giovedì 15 ottobre 2015

Il perfetto matrimonio cristiano di sant’Enrico e santa Cunegonda

Nella memoria di S. Teresa d’Avila, vergine, rilancio questo studio di Cristina Siccardi.



Canonizzazione di S. Teresa il 12 marzo 1622, da parte del papa Gregorio XV alla presenza del card. Ludovico Ludovisi, cardinal nipote ed arcivescovo di Bologna, ponente della causa, Scala del Duca, Museo delle carmelitane scalze, Monasterio de la Anunciación de Nuestra Señora, Alba de Tormes.
Il cartiglio del papa recita: DECERNIMUS, BONAMEMORIAE THERESIAM VIRGINE DE AVILA CUIUS VITAE SANTITATE FIDEI SINCERITATE, ET MIRACULUM EXCELLENTIAE PLENE CONSTANT. SANCTAM ESSE, ET SANCTORUM VIRGINUM CATALOGO ADSCRIBIMUS


Alberto de Rossi (?), Stendardo originario della canonizzazione, 1622, Museo delle carmelitane scalze, Monasterio de la Anunciación de Nuestra Señora, Alba de Tormes  

Anonimo, S. Teresa patrona di Spagna, 1820 circa, Museo della Santa, Avila

Anonimo, S. Teresa predica dinanzi ai dignitari della Chiesa, XVIII sec., Monastero di S. Giuseppe, Zamora

Pedro Orrente, Visione mistica di S. Teresa, XVII sec., Parrocchia di S. Stefano protomartire, Valencia

Juan de Peñalosa y Sandoval, Visione del collare del 15 agosto 1561, XVII sec., Cattedrale, Astorga

 Luis Juárez, S. Teresa prega per le anime del Purgatorio, Museo Nacional del Virreinato, Tepzotlán

Pietro Paolo Raggi, Estasi di S. Teresa, XVIII sec., museo diocesano, Genova

Cristóbal de Villalpando, Visione della Trinità di S. Teresa, XVIII sec., Museo Soumaya, Città del Messico

Juan Correa, S. Teresa come pellegrina, XVII sec.

Felipe Diricksen (o Diriksen o Deriksen), Visione di S. Teresa con donatore, 1630 circa, collezione privata

Felipe Diricksen (o Diriksen o Deriksen), Visione del collare, 1642 circa, Universidad de Navarra, Pamplona


Scuola spagnola, S. Teresa abbadessa e martire, XVII sec., collezione privata





Sepolcro di S. Teresa, Chiesa dell'Annunciazione, Alba de Tormes

Reliquiario del braccio di S. Teresa, Chiesa dell'Annunciazione, Alba de Tormes

Reliquiario del cuore di S. Teresa, Chiesa dell'Annunciazione, Alba de Tormes

Il perfetto matrimonio cristiano di sant’Enrico e santa Cunegonda

di Cristina Siccardi

Enzo Bianchi, il monaco laico, fondatore della Comunità di Bose riconosciuta non come ordine monastico, ma come Associazione privata di fedeli (a norma dei canoni 322, 114, 116 e 117 del Codice di diritto canonico), sostiene le ragioni del riconoscimento delle unioni civili tra persone omosessuali ed anche la separazione tra coniugi che non vanno più d’accordo.
Lo ha affermato nel corso di un’assemblea pastorale diocesana tenutasi a Trento, secondo quanto riporta la testata L’Adige: «La Chiesa non può avvallare il divorzio, ma se due persone non stanno bene assieme, e si avvelenano reciprocamente l’esistenza, è meglio che si separino. Diversamente, se due persone dello stesso sesso si vogliono bene e sono propense ad aiutarsi ed a sostenersi reciprocamente è giusto che lo Stato preveda una regolarizzazione del loro rapporto».
E ha così proseguito: «Dobbiamo chiedere scusa alle famiglie per la presunta superiorità mostrata dai religiosi nei tempi passati: la vita di coppia è molto difficile, e noi dobbiamo essere in grado di riconoscere il grande merito di chi sceglie di costruire un nucleo famigliare. Tuttavia, in una realtà in cui tutto è precario, dal lavoro alle relazioni, non possiamo aspettarci che l’amore o la famiglia non lo sia. Su questo, però, non possiamo permetterci in alcun modo di giudicare, né, tantomeno, di escludere».
Come i Valdesi non hanno accolto le scuse di Papa Francesco (http://www.riscossacristiana.it), così i cattolici non possono certo accettare le scuse di Enzo Bianchi: egli, è a fianco di coloro che nel Sinodo si fanno interpreti di una tragica rivoluzione sui principi matrimoniali, esterna pretestuose scuse tese a raggiungere formule erronee di relazioni coniugali, dove la persona non è più responsabile delle proprie scelte, coscienti e serie, fatte durante il Sacramento nuziale, che non ha nulla a che vedere con la precarietà del lavoro e la precarietà delle relazioni. La relazione precaria è relativa ai propri comodi edonisti, narcisisti e narcinisti non certo al giuramento che si compie di fronte all’altare.
Assertore della «famiglia precaria», Enzo Bianchi, giungendo «dal Canavese verde e un po’ eretico (tra Monsignor Bettazzi, il filosofo Piero Martinetti, Adriana Zarri) dove respira – una testimonianza conciliare lunga mezzo secolo – la Comunità di Bose» (http://vaticaninsider.lastampa.it), è stato grande amico del Cardinale Martini, che definisce «pneumatoforo», ambasciatore dello Spirito: «Mi legava a Martini una solida amicizia. Differente, filiale, il rapporto con padre Pellegrino, che – non esita il Priore – colloco all’apice degli pneumatofori. Ci prese per mano, quando, agli esordi, la Comunità attirò non poche incomprensioni. Si rivelerà un vescovo straordinario, senza eguali nell’episcopato italiano odierno: di una statura da Padre della Chiesa». I Padri della Chiesa, in realtà, hanno lottato contro errori, eresie e falsi profeti o «pneumatofori»…
L’Imperatore del Sacro Romano Impero e ultimo esponente della dinastia degli Ottoni Sant’Enrico II (973 o 978 – 1024) e sua moglie Santa Cunegonda di Lussemburgo (978 ca. – 1039) vissero in tempi «precari», ma il loro rapporto non fu precario e divenne di esempio per tutto il mondo occidentale e addirittura si adoperarono per rinnovare la vita della Chiesa e propagare la fede in Cristo in tutta l’Europa.
Votato inizialmente ad una carriera ecclesiastica, ricevette un’educazione scrupolosa presso la scuola capitolare di Hildersheim e a Ratisbona presso il santo vescovo Wolfango. Là acquisì una profonda pietà ed una precisa conoscenza dei problemi religiosi. Enrico ebbe un fratello, Bruno, che rinunciò agli agi della vita di corte per divenire pastore di anime come vescovo di Augusta, nonché due sorelle: Brigida, che si fece monaca, e Gisella, che andò in sposa al celebre Santo Stefano d’Ungheria.
Nel 995 Enrico II succedette al padre quale duca di Baviera e nel 1002 al cugino Ottone III come re di Germania. Contro Enrico insorse il celebre Arduino d’Ivrea, che dopo tante fatiche aveva ottenuto la corona d’Italia, ma questi lo sconfisse con un’armata e poi raggiunse Roma con sua moglie Cunegonda per ricevere nel 1004 la corona d’Italia da Papa Benedetto VIII. Nel 1014 il Pontefice lo consacrò imperatore del Sacro Romano Impero.
Segnata dall’impronta del realismo e della chiaroveggenza, la politica di Enrico II fu caratterizzata dall’abbandono delle grandiose mire universaliste di Ottone III e rafforzò l’alleanza del potere imperiale con la Chiesa. Sovrano consacrato alla più alta carica religiosa, presidente dei sinodi episcopali, canonico di alcune cattedrali, accrebbe l’autorità del clero. Restaurò nel 1004 l’Arcivescovado di Merseburg e nel 1007 fondò, con i propri beni, quello di Bamberg. Fu assai sensibile ad un sano rinnovamento della vita monastica, appoggiando alcuni riformatori come Riccardo di Saint-Vanne, sostenendo l’Abbazia di Cluny e il suo Abate Odilone.
Nel 1022 presiedette, insieme a Papa Benedetto VIII, il Concilio di Pavia, a conclusione del quale vennero emanati sette canoni contro il concubinato dei sacerdoti e la difesa dell’integrità dei patrimoni ecclesiastici: questo Concilio è considerato un momento importante del processo di riforma delle Chiesa dell’XI secolo.
Durante il regno ebbe al suo fianco Cunegonda, incoronata regina nel 1002 a Paderborn. Le fonti attestano che ella svolse un ruolo politico di primo piano. Fondò il monastero femminile di Kaufungen, vicino a Kassel, nel 1021. La coppia imperiale non ebbe figli e la causa viene rimandata a due ipotesi: voto di castità dei coniugi oppure sterilità. Alla fine dell’XI secolo sorse la tradizione della castità degli sposi. I primi a descriverla furono alcuni monaci dell’abbazia di Monte Cassino, molto legati all’Imperatore, Amato e Leone d’Ostia.
Secondo altre fonti, contemporanee ai fatti storici, viene attestata la sterilità di Santa Cunegonda. Le prime conoscenze sul matrimonio imperiale poggiano su tre brevi testi. Il cronista Titmaro di Merseburg riferisce la dichiarazione fatta da Enrico II al Sinodo di Francoforte del 1007: «(…) per mia ricompensa divina, ho scelto Cristo come erede, poiché non mi resta più alcuna speranza di avere una discendenza». Il secondo testo è una lettera del Vescovo Arnoldo di Halberstat (novembre 1007) ad un suo confratello di Würzburg: «(…) rifiutandogli una discendenza umana, farà di Dio, a Lui piacendo, il suo erede». Infine il monaco cluniacense Rodolfo il Glabro lascia scritto (prima del 1047): «Vedendo che da Cunegonda egli non poteva avere figli, non se ne separò a causa di questo, ma accordò alla Chiesa di Cristo tutto il patrimonio che avrebbe dovuto a dei figli».
Nell’alto Medioevo, una simile situazione terminava spesso con il ripudio della sposa. Come dimostra Rodolfo il Glabro, il fatto essenziale che colpì i contemporanei e fondò i termini per la reputazione di santità, fu l’inaudito rifiuto dell’Imperatore di ripudiare la moglie. La ragione di tale scelta è stata cercata nella profonda pietà cattolica dell’Imperatore, pietà che gli veniva da una tradizione ottoniana: i comportamenti matrimoniali costituirono un punto capitale delle relazioni fra gli Ottoni e la Chiesa. Infatti i suoi predecessori osservarono sempre una condotta matrimoniale esemplare: una stretta monogamia, unioni canonicamente irreprensibili, l’assenza di figli illegittimi e ripudi caratterizzarono la loro vita familiare. Emblematica una biografia commissionata dallo stesso Enrico II, la Vita della sua bisavola Santa Matilde, dove il sacramento matrimoniale primeggia: l’unione sponsale è qui celebrata come indissolubile e spiritualmente benefica per ogni coniuge. Ne emerge una coppia di sposi di stampo evangelico, modello di vita coniugale.
Enrico II non volle essere da meno della sua antenata e fu deciso nel credere e testimoniare l’indissolubilità matrimoniale, e tenne per sposa la sua Cunegonda. Ben diversa, ma similissima alle ribellioni odierne alle leggi di Dio, le scelte di un altro sovrano, Enrico VIII, il quale per ripudiare-divorziare dalla propria moglie preferì ripudiare-divorziare dalla Chiesa di Roma. E il Papa di allora, Clemente VII, non venne a patti con il ribelle d’Inghilterra. Che cosa deciderà di fare Papa Francesco con gli attuali ribelli di Cristo?

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