mercoledì 31 gennaio 2018

«Non abbandonarci alla tentazione»: indicazioni e controindicazioni, posologia e modalità d’uso della nuova supposta teologia liturgica

Dopo il contributo di Augustinus sul tema del “non indurci in tentazione” pubblicato nei giorni scorsi su questo blog (v. qui), ecco un godibile breve saggio, oggi, festa di S. Giovanni Bosco, del nostro amico Franco Parresio.




«Non abbandonarci alla tentazione»: indicazioni e controindicazioni, posologia e modalità d’uso della nuova supposta teologia liturgica

di Franco Parresio

È ormai ufficiale: a fine anno cambierà nelle chiese italiane la recita del Padre nostro: da dire «E non ci indurre in tentazione», si dovrà dire: «E non abbandonarci alla tentazione» (vqui).
Si tratta di una reinvenzione – frutto della traduzione pedestre approvata nel 2008 dalla CEI – del tutto erronea e fuorviante, nonché blasfema della preghiera per antonomasia del cristiano.
Se per Jean Carmignac (ormai da tempo defunto) «“Non ci indurre in tentazione” è un’affermazione blasfema» (v. qui), ancor più blasfema suona l’affermazione «Non abbandonarci alla tentazione»! Blasfema perché imputa a Dio la colpa dei nostri fallimenti. Esattamente come Adamo, che si schernisce rinfacciando a Dio: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato» (Gn 3,12).
Se Gesù, nostro Signore e Maestro, ci fa dire: «E non ci indurre in tentazione (et ne nos inducas in tentationem)» (Mt 6,13) è perché sa benissimo – Egli che pure «fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo (ductus est in desertum a Spiritu, ut tentaretur a diabolo)» (Mt 4,1) – il peso schiacciante della tentazione, onde, per non entrare in essa e cadervi, raccomanda di vegliare e pregare (Cfr. Mt 26,41; Mc 14,38; Lc 22,40; Lc 22,46); confortati dall’apostolo Paolo che rassicura: «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).
Si capisce, allora, bene – e senza strumentalizzazioni semantiche di carattere biblico-teologico, che farebbero rivoltare nella tomba lo stesso card. Martini – l’esortazione dall’apostolo Giacomo quando scrive: «Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano. Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte» (Gc 1,12-15).
Da notare, poi, che la stessa Bibbia CEI 2008 si è guardata bene dal modificare il passo di Matteo 4,1 traducendo: «Allora Gesù fu abbandonato dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo», giacché vi fu condotto, per essere «provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). E questo in linea col principio evangelico secondo il quale «il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro» (Gv 6,40). E quale preparazione meglio della tentazione? «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1).
Ma tutto questo evidentemente non interessa ai lodatori della Chiesa in uscita, pronti a somministrarci questa nuova supposta teologia liturgica postconciliare (supposta in tutti i sensi), che finalmente può cantare vittoria facendo propria La rivoluzione di Mogol (1967): «E son bastati pochi anni, soltanto poche ore per fare un mondo migliore; un mondo dove tutti saranno perdonati; chi ha vinto e chi ha perduto vedrai si abbraccerà» (ascolta qui).
Infatti, visto e considerato «con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile», secondo il diktat bergogliano (si noti che in latino “irreversibile” si traduce “letalis”), si potranno ad arte eludere nelle celebrazioni eucaristiche, e ove previsti, i riti penitenziali. Tanto a che servono?! E così anche si potrà eludere il can. 989 che prescrive: «Ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno». Che peccati gravi da confessare se Dio abbandona alla tentazione?
Ma come difendersi da questi inevitabili effetti collaterali e/o indesiderati della nuova supposta e supponente teologia liturgica?
Qualcuno già pensa di disertare la nuova Messa. Sbagliato! Basta leggere attentamente il foglietto illustrativo, cioè i documenti magisteriali ad hoc, per agire di conseguenza. Nella fattispecie consigliamo la Mediator Dei, l’Enciclica di Pio XII sulla Sacra Liturgia, che da poco ha compiuto settant’anni (portati benissimo), la quale, parlando della “partecipazione dei fedeli”, se da una parte vuole «che tutti i fedeli considerino loro principale dovere e somma dignità partecipare al Sacrificio Eucaristico non con un’assistenza passiva, negligente e distratta, ma con tale impegno e fervore da porsi in intimo contatto col Sommo Sacerdote […]: quando, cioè, tutto il popolo, secondo le norme rituali, o risponde disciplinatamente alle parole del sacerdote, o esegue canti corrispondenti alle varie parti del Sacrificio, o fa l’una e l’altra cosa», dall’altra riconosce che «l’ingegno, il carattere e l’indole degli uomini sono così vari e dissimili che non tutti possono ugualmente essere impressionati e guidati da preghiere, da canti o da azioni sacre compiute in comune. I bisogni, inoltre, e le disposizioni delle anime non sono uguali in tutti, né restano sempre gli stessi nei singoli. Chi, dunque, potrà dire, spinto da un tale preconcetto, che tanti cristiani non possono partecipare al Sacrificio Eucaristico e goderne i benefici? Questi possono certamente farlo in altra maniera che ad alcuni riesce più facile; come, per esempio, meditando piamente i misteri di Gesù Cristo, o compiendo esercizi di pietà e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dai sacri riti, ad essi tuttavia corrispondono per la loro natura».
Faccio notare che per la Mediator Dei questo principio vale non solo per il “Messale Romano” scritto in lingua latina: vale per «il “Messale Romano” anche se è scritto in lingua volgare»!
E questo dovendo stringere gli occhi e bere aceto dinanzi alla distruzione di Messa in forma ordinaria e… volgare, non potendo accedere alla boicottata Messa celebrata in forma straordinaria e davvero “Santa”.

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