domenica 14 agosto 2016

SANCTORUM ANTONII PRIMALDI ET SOCIORUM HYDRUNTINORUM, MARTYRUM

La Chiesa oggi commemora, oltre al martirio del francescano conventuale San Massimiliano Maria Kolbe, anche la festa dei Santi Ottocento Martiri di Otranto.
Essi furono uccisi il 14 agosto 1480 dai musulmani turchi di Agomet Pascià, agli ordini di Maometto II il Conquistatore, sul colle della Minerva, poco lontano dalla città di Otranto, dopo che lo stesso arcivescovo idruntino, Mons. Stefano Pendinelli (Stefano Argercolo de Pendinellis) (1403-1480), fu trucidato:
«Durante la notte precedente quello sventurato giorno, l’arcivescovo Stefano [...] aveva confortato tutto il popolo col divino sacramento dell’Eucarestia per la battaglia del mattino seguente, che lui aveva previsto». I turchi, «raggiunto l’arcivescovo che sedeva sul suo trono vestito con abiti pontificali e con in mano la croce, lo interrogarono chi fosse; ed egli intrepidamente rispose: Sono il rettore di questo popolo e indegnamente preposto alle pecore del gregge di Cristo. E dicendogli uno di loro: “Smetti di nominare Cristo, Maometto è quello che ora regna, non Cristo”, egli rispose indirizzandosi a tutti: “O miseri ed infelici, perché vi ingannate invano? Poiché Maometto, vostro legislatore, per la sua empietà soffre nell’inferno con Lucifero e gli altri demoni le meritate pene eterne; ed anche voi, se non vi convertite a Cristo e non ubbidite ai suoi comandamenti, sarete nello stesso modo cruciati con lui, in eterno”. Aveva appena terminato di proferire queste parole quando uno di loro, impugnata la scimitarra, con un sol colpo gli recise la testa; e, così decollato sulla propria sedia, divenne martire di Cristo nell’anno del Signore 1480, l’11 di agosto».

Ritratto di Mons. Stefano Pendinelli, Chiesa dell'Assunta, Galatina

Il 13 agosto, quando fu posto ai cittadini di Otranto la scelta - ieri come al giorno d'oggi - se abbracciare la fede islamica o soccombere, un tale Antonio Primaldo, di professione sarto, a nome di tutti rispose: “Credere tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui”. Rivolgendosi, dunque, ai Cristiani li esortò con queste parole: “Fratelli miei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della Patria e per salvar la vita e per li Signori nostri temporali, ora è tempo che combattiamo per salvar l’anime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in Croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella Fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la corona del martirio”. A queste parole incominciarono a gridare tutti a una voce con molto fervore che preferivano piuttosto mille volte morire con qualsivoglia sorta di morte che rinnegar Cristo. Dinanzi a questa limpida professione di fede, furono condannati a morte. Ed il mattino seguente, «quei prodi campioni della santa fede con la fune al collo e con le mani legate dietro le spalle, furono menati al vicino colle della Minerva. Con l’umile portamento, con l’aria divota e serena e col frequente invocare i nomi di Gesù e di Maria, facevano di sé spettacolo glorioso a Dio e gradito agli Angeli. Tutto quel tratto di strada, che corre dalla porta antica di mare fino al colle, risonò di sante preci, colle quali quelle anime grandi imploravano la grazia di consumare il sacrifizio delle loro vite». Si confortavano l’un altro a «pigliar pazientemente il martirio e questo faceva il padre al figlio, e il figlio al padre, il fratello al fratello, l’amico all’amico, il compagno al compagno, con molto fervore e con molta allegrezza. … Girava intorno ai cristiani un turco importuno con alla mano una tabella vergata in carattere arabo. L’apostata interprete la presentava a ciascuno e ne faceva la spiegazione, dicendo: Chi vuol credere a questa avrà salva la vita; altrimenti sarà ucciso. Ratificarono tutti la professione di fede e la generosa risposta data innanzi: onde il tiranno comandò che si venisse alla decapitazione, e, prima che agli altri, fosse reciso il capo a quel vecchio Primaldo, a lui odiosissimo, perché non rifiniva di far da apostolo co’ suoi. Anzi in questi ultimi momenti, prima di chinare la testa sul sasso, aggiungeva a’ commilitoni che vedeva il cielo aperto e gli angeli confortatori; che stessero saldi nella fede e mirassero il cielo già aperto a riceverli. Piegò la fronte, gli fu spiccata la testa, ma il busto si rizzò in piedi: e ad onta degli sforzi de’ carnefici, restò immobile, finché tutti non furono decollati. Il portento evidente ed oltremodo strepitoso sarebbe stata lezione di salute a quegl’infedeli, se non fossero stati ribelli a quel lume che illumina ognuno che vive nel mondo. Un solo carnefice, di nome Berlabei profittò avventurosamente del miracolo, e, protestandosi ad alta voce cristiano, fu condannato alla pena del palo». L’orrendo massacro lasciò il colle della Minerva rosso di sangue, coperto quasi interamente dai corpi degli Ottocento: era il 14 agosto, vigilia dell’Assunzione di Maria SS.
Purtroppo, oggi, vi sono studiosi che, con argomentazioni leziose, cercano di mettere in dubbio la realtà del martirio degli Ottocento idruntini, affermando che essi furono sterminati non in odio alla fede, bensì perché non si erano arresi all'assedio islamico (v. Paolo Mieli, Martiri di Otranto, ombre sulla strage compiuta dagli ottomani nel 1480, in Corriere della sera, 16.5.2016). Ma si tratta di studi assai parziali, e fondati sul "politicamente corretto" odierno, poiché non tengono conto che, sebbene gli idruntini resistettero strenuamente all'assedio islamico, nondimeno, una volta penetrati gli assalitori all'interno della Città, posero agli assediati non già il dilemma se arrendersi o soccombere, ma se convertirsi o soccombere. Una diversa lettura degli eventi è senz'altro da ritenersi fantasiosa e non fondata sui documenti e le testimonianze storiche.
Per riferimenti ed approfondimenti, rinvio qui ed allo studio di Alfredo Mantovano, Gli Ottocento Martiri di Otranto, in Cristianità, maggio 1980, n. 61, pp. 14-19, ripubblicato con aggiornamenti in occasione della canonizzazione dei martiri nel 2013 (vqui).







Urna delle reliquie dei Martiri, conservata in una nicchia della Cappella dedicata ai Santi Martiri, Cattedrale, Otranto. All'interno è possibile vedere una spiga lì finita durante la raccolta delle ossa dal terreno nel quale erano sparse.

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