giovedì 24 dicembre 2015

Il Natale di sant’Ambrogio

Nella vigilia del Santo Natale del Signore secondo la carne, un saggio sulla festa come concepita dal grande vescovo di Milano Ambrogio come argine all’eresia del suo tempo, quella ariana.

Il Natale di sant’Ambrogio

di Cristina Siccardi

Il primo documento che registra la celebrazione della festa del Santo Natale il 25 dicembre del 336 è il Cronografo del 354 (Chronographus anni 354), primo Calendario della Chiesa di Roma. Si tratta di un Calendario illustrato, accompagnato da testi, realizzato dal calligrafo Furio Dionisio Filocalo.
Il codice venne offerto ad un aristocratico romano di fede cristiana di nome Valentino. Sant’Ambrogio (339/340 – 397) visse i suoi anni giovanili a Roma e fu qui che conobbe la festa del Santo Natale, quando sua sorella Marcellina fece professione religiosa nel Natale dell’anno 352 o 354 nella basilica di San Pietro e la cerimonia venne presieduta da Papa Liberio.
Sant’Ambrogio ricorderà alla sorella le parole del Pontefice pronunciate quel 25 dicembre: «Quando, il giorno di Natale nella basilica dell’apostolo Pietro, tu sigillavi la professione della verginità anche con il mutamento dell’abito – e per la professione della vergine quale giorno più adatto di questo, in qui un figlio fu dato alla Vergine? – alla presenza di molte fanciulle di Dio che andavano a gara per divenire tue compagne, Liberio disse: Nobili nozze hai desiderato per te, o figliola! Guarda quanta folla è qui venuta per celebrare il Natale del tuo sposo; …oggi (il tuo sposo) è nato dalla Vergine come uomo, ma è stato generato dal Padre prima di ogni cosa: simile alla Madre nel corpo, al Padre nella potenza. Unigenito in terra, unigenito in cielo: Dio da Dio, partorito dalla Vergine; giustizia del Padre, onnipotenza dell’Onnipotente, luce da luce, non inferiore a colui che l’ha generato…» (Le vergini, libro III, n. 1-4).
Divenuto Vescovo di Milano, Sant’Ambrogio introdusse la festa del Natale nella sua città episcopale, fra il 380 e il 386. Non fu soltanto il ricopiare un uso romano, ma la ricorrenza della natività del Salvatore divenne per il primo fra i quattro grandi dottori della Chiesa latina (San Girolamo, Sant’Agostino e San Gregorio I papa), l’occasione propizia e sempre ricercata per combattere l’eresia ariana (che umanizzava Cristo, spogliandolo della sua divinità. Ciò che accade nuovamente oggi nel contemporaneo neoarianesimo della cristianità): glorificare il Mistero dell’Incarnazione compiutasi in Maria Santissima, fu la perfetta occasione per dichiarare e diffondere, fra i potenti e gli umili, la Verità sul Cristo Dio.
Se si considera l’importanza della funzione da lui svolta nella vita politico-religiosa dell’ultimo terzo del IV secolo – e non solo la qualità del teologo, dell’esegeta, del pensatore e del letterato – il Vescovo di Milano ha esercitato nella storia dei rapporti fra Chiesa e Stato un’azione più decisiva e di portata più vasta rispetto a San Girolamo o Sant’Agostino.
Ambrogio appare come il Santo delle contraddizioni trascese, illustrate dai due simboli che gli attribuì il Medioevo: la sferza ricorda l’energia indomabile dispiegata nella lotta contro ogni deviazione dottrinale, in particolare l’Arianesimo, dal Vescovo che usò magistralmente la parola, la prosa e la poesia; l’alveare e lo sciame d’api, invece, evocano non soltanto un episodio miracoloso della sua prima infanzia (mentre Ambrogio neonato dormiva nella culla, uno sciame di api si posò sulla sua bocca, dalla quale e nella quale esse entravano ed uscivano liberamente), ma soprattutto la virtù della sua parola, che sapeva farsi dolce come il miele per celebrare, nel commento al Cantico dei Cantici, le delizie dell’unione dell’anima con il Verbo Incarnato.
Sant’Ambrogio ha infatti saputo conciliare qualità raramente congiunte in uno stesso Santo: l’autorità, la perspicacia e lo spirito di decisione dell’alto funzionario al servizio dello Stato romano prima e al servizio della Chiesa dopo, con l’umiltà, lo spirito di rinuncia al mondo, l’interiorità del mistico. La determinazione inflessibile di fronte agli Imperatori e l’attività instancabile, nonostante un corpo piuttosto debole e malato, come viene rappresentato infatti nel mosaico di San Vittore in Ciel d’Oro, si intrecciano allo stesso tempo con la compassione e la disponibilità di un uomo di Dio che lasciava sempre aperta la porta della sua stanza di lavoro.
«Muro» o «colonna della Chiesa», «torre di Davide contro Damasco», secondo le immagini dei primi biografi Rufino e Paolino di Milano, questo Vescovo che, ispirato dal timore di Dio, non ha mai avuto paura di dire la verità ai potenti, si presenta anche come Pastore esemplare, guida straordinaria ed evangelizzatore instancabile. Mistico e uomo d’azione, Sant’Ambrogio è stato anche un grande poeta i cui Inni, con ammirevole concisione, formano un compendio della vita cristiana. Egli ha scritto alcune fra le più belle pagine della lingua latina, ove si intrecciano il lirismo ardente e il vigore dialettico. Rémy de Gourmont, nel suo Latin mystique, ha reso giustizia al genio poetico del primo Vescovo di Milano: «[…] le odi di sant’Ambrogio sono rimaste i fiori più squisiti del simbolico giardino della liturgia».
Davvero interessante che Sant’Ambrogio si sia “servito” proprio del Natale per arginare l’eresia ariana. Di ciò abbiamo testimonianza nel commento che il Vescovo fece del Vangelo di San Luca: «S. Luca narra succintamente il modo, il tempo, il luogo della nascita di Cristo secondo la carne; se cerchi invece la sua generazione celeste, leggi il vangelo di S. Giovanni, che comincia dal cielo per scendere sulla terra. Lì troverai quando era, come era, che cosa aveva fatto, che cosa faceva, dov’era, dove è venuto, come e quando e per qual fine è venuto… Conosciamo la duplice generazione, e ciò che com­pete all’una e all’altra; conosciamo pure il motivo della sua venuta: prendere su di sé i peccati di que­sto mondo avviato alla rovina per distruggere in se stesso, lui che è invincibile, la sventura del peccato e della morte».
E dopo aver descritto con le parole di Luca la nascita di Cristo, così prosegue: «Ti sembrano forse trascurabili i segni con i quali Dio si rivela: gli angeli che lo servono, i Magi che lo adorano, i martiri che gli rendono testimo­nianza? Esce da un seno materno, ma rifulge nel cielo; giace in una terrena dimora, ma regna nella luce celeste. Lo partorisce una sposa, ma lo concepi­sce una vergine!» (Commento al Vangelo di Luca, 2, 40-43).
Vicino alle ragioni teologiche, non mancarono ad Ambrogio delle motivazioni pastorali, per introdurre la celebrazione del Natale a Milano. In questa città come del resto a Roma, c’erano sopravvivenze del culto a Mitra, il dio del sole; anche i cristiani avevano segnato la natività di Cristo, vero Sole di giustizia, il 25 dicembre e Sant’Ambrogio propose queste riflessioni: «Il sole avanza, inondando il giorno di un grande splendore, il mondo di una gran luce, e tutto riscaldando con il suo calore. Stai attento, o uomo, a non valutarne soltanto la grandezza: potrebbe succedere che il suo straordinario Fulgore ti accechi la vista dell’anima… Ma quando vedi il sole, rifletti al suo fattore, quando te ne innamori, esalta il suo creatore. Se tanto bello è il sole, pure essendo strettamente associato alla sorte di ogni cosa creata, quanto non sarà mai splendido il “sole di giustizia”» (Commento al salmo 119, 90-91).
Paragona il Verbo Incarnato ad un gigante dalla duplice natura divina ed umana che compie dei passi e fa dei balzi che travalicano i luoghi creati: Gesù esce dal Cielo per arrivare alla Vergine, dal seno della Vergine nel presepe, dal presepe al Giordano, dal Giordano sulla croce, dalla croce nel sepolcro, dal sepolcro nel Cielo. Compiuta la descrizione di questo grande cammino (l’autore parla di «salti», allo stesso modo che ne parlerà, più tardi, San Gregorio Magno), la poesia di Ambrogio diventa invito al Redentore a cingersi dalla carne umana come di un’armatura trionfale: «O uguale all’eterno Padre – cingi l’umiltà della carne, – per rafforzare l’infermità del nostro corpo – con perenne fortezza».
E a questo punto il testo riconduce ad una strofa di un suo inno per il Natale del Signore: «Christe redemptor omnium…», dove ci si rivolge al Salvatore ricordandogli che anche lui, un giorno, pur nascendo da una Vergine illibata, ha preso la forma del nostro corpo. È la celebre strofa che iniziava con il «Memento, rerum conditor – nostri quod olim corporis – sacrata ad alvo Virginis – nascendo formam sumpseris»: questa carne che oggi diventa carne del Redentore, è una carne che, in coloro che sono redenti, ma non sono ancora giunti alla salvezza, sente il fremito della passione, che tante volte può spingere a dimenticare che la stessa carne è diventata la carne del Redentore.
L’inno si chiude con una contemplazione orante, che Ambrogio fa quasi inginocchiandosi di fronte al presepe (il termine è composto da prae – innanzi – esaepes – greppia/mangiatoia/recinto): «Praesepe iamo fulget tuum…»: «già rifulge il tuo presepe – e la notte spira nuova luce; – che nessuna notte valga a spegnere – e che splenda di fede inestinguibile». Ambrogio non è il primo ad avvicinarsi al presepe, prima di lui Giustino ed Origene. Qui, dove la greppia di Betlemme (vuota nel primo presepe vivente realizzato nel 1223 a Greccio da San Francesco e miracolosamente riempita da Gesù Bambino, che il Santo d’Assisi abbracciò piangente), Ambrogio dopo aver spaziato sui grandi temi teologici delle due nature e dell’abbassamento del Verbo, si mette vicino al Bambino Divino: la notte della vita acquista nuova luce, che nessuna forza potrà mai spegnere, perché la fiamma è data dalla Fede, prima luce che brilla nel presepe del Signore Gesù.
«Volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto; fu avvolto in pochi panni perché tu venissi sciolto dai lacci di morte; giacque nella mangiatoia per collocare te sugli altari; scese in terra per elevare te alle stelle; non trovò posto in quell’albergo perché tu potessi avere il tuo nella patria celeste. – Da ricco che era, si fece povero per voi – dice l’apostolo – perché per la sua povertà voi diventaste ricchi. Quella povertà è dunque la mia ricchezza, la debolezza del Signore è la mia forza. Volle per sé ristrettezze e per noi tutti l’abbondanza. I pianti di quell’infanzia mi purificano, quelle lacrime lavano i miei peccati. O Signore, io sono più debitore per le tue sofferenze redentive, che non per la tua potenza creatrice. Sarebbe perfino inutile nascere, se non avessimo il vantaggio d’essere redenti» (Isacco e l’anima, 4, 35).

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