha mai dominato, che Ella è più che santa, più che innocente, santa sotto ogni aspetto, pura senza macchia, più santa dei santi, più pura degli spiriti celesti, la sola santa, la sola innocente, la sola senza macchia, la senza macchia oltre ogni misura, la sola beata oltre ogni misura?…
La verità è che non tutti quei signori conoscono con esattezza gli scritti dei Padri della Chiesa, soprattutto di quelli orientali; leggano, quindi, anche quelle pergamene.
Essi sostengono che l’affermazione secondo cui la ss. Vergine fu immune dalla macchia del peccato originale, è un oltraggio alla dignità di Cristo Signore, il quale ha redento tutti senza alcuna eccezione ed è morto per tutti. Ma non è proprio per questo, per i meriti della sua futura morte, che Egli non ha permesso neppure che Ella fosse macchiata da qualsiasi colpa? Non è proprio per questo che Egli L’ha redenta nel modo più perfetto? Colui che porta via un sasso dalla strada, affinché un altro non inciampi e cada, non usa, forse, una cortesia maggiore di colui che solleva chi è già caduto?…
Ho ascoltato tante e tante obiezioni di tipo diverso, ma nessuna può resistere alla critica.
Sì, Dio aveva la possibilità di preservare la propria Madre anche dalla macchia del peccato originale. Senza dubbio l’ha voluto fare; infatti, perché non avrebbe potuto voler fare questa cosa per Colei che doveva divenire la degna Madre di un Dio infinitamente puro e santo; e quindi… non lo ha forse fatto?…
Sì, indubbiamente lo ha fatto.
Scoto sollevò lo sguardo; stava appunto passando accanto ad un palazzo: dal vano di una nicchia di esso l’Immacolata, scolpita in una statua di marmo, lo guardava con benevolenza.
Il suo cuore palpitò di gioia. Gli vennero alla mente gli anni della sua adolescenza, allorché si era presentato alla porta del convento dei Frati Francescani di Oxford; allorché, dopo essere stato accettato, incontrava grosse difficoltà nello studio per mancanza di capacità e, avendo pregato la Vergine Immacolata, sede della sapienza, aveva ricevuto tale grazia in grande abbondanza e aveva promesso all’Immacolata di consacrare alla sua gloria tutto il proprio genio e tutta la propria scienza.
Per Lei, appunto, stava andando in quel momento a combattere. Si tolse il cappello e pregò interiormente con fervore: «Fammi degno di lodarti, Vergine santissima. E dammi forza contro i tuoi nemici». E si accorse che l’Immacolata, con un inchino del capo, gli prometteva l’aiuto. (La statua dell’Immacolata col capo inchinato rimase esposta fino al 1789, anno in cui i massoni la distrussero durante la Rivoluzione).
Continuò il cammino pieno di riconoscenza, immerso nella propria indegnità, infiammato d’ amore verso la sua Immacolata Signora.
Nell’ampia aula dell’università i numerosi oppositori avevano occupato i posti su ambedue i lati. Anche il modesto Scoto si recò al proprio posto e attese umilmente che gli venisse concessa la parola. Fecero il loro ingresso pure i tre inviati del Papa e si posero al centro dell’aula nei posti loro assegnati, per ascoltare la disputa e presiederla.
Si fecero avanti per primi gli avversari. Con molteplici argomentazioni, che i contemporanei enumerarono fino a 200, essi confutarono le affermazioni del povero francescano.
Finalmente, esaurite le obiezioni, si fece silenzio. Il legato del Papa accordò la parola a Scoto. Questi, con la più grande meraviglia dei numerosi presenti, enumerò tutte le obiezioni nell’ordine in cui erano state presentate, le confutò con molta decisione e continuò giustificando con chiare dimostrazioni, la dottrina dell’Immacolata Concezione della ss. Vergine. Le sue argomentazioni furono tanto convincenti che i professori e i dotti presenti gli attribuirono, secondo l’usanza del tempo, l’appellativo di « sottile », a motivo della sua abilità.
Ecco come viene descritta la scena da Pelbart di Temesvar, quasi contemporaneo di Scoto: « A costoro (quelli che negavano l’Immacolata Concezione) si oppose il valente oratore. Erano state presentate solide argomentazioni contro di lui, in numero di 200. Le ascoltò tutte una dopo l’altra con serenità e con disinvoltura, ma con attenzione, e con una memoria sorprendente le ripeté nello stesso ordine, sciogliendo le intricate difficoltà e dimostrazioni con grande facilità, come Sansone aveva fatto con i legami di Dalila [cf. Gdc 16, 9-14]. Inoltre Scoto aggiunse altre numerose e assai valide argomentazioni per dimostrare che la santissima Vergine è stata concepita senza macchia di peccato. La sua dissertazione impressionò talmente gli studiosi dell’università parigina, che in segno di approvazione Scoto fu insignito del titolo onorifico di “Dottore Sottile” ».
Da allora i Francescani, sparsi per le varie località dell’Europa, con franchezza sempre maggiore proclamarono ovunque ai fedeli l’Immacolata Concezione della Vergine purissima.
Allorché il giorno 8 novembre 1308 il coraggioso difensore del privilegio dell’Immacolata Concezione lasciava questo esilio terreno, a Colonia, nella cui università aveva insegnato negli ultimi anni, la fede nell’Immacolata Concezione di Maria aveva posto ormai radici così profonde che giustamente il celebre teologo spagnolo Vasquez poteva scrivere nel secolo XVI: « Dai tempi di Scoto (la fede nell’Immacolata Concezione) è cresciuta tanto non solo tra i teologi scolastici, ma anche in mezzo al popolo, che nessuno ormai è più in grado di farla scomparire ».
170 anni dopo la disputa di Parigi ebbe luogo un’altra disputa, che durò parecchi giorni, in Vaticano, alla presenza del Papa Sisto IV, anche egli francescano. P. Francesco Nanni, 39°ministro generale dei Frati Francescani, in quella occasione sciolse in modo così brillante le difficoltà mosse dagli avversari, che il Papa, incantato, esclamò: « Tu sei davvero un Sansone fortissimo ». Poco tempo dopo lo stesso Pontefice emanava, in data 27 febbraio 1477, una celebre costituzione, nella quale confermava l’ufficio e la Messa dell’Immacolata Concezione, composti da Leonardo de Nogarolis e concedeva indulgenze a tutti coloro che avrebbero recitato tale ufficio o celebrato la s. Messa nel giorno della festa o nell’ottava dell’Immacolata Concezione.
La fede nell’Immacolata Concezione della Madonna si faceva sempre più e più viva. Ciò che in passato era implicito nella fede nell’espressione: « pienezza di grazia », vale a dire la santità e la purezza senza macchia della Madonna, ora lo si manifestava espressamente, si venerava in tutta la sua ampiezza e si chiamava con un nome proprio, fino al giorno in cui, nei decreti divini, giunse a maturazione il momento in cui il Papa Pio IX, 256° successore di s. Pietro, circondato da 53 cardinali, 42 arcivescovi, 92 vescovi e da una folla incalcolabile di fedeli, nella sua veste di supremo Pastore di tutta la Chiesa, dichiarava solennemente che la dottrina — la quale affermava che la ss. Vergine Maria nel primo istante della sua concezione è stata preservata immune da ogni macchia del peccato originale, per una grazia particolare e per un privilegio dell’onnipotente Iddio, in considerazione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano — era stata rivelata da Dio.
In tale occasione, poi, il Papa incoronava un quadro dell’Immacolata Concezione, che era stato collocato ancora dal Papa Sisto IV, francescano, sopra l’altare della cappella dedicata a questo privilegio mariano.
Quattro anni più tardi l’Immacolata stessa, quasi per confermare il dogma definito, dichiarava a Lourdes: « Io sono l’Immacolata Concezione».

San Massimiliano Kolbe O.F.M.

Articolo pubblicato in Kalendarz Rycerza Niepokalanej, 1925, pp. 40-46.
In italiano, Il culto dell’Immacolata Concezione, in trad. it. a cura di C. Zambelli OFM conv., Gli scritti di Massimiliano Kolbe, Città di Vita, Firenze 1978, vol. III (SK 1081), pp. 170-176.

venerdì 5 dicembre 2014

Card. Burke: "Senza il riconoscimento del vero bene comune ... la società si rompe ed è subito assalita dalla violenza e dalla distruzione"

Wisconsin native Cardinal Raymond Burke calls for ‘new evangelization’

Burke greets people after celebrating Mass at Trinity Academy.

By Annysa Johnson


Pewaukee — Catholic education, in the family and in schools, is essential to the transformation of culture and a bulwark against today’s increasingly secular society, Wisconsin native Cardinal Raymond Burke told hundreds of Catholics who gathered Thursday for a fundraising dinner in Waukesha County.
And he called on Catholics to embark on a “new evangelization” that stressed the common good.
“Without the recognition of the common good ... society breaks down and is soon beset by the violence and destruction,” said Burke, who drew repeated standing ovations from the crowd of nearly 300.
A theological conservative who has been critical of what some perceive as the progressive leanings of Pope Francis, Burke said Catholics must resist the secular culture’s “grievous attacks” on marriage and family, the “aggressive homosexual agenda” and attacks on the innocent unborn.
“The Christian life, if lived with integrity today, is necessarily countercultural,” Burke said.
Burke spoke at a $100-a-plate fundraiser for Trinity Academy, a traditional Catholic school in Pewaukee founded and operated by Susan and Robin Mitchell, who are longtime friends and supporters of the cardinal. The dinner was part of a two-day visit that included a tour of the school and Mass for students and faculty.
A Friday Mass will be open to the broader community and is expected to draw, among others, a recent high-profile convert to Catholicism, U.S. Rep. James Sensenbrenner.
Many gathered at the Country Springs Hotel in Pewaukee to see Burke, who serves as an adviser to Trinity. Dozens waited in line for him to sign copies of his new book, “Remaining in the Truth of Christ,” which is a collaboration with four other conservative cardinals.
They greeted him reverentially, many calling him “your eminence” or bowing to kiss his ring. One woman asked him to bless a holy medal and was overcome with emotion as she walked away.
“He is such a beautiful person. Just to be in the same room with him is a blessing,” said Lucia Roman of Sussex.

A defender of church teachings

Several said they respect Burke for upholding church teachings on such issues as marriage and abortion as well as church traditions.
“Tradition is just as important as scripture,” said David Tennessen of Shorewood, who attends St. Stanislaus Parish on Milwaukee’s south side that offers the traditional Latin Mass. “We have a duty to uphold the traditions of the church. We won’t have a church if we don’t.”
Burke, who was born in Richland Center, served as the Bishop of La Crosse and archbishop of St. Louis before Pope Benedict XVI tapped him to head the Vatican’s highest court, the Supreme Tribunal of the Apostolic Signatura, in 2008. Burke is considered an expert on canon law.
Burke has emerged in recent years as the standard-bearer for the theologically conservative wing of the Catholic Church. He is outspoken in his views; he has long maintained, for example, that pro-abortion rights politicians should be denied communion.
Burke bolstered that reputation at the recent Synod of Bishops on the Family in Rome, where he joined other conservatives in rejecting efforts to change teaching — and in some cases, just tone — on how the church responds to gay relationships, marriage, divorce and contraception.
In the wake of the synod, he has amplified his criticism, likening the church to a “rudderless ship” under the current pontiff in a recent interview.
Burke has been twice demoted since the former archbishop of Buenos Aires succeeded Pope Benedict in March 2013.

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Last year, Francis removed Burke from an influential panel that helps select American bishops. Last month, Burke was removed from the curia, or Vatican bureaucracy, with his demotion from the Vatican court to the largely ceremonial position as patron of the Knights of Malta.
Vatican watchers have debated whether the moves were punitive or meant to silence Burke.
Author and longtime Vatican journalist John Thavis sees them as neither.
Thavis said it is not unusual for a new pontiff to bring in his own people, and that Francis still has critics in the curia.
“The pope wants those people to be part of the discussion in the church,” said Thavis, author of “The Vatican Diaries,” who blogs at www.johnthavis.com.
He does not believe the moves would likely silence Burke.
“I expect that he will keep speaking his mind. He certainly never hesitated in the past, and I don’t think his new job came with a gag order,” he said. “On the other hand, his influence is lessened.”
Burke will no longer have an automatic seat at key Vatican meetings, according to Thavis. And some have questioned whether he will be invited to take part in next year’s follow-up to the Synod of Bishops on the Family.
In his remarks Thursday, Burke quoted extensively from the writings of Pope John Paul II — whose name elicited applause from the crowd — and Pope Benedict XVI. He did not reference Francis directly, or the controversy surrounding the Synod of Bishops.
His reference to spiritual “seasickness,” which echoed his recent remarks he made about Francis to a Spanish newspaper, drew quiet laughter in some parts of the room.

A believer in education

Burke spoke about the role of Catholic schools and families to lay the moral foundation for children, and as such, for society.
Catholic school enrollment nationally has fallen dramatically over the last half century, from a peak of 5.2 million students in the 1960s to 1.9 million today, according to the National Catholic Education Association.
In the 10-county Archdiocese of Milwaukee, enrollment is 31,619, down from 32,193 in 2011.
Founded in 1997, Trinity operates independently of the Archdiocese of Milwaukee, although when now-Cardinal Timothy Dolan was archbishop, he consecrated the chapel. The school educates 175 students in grades kindergarten through 12.

Attenti a non confondere il partito con la Verità

Nella memoria di san Saba, archimandrita, rilancio quest’interessante contributo di Alessandro Gnocchi.

A. Gnocchi, In principio furono i martiri, i santi, i sacerdoti, i teologi… poi vennero gli intellettuali

Cortigiani...
Alessandro Gnocchi su Il Foglio di oggi [i.e. 4.12.2014, ndr.]. Mi pare che il succo del discorso sia: “Attenti a non confondere il partito con la Verità”! Ora il titolo è più azzeccato...
Mi viene in mente che in fondo il processo di decadenza - di cui cerchiamo di individuare le cause e che oggi ci appare accelerato quasi in una fase irreversibile - è insito nella realtà delle cose e nelle loro finitudine, fin dalla caduta originaria. E l’Antidoto ci è stato dato. Anzi, è venuto!
L’Unico, nei confronti dell’omologazione e della cortigianeria, nella vera libertà dei figli di Dio. Costa, ma vale la pena e darà i suoi frutti.

Ogni tanto si fa strada qualcosa di timidamente cattolico nelle cronache ecclesiali di questo inizio di millennio, ma non è un bel segno se diventa una notizia. Il parlare cattolico in casa cattolica è divenuto come il classico caso di scuola del bambino che morde il cane con cui vengono stupiti i praticanti giornalisti al primo giorno di redazione. Ma, per quanto arrivi anche in pagina, il bambino che morde il cane nella nuova chiesa di Francesco è pur sempre di una cosina da nulla, un ricamino a punto croce su una tunica lacera e rattoppata, destinato a divenire invisibile nessuno solo qualche giorno dopo.
È normale che vada così perché, a voler leggere i segni dei tempi nell’ermeneutica del “chi sono io per giudicare?”, il cane che morde il bambino, la non-notizia, sta nell’ossequioso inchinarsi al mondo. Cosicché sorprendono poco o nulla le scuse con le quali la curia di Milano ha sconfessato sull’altare laico di “Repubblica” un sacerdote preoccupato dall’incalzare della cultura gender o il licenziamento del professore di religione anti-aborto. Tanto che non vengono neppure citati in un’intera paginata di intervista sul “Corriere della Sera” alla vigilia del discorso di Sant’Ambrogio. Riescono a scandalizzare gli atei devoti al luminoso mistero della legge di ragione, qualche cattolico fuori moda e pochi altri ancora.
Ma, in questo prostrarsi della chiesa al cospetto della dittatura mondana la notizia ci sarebbe, e pure enorme. Pare impossibile che così pochi riescano a scorgere il relitto di una fede e di una cultura capaci di reggere la scena per due millenni rovesciato malamente sul fondale della storia. Eppure, la chiesa portatrice di una verità universale e libera da vocazioni minoritarie sulla cui esistenza si interroga Giuliano Ferrara è lì, impantanata nei bassifondi del mondo come la carcassa della “Concordia” dopo l’inchino davanti all’Isola del Giglio.
La chiesa postmoderna è statutariamente minoritaria perché ha scelto di esserlo nel momento in cui ha abbracciato il secolo invece che combatterlo per la sua redenzione. Con il Concilio Vaticano II, ha di fatto adottato per decreto i principi e l’agenda di un pensiero avverso portando a completa maturazione l’”Umanesimo integrale” sognato tre decenni prima da Jacques Maritain. Nel disegno del filosofo francese approdato al patto con la modernità dopo una fase antimoderna che lo aveva visto militare nell’Action Française di Charles Maurras c’era un cristianesimo minoritario, piccola parte di lievito destinata a far crescere la pasta mondana. Un disegno in evidente discontinuità con la vocazione maggioritaria e universale di cui la chiesa cattolica era sempre stata portatrice che suscitò qualificate resistenze. Il gesuita padre Antonio Messineo, nell’articolo “La filosofia della storia di Maritain” pubblicato nel 1956 su “La Civiltà cattolica”, diceva: “Il continuo appello al concetto evolutivo della storia fa sorgere spontaneamente la domanda, se la teoria del Maritain non abbia qualche punto in contatto con lo storicismo contemporaneo. (…) Sul piano della storia non opererebbe il Cristianesimo in quanto religione rivelata e trascendente, non il Vangelo nella sua purità originaria di parola divina trasmessa all’uomo, non l’ordine della grazia e delle realtà superiori in esso contenute, ma un cristianesimo e un Vangelo vuotati del loro contenuto soprannaturale e naturalizzati, temporalizzati. (…) Questi sarebbero, come li chiama Maritain, riflessi evangelici sul temporale. Sul significato di questa frase non può correre dubbio. Con essa si vuol dire che il Vangelo, nella sua essenza di lievito divino e soprannaturale, non fermenta direttamente la società e non entra tra i componenti della civiltà, di nessuna civiltà. Sul piano umano, in sua vece, agisce un surrogato che si ottiene mediante la perdita del suo carattere originario, mediante la trasformazione dei suoi princìpi in princìpi umani, temporali e limitati, di contenuto profano”.
Il sogno maritainiano, che solidificava gli intenti di desistenza fermentati da lungo tempo nel corpo ecclesiale, era destinato ad avere la meglio. E ciò fece del filosofo francese il modello dell’intellettuale cattolico, tanto che papa Paolo VI, suo debitore nel sentimento di apertura alla modernità, lo scelse come destinatario del messaggio agli uomini cultura e agli artisti sortito dal Vaticano II. In tal modo, Maritain divenne la soluzione all’inedito problema che il corpo ecclesiale si trovava ad affrontare, il rapporto con gli intellettuali.
Ai suoi inizi, la chiesa ha domato il mondo con il sangue dei martiri e non con l’inchiostro degli scrittori e dei pensatori. Poi ha avuto santi, papi, monaci, sacerdoti, teologi, filosofi, scienziati e, al tempo degli splendori della corte, scultori, poeti, pittori, musicisti: tutti illuminati da un chiarore che dovevano celebrare nei riflessi del loro genio o della loro santità, magari di tutte due insieme, a maggior gloria di Dio e per la salvezza del mondo.
La razza dell’intellettuale ha altra origine. È nata con la modernità e, anche se poi si accasa volentieri nelle stanze del potere, in origine è fatta per le battaglie minoritarie. La sua formazione viene fatta risalire al XVIII secolo, con l’accendersi nel mondo dei lumi che avrebbero definitivamente travolto il cristianesimo e la sua rilevanza sociale. Ma il primo esemplare nasce due secoli prima dentro la chiesa con il monaco agostiniano Martino Lutero. Le sue “95 tesi” affisse nel 1517 a Wittemberg costituiscono un vero e proprio “manifesto”, atto intellettuale per eccellenza, il primo nella storia.
Da quel momento, la chiesa e la cultura cattolica hanno avuto in sospetto la figura del professionista delle idee e hanno potuto reggere l’urto fino a quando la presa sulla società non è stata minata nelle fondamenta. Meno di un secolo fa, Georges Bernanos riteneva “l’intellettuale moderno come l’ultimo degli imbecilli fino a quando non abbia fornito prova del contrario”. Ma la sua irrisione, per quanto fondata, era uno degli ultimi sussulti di un mondo destinato a soccombere. Sulla tolda di una nave che continuava a viaggiare, era difficile percepire la gravità della tragedia incombente, tanto che toccò a un ateo affascinato dalla forza civilizzatrice intrinseca alla chiesa cattolica come Maurras interrogarsi su “L’avvenire dell’intelligenza”. Era il 1927 e, apparentemente, poco lasciava presagire cosa sarebbe avvenuto nella chiesa e nel mondo nel giro di un secolo. Ma l’ateo francese che incappò nei fulmini di Pio XI aveva capito che uno stesso declino avrebbe accomunato cattolici e laici se non si fossero salvati gli intellettuali dall’essenza radicale che portavano nei geni fin dal loro nascere. “Noi parliamo dell’Intelligenza” diceva “come se ne parla a San Pietroburgo: del mestiere, della professione, del partito dell’Intelligenza”. E concludeva la sua analisi sostenendo che “Davanti a questo orizzonte sinistro, l’Intelligenza nazionale deve allearsi a coloro che tentano di fare qualche cosa di bello prima di naufragare. In nome della ragione e della natura, conformemente alle vecchie leggi dell’universo, per la salvezza dell’ordine, per la durata e i progressi di una civiltà minacciata, tutte le speranze sono riposte sulla nave di una Contro-Rivoluzione”.
Ma il processo di decadenza era ormai stato innescato con spietatezza irreversibile, come avrebbe mostrato quarant’anni più tardi il cattolico Marce de Corte in un saggio titolato inequivocabilmente “L’intelligenza in pericolo di morte”. Il filosofo belga sosteneva che quando le elites del vecchio mondo tradiscono la loro consegna sostituendola “con un’altra meno austera, più brillante, più lusinghiera, la prima concezione vacilla. Basta qualche incrinatura nei punti nevralgici perché l’edificio crolli, anima e corpo. Quando l’alto clero si diverte a rinnegare Dio e a esaltare l’uomo nelle logge, quando l’aristocrazia a va a scuola dai retori e dagli imbrattacarte, siano pure di talento, si può dire brutalmente che siamo alla fine”.
Giunta sul limitare del vecchio mondo, la chiesa ha preferito gettarsi nelle braccia del nuovo e si è dovuta inventare improvvisamente una figura di intellettuale che potesse dialogare con i novelli compagni di strada parlando la loro stessa lingua: Maritain era il prototipo perfetto. Ma, al di là dell’innegabile valore personale del filosofo francese, l’operazione ha dato vita a una sorta di ossimoro, un ruolo nato direttamente dall’istituzione invece che dalla libera necessità di maneggiare idee anche criticando l’istituzione stessa: invenzione di un clero senza più intelligenza, in debito di fede e quindi divenuto clericale. Accasato direttamente nelle stanze del potere senza essere passato nella palestra dell’antagonismo, l’intellettuale cattolico ha finito per copiare maldestramente i modelli mondani assumendone le idee, i comportamenti e persino i tic. Gli eredi di una tradizione che ha prodotto Dante e Manzoni, Giotto e Michelangelo, il canto gregoriano e il Palestrina si sono ridotti a scoprire la cattolicità del cinema neorealista, delle pagine di Pasolini o delle canzoni di De Andrè. Con l’unico mandato di assumere il Concilio Vaticano II come esclusivo criterio di interpretazione della realtà religiosa e profana: l’intera storia della chiesa e del mondo e la cronaca spicciola lette come anticipazione o come compimento del Concilio, con effetti comici se non fossero drammatici.
In tal modo, si è andata formando un’intellighentia clericale che, in parallelo alla corrispondenza di amorosi sensi con il mondo, tende all’emarginazione degli intellettuali cattolici non omologati. Sorti per germinazione spontanea senza debiti genetici nei confronti del modello laico e votati a un ruolo minoritario sono proprio costoro a essere riconosciuti come corpi estranei da un organismo la cui struttura di potere è in perenne cortocircuito. Votata da sempre a combattere con l’eresia, in epoca moderna e postmoderna la chiesa si è improvvisamente trovata al cospetto delle idee. Ma, non essendosi dotata di intellettuali capaci di vagliare il buono e gettare il cattivo, ha finito per assumere dal mondo le eresie valorizzandole come idee e per respingere al proprio interno le idee disprezzandole come eresie. Per questo motivo l’intervento critico dell’intellettuale cattolico non omologato può essere parzialmente tollerato derubricandolo a semplice atto d’amore senza riconoscergli lo statuto di atto dell’intelligenza. Il moto dell’intelletto è un gesto alieno nella chiesa del cuore e del sentimento, per questo i tempi della misericordia sono tanto spietati con il dissenso argomentato.
Eppure, se una riconquista è possibile, può passare solo attraverso l’antagonismo di quegli intellettuali che vedono la radice dell’insignificanza della chiesa postmoderna nell’adesione all’assunto fondamentale della modernità: la rinuncia al corretto rapporto con il vero e la realtà. In piena temperie illuminista, Joseph Joubert descriveva efficacemente l’esito di tale operazione nei suoi “Pensées”: “Le menti falsate non hanno il senso del vero, ma ne posseggono le definizioni. Guardano in se stesse invece che guardare davanti ai loro occhi. Nelle deliberazioni consultano le idee che si fanno delle cose e non le cose stesse”. Ma questa è un’evidenza che la chiesa di oggi non ha neanche la forza di sussurrare poiché si è inchinata al suo opposto. “Al limite di una tale perversione dell’intelligenza” scrive de Corte nel suo saggio “ci si trova davanti a una religione senza Dio, una religione in cui Cristo è riportato all’uomo, una religione dell’uomo. Ma poiché una religione dell’uomo è inevitabilmente una religione che erige l’uomo signore dell’universo e poiché l’azione più efficace è quella che sottrae l’uomo alla sua natura e ne opera un rimpasto radicale, i valori dell’azione cedono il passo ai valori della trasformazione demiurgica dell’uomo e del mondo, ai valori di creazione di un mondo nuovo e di autocreazione dell’uomo a opera dell’uomo. In altre parole: il solo cristianesimo che oggi sia ‘valevole’ è il cristianesimo rivoluzionario in cui il potere dell’uomo sul mondo, su se stesso, sugli altri si manifesta pienamente. Tale l’abisso in cui ruzzola il clero che subordina la contemplazione all’azione e l’azione alla volontà di potenza. In questo abisso di iniquità non v’è il più piccolo posto per l’intelligenza”.
Tale oscurità può essere illuminata dai lampi di quegli intellettuali che sappiano maneggiare le idee senza manipolarle, trattandole per quel valgono, in ossequio alla verità e non al potere, compreso quello clericale. Per fare “ritorno al reale”, come auspicava Gustave Thibon, è necessario affidarsi a menti così paradossali che, in questi tempi invertiti, si possono concedere l’eccentricità di cercare il vero nella casa della verità e di buttare l’errore nella sentina della falsità. “Di tanto in tanto” scrive G.K. Chesterton celebrando “L’uomo comune”
“nella storia dell’umanità, ma soprattutto in epoche inquiete come la nostra, compare una certa classe di cose. Nel vecchio mondo si chiamavano eresie. Nel mondo moderno si chiamano mode. Talvolta sono utili per un certo periodo, altre volte sono invece totalmente nocive. In ogni caso si tratta sempre di una concentrazione impropria su una verità o mezza verità. È quindi giusto insistere sulla conoscenza di Dio, ma è eretico insistervi, come fece Calvino a spese del suo Amore; è quindi giusto desiderare una vita semplice, ma è eretico desiderarla a spese della bontà d’animo e delle buone maniere. L’eretico, come il fanatico, non è un uomo che ama troppo la verità, nessun uomo può amarla troppo. L’eretico è un uomo che ama la sua verità più della verità stessa”.
Una verità semplice che la chiesa non è più in grado di dire al mondo poiché si è privata di coloro che avrebbero potuto farlo con efficacia. Agli intellettuali, magari un po’ fastidiosi quando fanno onestamente il loro mestiere, ha preferito i paggetti che le reggessero lo strascico alle nozze con il mondo. Con la paradossale conseguenza di aver creato tanti cortigiani che, in tempi di populismo tanguero, rischiano di non avere più neanche la corte.

Fonte: Chiesa e postconcilio, 4.12.2014. L'articolo è stato rilanciato anche dal blog Vigiliae Alexandrinae.

giovedì 4 dicembre 2014

Avviso sacro

II DOMENICA DI AVVENTO E MEMORIA DI S. AMBROGIO VESCOVO, CONFESSORE E DOTTORE DELLA CHIESA

Domenica, 7 dicembre 2014

Chiesa di S. Francesco d’Assisi - Monopoli (BA)

ore 18

Celebrazione della S. Messa in forma straordinaria.



IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA


Lunedì, 8 dicembre 2014


ore 17,30


S. Messa Solenne in terzo

celebrata dal Rev.do don Giuseppe Laterza, CPPS, 
novello sacerdote


Antonio Brudaglio, Maria SS. Immacolata, 1754, chiesa di S. Francesco d'Assisi, Monopoli (Ba), partic.