mercoledì 15 giugno 2016

Il “martirio teologico” del diacono Rustico e gli errori di papa Vigilio (VI sec.)

Rilanciamo volentieri, nella festa dei SS. Vito e compagni martiri, quest’interessante contributo sulla storia della Chiesa, all’epoca del concilio di Calcedonia.



STORIA DELLA CHIESA IL “MARTIRIO TEOLOGICO” DEL DIACONO RUSTICO E GLI ERRORI DI PAPA VIGILIO (VI sec.)

di Don Roberto Spataro


È sempre molto istruttivo rivisitare la Storia della Chiesa.
Nel VI secolo dopo Cristo, il diacono romano Rustico, un teologo di prima classe, di cui ci resta un’opera di cristologia intitolata Disputatio contra Acephalos (con questo termine si indicavano i Monofisiti che negavano il dogma cristologico definito dal Concilio di Calcedonia nel 451) entrò in disaccordo con il Pontefice romano, Vigilio, al quale era legato da vincoli di parentela: era il figlio del fratello del Papa. Vigilio giunse a scomunicare il nipote e a deporlo dall’ordo diaconorum.
Entrambi si trovavano a Costantinopoli, dove una buona parte dell’aristocrazia romana si era rifugiata a seguito delle interminabili guerre gotiche che stavano devastando la penisola. Il Papa, eletto, stando ad alcune fonti, per una serie di torbide manovre, era stato di fatto arrestato dall’Imperatore Giustiniano e tradotto a Costantinopoli per confermare la condanna dei Tre Capitoli, fortemente voluta dall’Imperatore. “Tre Capitoli” sono tre autori, Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro, Iba di Edessa, ritenuti eretici dai monofisiti. In realtà, erano autori che, pur ispirandosi ad una cristologia formulata in modo ancora immaturo, erano giustamente considerati ortodossi da coloro che difendevano il Concilio di Calcedonia. In altre parole, per i monofisiti condannare i “Tre Capitoli” significava rimettere in discussione le decisioni del Concilio di Calcedonia, il più importante nella storia della Chiesa per la definizione dello statuto ontologico di Gesù Cristo, due nature, integre e perfette, unite, senza divisione e senza confusione, in un’unica persona. Giustiniano, pur di placare le contese religiose che indebolivano l’Impero, sotto la pressione della moglie Teodora, dichiaratamente monofisita, era disponibile a sacrificare i “Tre Capitoli”, con una condanna post mortem, pur di placare la ribellione dei monofisiti.
Il Papa cedette e con il suo Iudicatum confermò la condanna. Successivamente, con un atteggiamento ondivago, confuso, ambiguo, ritrasse la condanna per poi ribadirla, sia pure con alcuni distinguo che aumentarono le incertezze. La Chiesa in Occidente reagì opponendosi alle decisioni del Papa. Le Chiese di Aquileia e Milano ruppero persino la comunione con Roma e si consumò un doloroso scisma ricucito dopo un secolo.
In queste infelici circostanze, operò il diacono Rustico, strenuo difensore del Concilio di Calcedonia, dotato di una pietas sincera e fervorosa, uomo di fede e di preghiera, animato dalle autentiche motivazioni di una coscienza religiosa sensibile e schietta. La sua intensa attività di corrispondenza aiutò l’episcopato a formulare un giudizio retto sulla “posta in gioco” e sull’atteggiamento assunto dal Pontefice che, cedendo alle minacce, alle lusinghe, alle pressioni della corte imperiale, con i suoi pronunciamenti, rischiava di rimettere in discussione il dogma cristologico.
Che cosa pensare del dissenso apertamente manifestato dal diacono Rustico nei confronti del Pontefice? Il clima generale dell’epoca imponeva di “schierarsi”: perché ogni moderazione appariva un cedimento o un compromesso. In tale situazione, il comportamento del papa Vigilio lasciava disorientati anche i suoi più fedeli collaboratori. Tutti erano ben consapevoli della pretestuosità della questione dei Tre Capitoli: la loro riprovazione serviva da “maschera” per coprire un atto teologicamente molto più grave: la condanna della definizione cristologica del Concilio di Calcedonia. L’atteggiamento vago e incomprensibile di Vigilio, giustificabile forse per le circostanze sfavorevoli in cui venne a trovarsi, non aiutava certamente a rasserenare gli animi di coloro che erano sinceramente e giustamente preoccupati di non intaccare l’autorità e il valore del IV Concilio Ecumenico. La storia recente aveva dimostrato che i tentativi di oscurarlo e di minimizzarlo erano sempre possibili e, una volta attuati, le loro conseguenze potevano risultare devastanti. Di qui la fermezza adoperata da Rustico e, in questo senso, ci sentiamo di giustificare il suo operato: il suo fu un “martirio teologico” per la difesa del bene più prezioso nella Chiesa, la fede in Gesù Cristo.

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