martedì 27 ottobre 2015

Card. Burke: "La ‘Relatio finalis’ manca di chiarezza sulla indissolubilità del matrimonio"

All’indomani del Sinodo ordinario sulla famiglia, si sono affacciate pressoché immediatamente, sia da parte ortodossa sia da parte novatrice, attestati di vittoria (cfr. i commenti di Chiesa e postconcilio qui, qui, qui, qui e qui; di Rorate caeli qui, qui, qui e qui e di Riscossa cristiana, v. qui). Così ha fatto il “card.” Kasper, a cui ha ribattuto il card. Pell ascrivendo la "vittoria" al suo schieramento (v. qui, qui e qui), ma anche il card. Bagnasco (v. qui) e Mons. Negri (v. qui).
C’è anche chi si è dilettato in calcoli matematici per arguire – forse con un eccesso di semplicismo – la “vittoria” della frangia ortodossa all’interno dell’assise sinodale (v. qui e qui).
Quel che si può dire è che non è andato benissimo per i novatori. Ma non è andata, per altro verso, per loro, neppure troppo male. A conti fatti. Certo, non è stato inserito il richiamo e la legittimazione della c.d. affettività omosessuale e gender. Ed è quasi un miracolo se si considera la gaia macchina da guerra messa in campo da alcuni episcopati, soprattutto del Nord Europa (Germania e Belgio, ma non solo), contro cui si è opposta, avendo la meglio, con decisione e convintamente pressoché tutta la Chiesa d'Africa, ed in special modo il card. Sarah, definito come il "Benedetto africano" (v. qui), tanto da suscitare una reazione piccata dei vescovi belgi (v. qui) e la convinzione che, oggi, l'Africa ben possa essere la nuova patria del Cristo come afferma sempre il card. Sarah (v. qui).
Certo, i novatori hanno dovuto mandar giù un documento vago e generico sui divorziati risposati, dove non è menzionata expressis verbis la Comunione per questi, benché la si lasci intendere attraverso un giro di locuzioni verbali (la qualificazione, ad es., per i divorziati risposati, di «membra vive» della Chiesa o il fatto che ricevano addirittura doni e carismi dallo Spirito Santo e facciano persino esperienza feconda del Corpo di Cristo; terminologia, che, teologicamente parlando, implica il ritenerli in stato di Grazia e, dunque, con la possibilità, per loro, di accedere anche all’Eucaristia!). Certo, tutto questo è vero. Ma non possiamo tacere che questa relazione va in ogni caso nel senso di un ribaltamento della prassi. Va ben al di là di quanto Giovanni Paolo II aveva ammesso nella Familiaris consortio. Sebbene sia vero che lì il papa polacco parlava di valutazione “caso per caso”, questo, però, era riferito alla partecipazione alla vita ecclesiale (all’essere o no padrini di battesimo o cresima, al poter far battezzare il figlio nato dall’unione in seconde nozze, all'essere ammessi alla Comunione dietro promessa di convivere in castità ut frater et soror, ecc.). Ma lo stesso Giovanni Paolo II non ammetteva alcuna eccezione “caso per caso” per i divorziati risposati («La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»). I sinodali si son guardati bene dal citare e richiamare integralmente il par. 84 della Familiaris Consortio! Ne hanno riportato, in maniera fuorviante, solo un pezzo, per darne un particolare significato: quello da loro desiderato. Non dimentichiamo, a questo riguardo, che il testo della relazione era stato approvato all'unanimità da una speciale commissione nella quale sedevano per lo più novatori, come aveva ricordato in conferenza-stampa lo stesso P. Lombardi (v. qui)! Ed in questo senso si erano espressi, d'altronde, sia novatori, che parlavano di "pastorale caso per caso" (v. qui), sia "conservatori" (v. qui); entrambi auspicanti una via fluida o soft, insomma, come è stato detto da qualcuno (v. qui), che potesse essere interpretata in un senso o nell'altro da ognuno degli schieramenti; una via suggerita proprio dalla frangia germanica (v. qui), scomodando persino il Doctor Angelicus (v. qui), nel segno, ad ogni modo, di una "prudente apertura" (v. qui). Peccato che il richiamo al magistero di Giovanni Paolo II per legittimare il “caso per caso” sia decisamente arbitrario e rappresenti un’alterazione del pensiero di quel Pontefice. Si è andati, di fatto, ben al di là di quello che aveva sancito papa Wojtyla!
Non è vero che nulla è mutato. Ora, nulla sarà come prima.
Ha ragione, dunque, quanto afferma il prof. De Mattei, in un suo recente commento, secondo cui chi ha perso davvero, in sede sinodale, è stata la morale cattolica (v. Il Sinodo fallito: tutti sconfitti, a cominciare dalla morale cattolica, qui), essendosi preferita una formula compromissoria, ambigua, vaga e generica, simil-conciliare (v. quiqui e qui), e, come tale, insoddisfacente dal punto di vista cattolico, che apre evidentemente al seguito … . Ha ragione a questo proposito il blog Rossoporporache afferma come i vescovi conservatori, che erano in maggioranza, hanno accettato il compromesso, cioè i paragrafi della Relazione finale riguardanti i divorziati risposati, mossi dalla preoccupazione «di mostrare pubblicamente una Chiesa sostanzialmente ancora unita», sebbene, per loro, l’intendimento era quello di non ammettere i divorziati risposati alla Comunione (v. qui). Preoccupazione non si sa sino a che punto legittima, visto che qui è in ballo la Verità e si sa che si deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (Act. 5, 29), anche se questo avrebbe potuto compromettere un'unità che, ormai, è solo fittizia, essendo emerse, proprio in sede sinodale, drammaticamente due chiese: una cattolica ed unita ed una, diversa, non cattolica, novatrice, impregnata dello spirito di questo mondo.
Del resto, se alcuni sacerdoti, parroci e vescovi, pur in buona fede, forse seguendo alcuni primi commenti di "esperti" normalizzanti e tranquillizzanti e, per questo, minimizzanti (v. quiquiqui, qui, qui, qui, quiqui e qui), hanno affermato di primo acchito, fondandosi su un’interpretazione approssimativa e, probabilmente frettolosa, del testo sinodale, che nulla sarebbe stato innovato; a costoro, si diceva, bisognerebbe, però, domandare che spiegassero, da parte l'utilità di due assisi sinodali sul tema (a che pro due sinodi se tutto è rimasto tale e quale?), perché ben 80 Padri sinodali abbiano votato contro il par. 85 del documento (se nulla sarebbe stato cambiato, perché questi hanno votato contro?) e bisognerebbe che spiegassero anche il motivo per il quale la Sala Stampa vaticana non si sia affrettata a smentire il senso dei vari titoli giornalistici, interpretazione portata avanti pure da giornalisti vicini all’attuale Curia romana, che, al contrario, hanno parlato di “apertura” nei confronti dei divorziati-risposati (v. quiqui, qui, qui, qui e qui. Cfr. però qui) e di legittimazione di una prassi ampiamente utilizzata e palesemente contra legem (v. qui). Rimarrebbe da spiegare ancora anche il fatto che, se tutto fosse rimasto come prima, cosa bisognerebbe valutare “caso per caso”. Interrogativi che è giusto che i pastori di anime si pongano in maniera critica.
D'altronde a spegnere sul nascere ogni lettura "ortodossa" della Relazione contribuiscono le stesse esternazioni curiali. Significativo è, ad es., che lo stesso vescovo di Roma, intervistato ancora dall'immancabile Eugenio Scalfari (smentito, non molto credibilmente, visti i precedenti, da P. Lombardi, qui e qui), abbia dichiarato che "l'ammissione dei divorziati ai Sacramenti conferma che quel principio è stato accettato dal Sinodo. Questo è il risultato di fondo, le valutazioni di fatto sono affidate ai confessori ma alla fine di percorsi più veloci o più lenti tutti i divorziati che lo chiedono saranno ammessi" (v. qui).  Ancora: è emblematico che il gesuita P. Spadaro, molto vicino al vescovo di Roma, in un recente articolo su La Civiltà Cattolica confermi quest'apertura dei varchi per i divorziati risposati (v. La vocazione e la missione della famiglia. Il XIV Sinodo ordinario dei vescovi, in Civ. catt., 2015, IV, pp. 311-314. V. anche qui la sintesi di Magister). 
La Chiesa, come ricorda anche il prof. De Mattei nell'articolo sopra citato, ha sempre difeso, invece, l’oggettività della legge e l’eternità della Verità contro ogni soggettivismo di sorta. Ma se l’accedere o meno alla Comunione per essere, dunque, “membra vive” della Chiesa, deve essere valutato “caso per caso” (v. qui e qui), si assiste, invece, al trionfo del soggettivismo, del relativismo e dell’eresia della c.d. etica della situazione, riprovata più volte dal venerabile Pio XII ed inoltre, da ultimo, dal decreto del Sant’Uffizio del 2 febbraio 1956 (in AAS, vol. 48, 1956, pp. 144-145).




In questo documento, il Sant’Uffizio ricordava, come è stato opportunamente posto in luce in un interessante saggio del luglio dell’anno scorso (v. qui), che la morale oggettiva e tradizionale ha sempre studiato le circostanze (quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, cioè quando/chi, cosa, dove, con quali mezzi, perché, come, quando), che accompagnano l’atto umano, ma non ha mai posto le circostanze, le esigenze soggettive e situazionali in luogo della legge morale oggettiva, naturale e divina (tutto il contrario insomma dell’invito al discernimento “caso per caso”!). Le circostanze possono mutare la specie del peccato (ad es., se “chi / quis” viene ucciso è una persona che ha fatto il voto di religione ci si macchia anche di sacrilegio, oltre che di omicidio), possono diminuirla ed anche annullarla (se qualcuno è costretto sotto tortura, “con quali mezzi/quibus auxiliis”, a rivelare un segreto) oppure possono aggravarla (se si ruba una materia grave si commette peccato mortale, mentre se si ruba una materia lieve si commette peccato veniale), ma non sono la legge e la morale. La circostanza è qualcosa che sta attorno (“circum-stare”) ad un nucleo essenziale, come suo accessorio. In teologia morale si parla delle circostanze dell’atto umano, le quali sopravvengono a modificare la moralità dell’atto, che è data essenzialmente dall’oggetto, mentre le circostanze ne sono la parte secondaria e accessoria, anche se non insignificante. Con la morale soggettiva della situazione, invece, prevale il significato psicologico, ossia l’uomo cosciente o consapevole di esistere ed agire e che reclama il primato assoluto della coscienza soggettiva sulla legge morale oggettiva. Perciò alle leggi della Chiesa cattolica, giudicate troppo rigide, si oppone la legge semplice e sovrana della coscienza individuale. L’errore consiste nel voler sostituire alle norme oggettive le aspirazioni soggettive e il sentimento personale, o forse dovrebbe dirsi il capriccio e la licenza, ignorandosi che, affinché un’azione possa considerarsi buona da un punto di vista morale, occorre che siano buone tanto l’oggetto dell'azione quanto le circostanze (delle quali è importantissima l’intenzione o il “cur / per quale fine”). Al contrario, se uno di questi due elementi non è buono (ad es., fare l’elemosina per pavoneggiarsi), l’azione è moralmente guasta e cattiva, e perciò riprovevole. Nel caso dei divorziati risposati, sebbene le circostanze possano in taluni casi umanamente comprendersi (ad es. il voler rifarsi una vita dopo un naufragio matrimoniale o porre fine alla solitudine), certamente non può valutarsi positivamente l’oggetto dell’azione (l’essersi risposati), checché ne dicano alcuni sinodali (v. qui) per i quali i divorziati risposati non vivrebbero in stato di adulterio (sic!), in quanto contrario alla legge divina: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Marc. 10, 11-12. Cfr. Luc. 16, 18 e Matt. 19, 9. Sulla questione del porneia richiamato da Matteo, cfr., in epoca non sospetta, quanto affermava l’allora Mons. Ravasi, qui). San Paolo, d'altronde, ammoniva: «Si sente da per tutto parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra pagani, al punto che uno convive con la moglie di suo padre. E voi vi gonfiate di orgoglio, piuttosto che esserne afflitti, in modo che si tolga di mezzo a voi chi ha compiuto una tale azione! Orbene, io, assente con il corpo ma presente con lo spirito ho già giudicato come se fossi presente colui che ha compiuto tale azione: nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati insieme voi e il mio spirito, con il potere del Signore nostro Gesù, questo individuo sia dato in balia di satana per la rovina della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore» (1 Cor. 5, 1-5). Ed aggiungeva sempre scrivendo alla comunità di Corinto: «Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (1 Cor. 6, 9-10).
Tornando al nostro discorso, che dire ancora del Sinodo?
Certo, è vero che le determinazioni sinodali non hanno valore normativo nè deliberativo; hanno solo valore consultivo: lo ricordava, in maniera magistrale, pure il card. Burke nel suo intervento all'Angelicum (v. qui). Per cui, bisognerà attendere le determinazioni del vescovo di Roma (v. qui), che, si suppone, giungeranno presto (v. qui, qui, qui e qui). Ma senz'altro, ripetiamo, dall'indomani della conclusione del Sinodo (il 24 ottobre), nulla sarà più come prima.

Cardinale Burke: 
La ‘Relatio finalis’ manca di chiarezza sulla indissolubilità del matrimonio

Su NCRegister la reazione del Cardinale Raymond Leo Burke.

La ‘Relatio finalis’ manca di chiarezza sulla indissolubilità del matrimonio


Il cardinale Raymond Burke, cardinalis patronus dei Cavalieri di Malta ed ex prefetto della Segnatura Apostolica, ha condiviso con il New Catholic Register la sua reazione iniziale alla Relazione finale del Sinodo sulla Famiglia.
Egli si concentra sui punti 84-86 sul divorzio e sul nuovo matrimonio, affermando che questa sezione è di «preoccupazione immediata a causa della sua mancanza di chiarezza su una questione fondamentale della fede: l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, che sia la ragione che la fede, insegnano a tutti gli uomini». Egli dice anche che il modo in cui viene utilizzata la citazione di Familiaris consortio è «ingannevole».
Di seguito il commento del cardinale.

* * *

L’intero documento richiede un attento studio, al fine di capire esattamente quali consigli si stanno offrendo al Romano Pontefice, in accordo con la natura del Sinodo dei Vescovi, «nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica» (can 342).
La sezione intitolata «Discernimento e integrazione» (paragrafi 84-86), tuttavia, è immediatamente fonte di preoccupazione, per la sua mancanza di chiarezza su una questione fondamentale della fede: l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, che sia la ragione che la fede insegnano a tutti gli uomini.

In primo luogointegrazione, è un termine mondano teologicamente ambiguo. Non vedo come possa essere «la chiave di accompagnamento pastorale di coloro che vivono unioni matrimoniali irregolari». La chiave interpretativa della loro cura pastorale deve essere la comunione fondata sulla verità del matrimonio in Cristo, che deve essere onorato e praticato, anche se una delle parti del matrimonio è stata abbandonata a causa del peccato dell’altra parte. La grazia del sacramento del santo matrimonio rafforza il coniuge abbandonato a vivere con fedeltà il vincolo matrimoniale, continuando a cercare la salvezza del partner che ha abbandonato l’unione matrimoniale. Ho conosciuto, fin dalla mia infanzia, e continuo a incontrare cattolici fedeli i cui matrimoni, in qualche modo, sono stati rotti, ma che, credendo nella grazia del Sacramento, continuano a vivere nella fedeltà al loro matrimonio. Essi guardano alla Chiesa per questo accompagnamento che li aiuta a rimanere fedeli alla verità di Cristo nella loro vita.

In secondo luogo, la citazione del n. 84 di Familiaris consortio è fuorviante. All’epoca del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia del 1980, come in tutta la storia della Chiesa, c’è sempre stata la pressione di ammettere il divorzio a causa delle situazioni dolorose di unioni irregolari, cioè coloro le cui vite non sono secondo la verità di Cristo sul matrimonio, come Egli chiaramente l’ha annunciata nei Vangeli (Mt 19, 3-12; Mc 10, 2-12). Mentre, nel n. 84, Papa San Giovanni Paolo II riconosce le diverse situazioni di coloro che vivono in una unione irregolare ed esorta i pastori e l’intera comunità ad aiutarli come veri fratelli e sorelle in Cristo in forza del Battesimo, e conclude: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati». Lui ricorda poi la ragione della prassi: «dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia». Egli nota giustamente che una prassi diversa indurrebbe i fedeli «in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio».

In terzo luogo, la citazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1735) per quanto riguarda l’imputabilità deve essere interpretata nei termini della libertà «che rende l’uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari» (CCC, n. 1734). L’esclusione dai Sacramenti di coloro che vivono unioni matrimoniali irregolari non costituisce un giudizio circa la loro responsabilità per la rottura del vincolo matrimoniale a cui sono legati. È piuttosto il riconoscimento oggettivo del legame. La dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 GIUGNO 2000, anch’essa citata, è in completo accordo con l’insegnamento costante e la prassi della Chiesa in materia, citando il no. 84 di Familiaris Consortio. Quella dichiarazione chiarisce anche la finalità della conversazione con un prete in foro interno, e cioè nelle parole di Papa san Giovanni Paolo II, «una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio» (Familiaris Consortio, n. 84). La disciplina della Chiesa già offre assistenza pastorale per coloro che vivono unioni irregolari che per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» in fedeltà alla verità di Cristo (Familiaris Consortio, n. 84).

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

Fonte: Chiesa e postconcilio, 26.10.2015

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