martedì 19 aprile 2016

Pensieri divergenti. Il divorzio secondo San Tommaso Moro e secondo Bergoglio

Già in altre occasioni, abbiamo avuto modo di presentare, giustapponendolo, il sacrificio dei SS. Tommaso Moro e Giovanni Fisher, alle determinazioni sinodali che si profilavano (v. qui e qui). Oggi, quel che si diceva in riferimento ai due Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015 può ripetersi con riguardo all’esortazione post-sinodale Amoris laetitia. Oggi, probabilmente, nell’ottica della misericordiosa economia matrimoniale, quel sacrificio sarebbe visto quasi un’offesa ed un’opera non dettata da … misericordia … . Probabilmente sarebbero, oggi, i due Santi martiri a doversi scusare con Enrico VIII e la Bolena, per non aver considerato le loro esigenze coniugali, così come, probabilmente, quelli a dover essere scomunicati sarebbero stati – oggi – i due Santi e non il vizioso re e la sua concubina, che il sovrano volle fare sua sposa contravvenendo alle leggi di Dio e della Chiesa. Tempi e mentalità che cambiano. Forse. Ma Dio e la sua Legge non cambiano né possono essere cambiate per intervento umano, sebbene compiuto in alto loco per compiacere il mondo.

Pensieri divergenti. Il divorzio secondo San Tommaso Moro e secondo Bergoglio

“Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono”  (Luca, I, 50)

di Piero Vassallo


Legittima moglie del re inglese Enrico VIII (1491-1547) era Caterina d’Aragona (1485 – 1536), donna purtroppo inabile a generare un figlio maschio. Caterina fu tuttavia regina d’alto profilo spirituale, e sagace allieva e interprete della dottrina di San Tommaso Moro (1478 – 1535).
Malauguratamente Enrico, che in gioventù aveva dimostrato una illuminata fedeltà alla Santa Sede, rovesciò la sua intelligenza nella disonesta e sfrenata passione per la cortigiana Anna Bolena, alla quale si legò con un rito invalido, celebrato da un vescovo eretico e codardo.
Papa Clemente VII, che un tempo stimava il re inglese, nel 1536, a malincuore, fu costretto a scomunicare il bigamo che, per ripicca, indirizzò la Chiesa d’Inghilterra all’infelice e sterile cammino dello scisma e della feroce inimicizia nei confronti dei cattolici.
Il cammino dell’eresia fu tracciato dal delirante Atto di supremazia, che proclamava il re inglese capo supremo – dopo Cristo – della Chiesa d’Inghilterra.
La tracotanza del re conquistò il cuore dei pavidi e dei pusilli, ma allontanò dall’infetta corte gli uomini d’alto intelletto e di nobile sentire.
In prima linea fra i dissenzienti al monarca eretico e stragista, fu il filosofo e cancelliere Tommaso Moro, che conosceva il carattere suscettibile e iroso del suo re.
Moro agì con somma cautela, tuttavia non poté disobbedire alla sua coscienza e conservare una carica che contemplava l’approvazione del comportamento del re scomunicato.
L’implacabile, fumante superbia dell’infettato re si rovesciò allora contro l’irriducibile cancelliere.
Il risentimento del re (vero padre – insieme con Lutero – del furore anti cattolico) si manifestò il 13 maggio del 1534, allorché Tommaso Moro, processato da un canagliesco tribunale, insieme con il cardinale refrattario John Fisher (1469-1535) rifiutò di riconoscere la validità del divorzio e del successivo matrimonio del re con la chiacchierata Bolena.
Moro e Fisher ascoltarono impassibili la condanna a morte decretata dalla follia di un re intossicato dalle spirochete, e salirono sul patibolo piuttosto che rinnegare la sacralità del matrimonio indissolubile.
Nel 1936, papa Pio XI ha solennemente riconosciuta la virtù eroica dei martiri Tommaso Moro e Giovanni Fisher, testimoni del Vangelo di Nostro Signore.
Mentre sputo allegramente in faccia alla (pseudo) legge divorzista in disgraziato vigore, mi domando quale sia la ragione della sentenza vaticana che permette l’accesso alla Mensa eucaristica di persone viventi fuori dalla legge stabilita da Nostro Signore.
Come posso pregare i santi Moro e Fisher quando la loro resistenza al male divorzista è destabilizzata e quasi ridicolizzata dai ragionamenti (o arzigogoli) di un’autorità galoppante nelle prateria del buonismo o arrampicata sulle viscide colonne del quotidiano Repubblica? Non rimane che pregare i santi e sospendere il giudizio su Bergoglio o dimenticare la materia del contendere e tirare dritto.

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