martedì 27 settembre 2016

Piccolo aggiornamento sull’Amoris laetitia

Pochi giorni orsono (vqui) avevamo dato la notizia circa la lettera inviata dal vescovo di Roma ai vescovi della regione argentina di Buenos Aires nella quale avallava, quale unica possibile, l’interpretazione dell’esortazione Amoris laetitia nel senso di apertura della Chiesa circa l’accesso alla Comunione dei divorziati risposati, il cui peccato di adulterio - come è stato notato - è declassato a mero peccato veniale (cfr. Op-Ed: “Adultery as a venial sin” -- and other absurdities of trying to defend the indefensible Francis Doctrine, in Rorate caeli, Sept. 15, 2016).
Quel documento, la cui autenticità era stato messo in dubbio da taluno, ma che dopo la pubblicazione sul sito della Radiovaticana e sull’Osservatore Romano nessuno più dubita essere autentico (cfr. Sandro Magister, Bergoglio, i vescovi argentini e la comunione ai divorziati risposati. Qualcosa non quadra, in blog Settimo cielo, 16.9.2016, nonché in Chiesa e postconcilio, 17.9.2016), non ha mancato di provocare accese reazioni. Se da un lato, come ricordavamo nel nostro precedente post, i vescovi canadesi di Alberta avevano decisamente e convintamente virato in senso contrario (Amoris laetitia: i Vescovi dell’Alberta fuori dal coro, in blog MiL – Messa in latino, 16.9.2016I vescovi di Alberta (Canada): la comunione per i divorziati risposati solo se praticano la continenza, in Sinodo2015, 19.9.2016) e c’era stato persino chi aveva presentato un libello di accusa contro il vescovo di Roma (cfr. With Burning Concern: We Accuse Pope Francis: The Remnant & Catholic Family News - I of III, in Catholic Family News, Sept. 19, 2016With Burning Concern: We Accuse Pope Francis: The Remnant & Catholic Family News - II of III, ivi,Sept. 22, 2016With Burning Concern: We Accuse Pope Francis: The Remnant & Catholic Family News - III of III, ivi, Sept. 23, 2016Con viva preoccupazione: Noi accusiamo Papa Francesco, I parte, in Chiesa e postconcilio, 24.9.2016; II parte, ivi, 30.9.2016; III parte, ivi, 1.10.2016) e chi, autorevolmente, invocava la revoca dell'esortazione, pena il realizzarsi di uno scisma all'interno della Catholica (cfr. Claire Chretien, Top philosopher: Pope must revoke ‘objectively heretical’ statements to avoid schism, in Lifesitenews, Sept. 21, 2016); dall’altro abbiamo avuto reazioni di segno opposto. Ad es., il cardinal vicario di Roma, card. Vallini, ha decisamente avallato l’interpretazione bergogliana, sia pur condizionata e con molta cautela, di apertura ai divorziati risposati anche quando non praticano la continenza (cfr. Sandro Magister, “Amoris laetitia” tradotta dal cardinale vicario di Roma. Anche a lui il papa scriverà una lettera di encomio?, in blog Settimo Cielo, 23.9.2016Il cardinale Vallini e l’interpretazione di Amoris laetitia per i divorziati risposati: un sì (molto) condizionato, in Sinodo2015, 23.9.2016. Cfr. anche per le reazioni, Sandro Magister, Francesco apre la porta anche a chi non ha l'abito nuziale. Ma che ne dice il Padrone di casa?, in blog Settimo Cielo, 27.9.2016).
Insomma, si sarebbe creata, in quest’ottica, una gran confusione (cfr. Commenti dagli Stati Uniti dopo la lettera del Papa ai vescovi argentiniivi, 16.9.2015).
In questo marasma, il nostro don Morselli ha predisposto un kit di sopravvivenza, che volentieri segnaliamo (don Alfredo Morselli, Amoris laetitia survival kit, in blog MiL – Messa in latino, 24.9.2016).
Al contempo, insigni personalità cattoliche, cardinali, vescovi, sacerdoti e laici, hanno sottoscritto una dichiarazione in difesa della morale e della famiglia (80 personalità cattoliche in difesa della famiglia e della morale, in Corrispondenza romana, 27.9.2016; Una sintesi della Dichiarazione di fedeltà, iviLista dei primi firmatari e testo completo della Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplinaiviIMPORTANT: International Declaration of Fidelity to the Church’s Unchangeable Doctrine and Uninterrupted Discipline on Marriage (Sign it as well !), in Rorate caeli, Sept. 27, 2016Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina, in Chiesa e postconcilio, 27.9.201680 personalità cattoliche fedeli al Magistero immutabile, in Sinodo2015, 27.9.2016). Tra i firmatari i cardd. Caffarra e Burke, i vescovi Laise e Schneider, il nostro teologo don Nicola Bux, i laici proff.ri De Mattei e Radaelli. Personalità di primo piano nel panorama cattolico!
Nel frattempo comincia la persecuzione contro i dissenzienti dell'Amoris laetitia ...., che non è possibile nè criticare nè contestare (cfr. Amoris laetitia: la "misericordiosa" repressione del dissenso, in blog MiL - Messa in latino, 30.9.2016; Jan Bentz, Some of 45 signatories feeling the heat over letter urging clarification of ‘Amoris Laetitia’, in Lifesitenews, Sept. 29, 2016The Bergoglian Mafiosi is taking vengeance, in Vox cantoris, Sept. 30, 2016).
Il campo, dunque, continua ad essere magmatico e fluido … . Vedremo le prossime evoluzioni.

Una storia di conversione: il vero “Dorian Gray”

Nella festa di S. Matteo apostolo rilanciamo questa recensione di Luca Fumagalli.



Agostino e Giovanni Battista Montanari, Martirio di S. Matteo, 1605, Genova

Alessandro Varotari detto il Padovanino, Martirio di S. Matteo, XVII sec., parrocchia di S. Anna Morosina, San Giorgio in bosco

Guglielmo Caccia, Martirio di S. Matteo, XVII sec., Asti

Francesco Costanzo Catanio, Martirio di S. Matteo, 1655, Ferrara

Paolo de' Majo, Martirio di S. Matteo, 1745 circa, Chiesa di S. Matteo, Agerola

John Gray: l’esteta omosessuale che divenne sacerdote

di Luca Fumagalli


In Wilde, film del 1997 diretto da Brian Gilbert, vi è una scena fugace, solo pochi secondi, che però descrive con brillante intuizione il momento della definitiva separazione tra John Gray, giovane approdato al mondo letterario dopo una dura gavetta, e Oscar Wilde, suo amico e amante. Il loro rapporto era stato idilliaco, almeno fino a quando nell’orbita del vate irlandese aveva iniziato a gravitare l’egocentrico quanto affascinante Lord Alfred Douglas, soprannominato Bosie. Il disastroso esito della loro relazione fu il noto processo del 1895 che trascinò nel fango la reputazione del campione dell’estetismo inglese, confinandolo negli angusti spazi di una cella.
Quando Gray vede Oscar allontanarsi con Douglas, l’autocommiserazione si fa largo in lui: «Io sono solo il figlio di un falegname, mentre Bosie…». Robbie Ross, da poco diventato cattolico, non può far altro se non consolare l’amico con parole che, col senno di poi, suonano singolarmente profetiche: «Qualcun altro era figlio di un falegname».
Miseria e grandezza sono i due limiti entro cui si snodò la vita di uno dei protagonisti più discussi della Londra fin de siècle. Di umili origini, John Gray (1866-1934) dovette faticare non poco per affermarsi. Dalla sua parte vi erano la grande vivacità intellettuale e la serietà con cui si dedicava agli studi. Poeta di rara delicatezza, aperto alle influenze letterarie d’oltremanica, presto entrò a far parte del circolo decadente, legandosi tra gli altri a Ernest Dowson e a Aubrey Beardsley (di cui curò la pubblicazione postuma delle epistole).
Il suo nome iniziò a circolare sulla stampa britannica quando venne associato al protagonista de Il ritratto di Dorian Gray, chiaramente ispirato a lui. La ridda di polemiche che investì Wilde, accusato di aver scritto un romanzo immorale e impudico, fu mitigata dalla stampa cattolica, l’unica impegnata nella difesa di un testo che raccontava con precisione la progressiva discesa di un’anima negli abissi del peccato.
Vincenza Lagioia con il suo La vera storia di Dorian Gray compie un’operazione biografica singolare, soprattutto per quanto riguarda lo stile, costruendo una narrazione fatta di piccoli quadri, di tanti spiragli che si aprono senza soluzione di continuità sulla corrotta maestosità della letteratura britannica alle soglie del XX secolo. Il saggio, quasi un edificio felliniano, ripercorre con la passione di un avventuriero la biografia di John Gray, per troppo tempo rimasta celata dietro la maschera di Dorian.
In pochi, infatti, conoscono il secondo tempo della vita del giovane poeta, il cui inizio coincise proprio con l’abbandono di Wilde. La crisi che ne scaturì guidò provvidenzialmente Gray verso i sicuri lidi della Chiesa di Roma, una strada che percorse in compagnia di un nuovo amico, Andrè Raffalovich, un ebreo russo che divenne cattolico e che gli fu compagno fedele per il resto della vita.
Se è pur vero che il mondo dell’estetismo poté vantare numerose conversioni al cattolicesimo, per la maggior parte si trattò di infatuazioni passeggere, gesti provocatori che durarono lo spazio di un mattino. Quella fin de siècle, come ha scritto Griffith in un recente saggio, fu una “falsa partenza” per il revival cattolico britannico che sbocciò solamente qualche anno dopo, a ‘900 ormai avviato.
Raffalovich e Gray, al contrario, furono due sopravvissuti di quella tragica generazione. Quest’ultimo, tra l’altro, dopo gli studi presso il Collegio Scozzese di Roma – lo stesso seminario che aveva ospitato l’irrequieto Frederick Rolfe “Baron Corvo” – venne ordinato sacerdote. Entrambi divennero terziari domenicani e grazie ai loro sforzi congiunti fu costruita a Edimburgo una nuova chiesa parrocchiale.
Il poeta aveva ceduto il passo al sacerdote, un uomo pio e devoto che prendeva sul serio la sua vocazione. Lontano dagli eccessi giovanili, Gray trascorreva le giornate aiutando i bisognosi e trattenendosi per ore al confessionale. Nutriva un affetto particolare per la liturgia cattolica; ogni giorno, mentre Raffalovich occupava puntuale il suo posto in prima fila, celebrava la messa con dignità, attento a scandire le parole, rispettando il ritmo e le pause.
Negli ultimi anni di vita Gray fu in contatto anche con il domenicano McNabb, amico di Chesterton e Belloc, che tentò inutilmente di coinvolgerlo nel progetto distributista, finalizzato ad applicare i principi del cattolicesimo sociale espressi da Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum.
Attraverso gli studi di esegesi biblica conobbe inoltre il gesuita irlandese George Tyrrel, uno dei campioni del modernismo. Sebbene non condividessero una virgola delle sue idee, lui e Raffalovich gli furono vicini nei difficili momenti della scomunica, offrendogli anche un cospicuo aiuto economico (che Tyrrel rifiutò garbatamente).
La vera storia di Dorian Gray, al di là dei molti altri aneddoti che si potrebbero citare, è dunque un saggio audace, che smitizza attraverso il particolare punto di vista di John Gray, il poeta che divenne sacerdote, un’epoca sovente ridotta a trita collezione di cliché. Il volume è sopratutto la storia di una conversione, di un cuore che cambia, che riorienta il suo desiderio di bellezza passando dall’arte a Dio: «La poesia perfetta che questo sacerdote-poeta ha fatto è stato il poema finito della sua vita a Lui dedicata».
Il libro: Vincenzo Lagioia, La vera storia di Dorian Gray, Bologna, Minerva Edizioni, 2012, pagine 318, euro 19.

martedì 20 settembre 2016

Esercizi spirituali per laici presso l'Abbazia san Felice dei Missionari del Preziosissimo Sangue (13-16 ottobre 2016)


Sarà assicurata, durante gli esercizi, da Don Giuseppe Laterza, missionario del Preziosissimo Sangue, la celebrazione della Santa Messa secondo l'usus antiquior.
Per info: tel. 074290103 (chiedere di don Altin).

Il 20 settembre: data luttuosa e di attacco al cuore della Cristianità

Volentieri rilanciamo questa riflessione del prof. Massimo Viglione sul 20 settembre.

«Così si perviene al 20 settembre 1870: forse il più piccolo fatto d’armi del Risorgimento; certamente il più grande avvenimento della civiltà umana. Risorgimento: opera della Massoneria! XX Settembre: gloria della Massoneria».
Tutti coloro che, giustamente, si lamentano del mondo di oggi; coloro che difendono la famiglia naturale e i bambini, combattono contro l'ideologia omosessualista e genderista; coloro che si infuriano per l'invasione immigrazionista; coloro che denunciano l'immenso complotto della finanza internazionale in tutti i suoi risvolti, anche monetari; coloro che propongono e si battono per alternative politiche serie e tradizionali alla situazione odierna; coloro che odiano la UE, avendo capito bene il suo ruolo e odiano i padroni della UE; coloro che denunciano il grande piano della dissoluzione mondialista; tutti coloro che semplicemente soffrono per la decadenza generale del presente; soprattutto, tutti coloro che soffrono e denunciano la spaventosa crisi teologica, morale, dottrinale e liturgica della Chiesa odierna; tutti costoro, o almeno la stragrande maggioranza di ognuno dei settori elencati (eccetto in parte l'ultimo), non pensa al 20 settembre 1870.
Anzi, ritiene che chi lo ricorda ancora sia in fondo il solito disadattato, che perde tempo ed energie inutilmente su fatti accaduti quasi 150 anni fa, anziché impegnarsi sui problemi del presente.
Beh, tutti costoro non hanno capito che proprio questo lontano evento - anche un po' fastidioso in quanto ci pone in contrasto con lo Stato italiano (e ovviamente questo non è cosa da veri e seri moderati) e pure con il clero odierno che oggi è totalmente schierato con gli invasori di allora - è la causa di tutti i mali che per cui loro soffrono e che combattono. Tutti quelli elencati, nessuno escluso, alcuni in maniera indiretta, altri in maniera diretta, altri in direttissima.
È qui la svolta della storia della modernità, al di là del mero fatto della caduta dello Stato Pontificio che di per sé potrebbe essere un evento non così grande come la Rivoluzione Francese o la Prima Guerra Mondiale. Ma questo è un errore pacchiano e ingenuo di prospettiva, privo di senso storico.
E, infatti, la Massoneria non commise allora, né commette oggi - in quanto ancora oggi, immancabilmente, il 20 settembre va a Porta Pia a ricordare l'evento, il che dimostra esattamente quello che io sto sostenendo - questo pacchiano e ingenuo errore.
Se fossimo stati presenti in quel giorno a Roma, dovevamo schierarci: o con gli "italiani" invasori (il "progresso" democratico e liberale), o con la Chiesa di sempre (la Verità), oppure stare fermi e zitti e andare col vincitore. Ebbene, voi tutti non avete capito la metafora del 20 settembre: il 20 settembre... è oggi!
In tutti i sensi.
E io mi schiero con chi 146 anni fa ha perduto. Per il momento. E combatto contro chi ha vinto. Per il momento. 
Non è questione di mero patetico nostalgismo. Se penso a chi sarebbe in mano oggi lo Stato Pontificio... per carità di Dio!!! È questione infinitamente più grande: è questione di scelta di campo storica e metastorica, religiosa e politica, nel senso più ampio possibile dell'ultimo concetto.
Se oggi ci troviamo come ci troviamo in tutti i settori della vita pubblica e privata, è anche perché è caduta Porta Pia.
Ecco il perché, irreversibile, della mia scelta: perché Porta Pia continua a cadere ogni giorno. E ogni giorno dobbiamo scegliere e schierarci.
Esattamente come fanno i nemici della Chiesa, che oggi sono a Porta Pia a commemorare la loro vittoria. Anzi, le loro vittorie.



Fonte (v. anche Massimo Viglione, XX settembre. Gloria della massoneria, in Riscossa cristiana, 20.9.2016)

Cfr. per approfondimenti, Piergiorgio Seveso, 20 settembre 1870: dall’invasione di Roma all’invasione della Chiesa, in Radiospada, 22.9.2015;
Uno scambio epistolare tra Vittorio Emanuele II e S. S. Pio IX (1870), ivi, 20.9.2015;
Davide Consonni, Mattarella e Marino fanno gli auguri alla Massoneria per il XX Settembre, ivi, 23.9.2015;
Id., Napolitano, Grasso, Boldrini: tutti inviano auguri alla massoneria per il XX Settembre!, ivi, 28.9.2014;
Piergiorgio SevesoLa Squadra e’l Compasso che fecer l’italia: un ricordo del 20 settembre, ivi, 23.9.2012;

domenica 18 settembre 2016

“Itaque, mundo sibíque mórtuus, vitam Jesu manifestábat in carne sua, quæ dum in alíquibus ex turpitúdine obscœnum flagítium sentiébat, prodigiósum de se efflábat odórem, indícium nitidíssimæ illíus puritátis, quam, immúndo spíritu vehementíssimis tentatiónibus frustra obnubiláre diu conánte, servávit illæsam, tum arcta sénsuum custódia, tum jugi córporis maceratióne, tum denique speciali protectióne puríssimæ Vírginis Maríæ, quam matrem suam appelláre consuévit, ac véluti matrem dulcíssimam íntimo cordis afféctu venerabátur, eámque ab áliis venerári exoptábat, ut cum ejúsdem patrocínio, sicut ipse ajébat, ómnia bona consequeréntur” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI JOSEPHI A CUPERTINO, CONFESSORIS

Celebriamo oggi un figlio glorioso del Serafino di Assisi, nato nel 1603 e morto nel 1663, la cui festa fu estesa a tutta la Chiesa da un papa uscito dal medesimo Ordine, Clemente XIV, nel 1769, con rito doppio, trasferendo la festa di San Tommaso da Villanova al 22 di settembre. San Giuseppe da Copertino non è meno celebre per la sua evangelica semplicità che per le sue levitazioni estatiche; ciò è il motivo per cui tutta la seguente messa metterà in piena luce quest’aspetto eminentemente soprannaturale della sua santità.
Roma cristiana gli ha dedicato una chiesa nel quartiere Cecchignola. Costruita nel 1956 e dedicata inizialmente a San Marco, mutò denominazione dal 1° ottobre 1979. Affidata inizialmente ai minori conventuali, dal 2001 è affidata alle cure del clero diocesano. Dal 2015 è titolo cardinalizio.
L’antifona d’ingresso è tratta dall’Ecclesiastico (Siracide) (Sir. 1, 14-15), seguito dal Sal. 84 (83).
Benché sacerdote, san Giuseppe da Copertino non si distingueva per una grande cultura letterarai, ma siccome era un santo, Dio gli concesse la scienza delle cose divine, che, nelle Scritture, è precisamente chiamata Scientia Sanctorum.
La colletta contiene un’allusione velata ai voli estatici del Santo, che talvolta lo sollevavano in aria per poter baciare un’immagine di Gesù Cristo o della Vergine.
La prima lettura sulle qualità ed i meriti della carità (1 Cor. 13, 1-8) fa parte di quella della Domenica di Quinquagesima. Il redattore della messa la fa terminare al versetto 8, in cui l’Apostolo insegna che la carità può accendere anche della scienza - è senza dubbio un’allusione alla serafica semplicità del Santo, tanto più ricco di scienza di Dio quanto meno aveva brillato sui banchi di scuola.
Il responsorio è lo stesso per san Saba, il 5 dicembre.
I superiori ecclesiastici, per provare l’origine soprannaturale delle grazie del Santo, lo sottomisero a lunghe e dure prove ed a frequenti umiliazioni, relegandolo qui o là nei conventi solitari, per impedire che l’entusiasmo popolare per i prodigi compiuti da lui degenerassero in qualche disordine.
Relegato in Assisi fu accompagnato dallo stesso Ministro Generale in udienza dal papa Urbano VIII, dinanzi al quale il nostro Santo levitò. Allora il papa disse che due Santi in Assisi erano di troppo, in quanto vi era già san Francesco. Per questo, san Giuseppe fu mandato nelle Marche, ad Osimo.
La lettura evangelica (Mt 22, 1-14) è la parabola dell’invito alle nozze fatto ai mendicanti, che si tenevano agli incroci delle strade ed è la stessa della XIX Domenica dopo la Pentecoste. Mentre tanti scienziati non approfittano della divina grazia e non corrispondono alla loro santa vocazione, questo povero di spirito, nella semplicità del suo cuore, accettò l’invito del Signore e fu introdotto nella sala del banchetto.
L’antifona per l’offerta delle oblazioni (Sal. 35 (34)) fa allusione alle terribili macerazioni del Santo ed alla sua dolcezza verso coloro che l’osteggiavano.
Le altre due collette sono quelle del Comune dei Confessori non pontefici, come l’8 febbraio.
L’antifona per la Comunione del popolo è tratta dal Sal. 69 (68). È a prezzo della povertà e delle afflizioni che san Giuseppe da Copertino acquistò, per così dire, i doni straordinari di cui fu colmato: Ego sum pauper et dolens. Diventò povero, cioè umile, obbediente, piccolo ai suoi propri occhi, e dolens, cioè fu con le più dure mortificazioni che egli stampò nelle sue membra le stimmate della Passione del Cristo.
Si racconta che fu mandato talora dal suo superiore per esorcizzare indemoniati. Il Santo avvicinandosi agli infelici, si accontentava di mostrare al demonio il biglietto del suo superiore che gli ordinava di cacciarlo e dichiarava che non era lui, ma l’ubbidienza che esigeva la liberazione del povero energumeno: Io son venuto qua per ubbidienza e per questo tu hai da uscire da qua (così ricorda Angelo Pastrovicchi, Compendio della Vita, Virtu e Miracoli del B. Giuseppe di Copertino, Roma 1753, p. 47. Cfr. Alfio Giaccaglia, San Giuseppe da Copertino – Il Santo dei voli4, Osimo 2000, p. 126). È inutile dire che il diavolo non poteva tollerare un linguaggio tanto umile, e così lasciava l’invasato.


Ambito marchigiano, S. Giuseppe da Copertino in estasi, XVIII sec., Camerino

Ambito marchigiano, S. Giuseppe da Copertino in estasi dinanzi alla Santa Casa di Loreto, XVIII sec., Senigallia

Ambito abruzzese, S. Giuseppe da Copertino in levitazione estatica dinanzi alla statua della Vergine, XVIII sec., Pescara

Placido Costanzi, S. Giuseppe solleva per i capelli Baldassarre Rossi, XVIII sec., Palazzo Barberini, Roma

Ambito romagnolo, Estasi di S. Giuseppe da Copertino, XVIII sec., Faenza

Giovan Battista Ripani, Volo davanti all’Ammirantessa di Castiglia, Chiesa di S. Francesco, Fermo

Gaetano Lapis, Estasi di S. Giuseppe da Copertino, 1763, Perugia

Prima statua di S. Giuseppe, dopo la sua beatificazione, 1753, Santuario della Grottella, Copertino

Prima cassa dove furono custodite le spoglie di S. Giuseppe da Copertino, Santuario della Grottella, Copertino

Reliquie di S. Giuseppe durante la ricognizione canonica del 2012, Osimo

venerdì 16 settembre 2016

Inno "Crucis Christi" dai vespri della festa dell'Impressione delle Stimmate del Serafico Padre San Francesco




Dal Proprio francescano Inno dei Vespri per la festa dell'Impressione delle Stigmate del Serafico Padre San Francesco d'Assisi (v. anche qui):



Crucis Christi mons Alvérnae
Recénset mystéria,
Ubi salútis aetérnae
Dantur privilégia:
Dum Francíscus dat lucérnae
Crucis sua stúdia.

Hoc in monte vir devótus,
Specu solitária,
Pauper, a mundo semótus,
Condénsat ieiúnia:
Vigil, nudus, ardens totus,
Crebra dat suspíria.

Solus ergo clasus orans,
Mente sursum ágitur;
Super gestis Crucis plorans
Maeróre confícitur:
Crucísque fructum implórans
Animo resólvitur.

Ad quem venit Rex e caelo
Amíctu Seráphico,
Sex alárum tectus velo
Aspéctu pacífico:
Affixúsque Crucis telo,
Porténto mirífico.

Cernit servus Redemptórem,
Passum impassíbilem:
Lumen Patris et splendórem,
Tam pium, tam húmilem:
Verbórum audit tenórem
Viro non effábilem.

Vertex montis inflammátur,
Vicínis cernéntibus:
Cor Francísci transformátur
Amóris ardóribus:
Corpus vero mox ornátur
Mirándis Stigmátibus.

Collaudétur Crucifíxus,
Tollens mundi scélera,
Quem laudat concrucifíxus,
Crucis ferens vúlnera:
Francíscus prorsus inníxus
Super mundi foédera. Amen.

* * * * * * * *

Il Monte della Verna
rivive i misteri della Croce di Cristo;
là dove vengono elargiti
gli stessi privilegi che donano la salvezza eterna,
mentre Francesco volge
tutta la sua attenzione alla lucerna che è la Croce.

Su questo monte l’uomo di Dio,
in una caverna solitaria,
povero, separato dal mondo,
moltiplica i digiuni.
Nelle veglie notturne, pur nudo, è tutto ardente,
e si scioglie in lacrime con frequenza.

Recluso con sé solo, dunque, prega,
con la mente si innalza,
piange meditando le sofferenze della Croce.
È trapassato dalla compassione:
implorando i frutti stessi della croce
nella sua anima si va consumando.

A lui viene il Re dal cielo
in forma di Serafino,
nascosto dal velo delle sei ali
con volto pieno di pace:
è confitto al legno di una Croce.
Miracolo degno di stupore.

Il servo vede il Redentore,
l’impassibile che soffre,
la luce e splendore del Padre,
così pio, così umile:
e ascolta parole di un tale tenore
che un uomo non può proferire.

La cima del monte è tutta in fiamme
e i vicini lo vedono:
Il cuore di Francesco è trasformato
dagli ardori dell’amore.
E anche il corpo in realtà viene ornato
da stimmate stupefacenti.

Sia lodato il Crocifisso
che toglie i peccati del mondo.
Lo loda Francesco, il concrocifisso,
che porta le ferite della Croce
e completamente riposa
al di sopra delle cure di questo mondo. Amen.