sabato 10 ottobre 2015

"Ad Granaténse sepúlcrum Isabéllam imperatrícem cum detulísset, in ejus vultu, fœde commutáto, mortálium ómnium caducitátem rélegens, voto se adstrínxit, rebus ómnibus, cum primum licéret, abjéctis, regum Regi únice inserviéndi. Inde tantum virtútis increméntum fecit, ut, inter negotiórum turbas, religiósæ perfectiónis simíllimam imáginem réferens, miráculum príncipum ap-pellarétur" (Lect. IV - II Noct.) "Nunca más serviré a un señor que se me pueda morir" - SANCTI FRANCISCI BORGIÆ, CONFESSORIS

Oggi festeggiamo il duca di Gandia e marchese di Lombay, Francisco de Borja, che appare nei fasti della Chiesa, diffondente il profumo dell’umiltà, dello zelo e della povertà evangelica. Francesco, infatti, quarto duca di Gandia, nacque da Giovanni de’ Borgia e Giovanna d’Aragona, figlia minore di Ferdinando il Cattolico. Fin dall’infanzia ebbe sentimenti d’innocenza e di pietà. Ancora più ammirabili furono però gli esempi di virtù cristiana e di austerità che diede in seguito dapprima presso la corte dell’imperatore Carlo V e più tardi, nel 1539, come viceré di Catalogna. Colpito dall’orazione funebre di S. Giovanni d’Avila, oggi dottore della Chiesa, per la morte dell’imperatrice Isabella d’Aviz (+ 1° maggio 1539) per le complicazioni del suo ultimo parto (quello dell’infante Filippo II) e rimasto impressionato dai rapidi cambiamenti subiti dal corpo e dal bel volto dell’imperatrice defunta, di cui aveva dovuto accompagnare il feretro a Grenada perché fosse sepolta nelle tombe reali (Capilla Real de Granada), comprese la fragilità delle realtà umane e come egli non potesse non servire se non l’unico Re dei re, l’unico davvero incorruttibile: He traído el cuerpo de nuestra Señora en rigurosa custodia desde Toledo a Granada, pero jurar que es ella misma, cuya belleza tanto me admiraba, no me atrevo. [...] Sí, lo juro (reconocerla), pero juro también no más servir a señor que se me pueda morir (Juan Eusebio Nieremberg, Vida de San Franciscode Borja, Duque Cuarto de Gandia, Virrey de Cataluña y después Tercer General de la Compañía de Jesús, con el texto de sus obras inéditas, Madrid 1901, p. 51; Marcelle Auclair, La vida de Santa Teresa de Jesús, Madrid 199514, p. 98; Sant’Alfonso M. de’ Liguori, Via della salute e opuscoli affini, in Oreste Gregorio (a cura di), Opere ascetiche, vol X, Roma 1968, p. 18, nota 7).

José Moreno Carbonero, La conversione del Duca di Gandia (S. Francesco Borgia), 1884, Museo del Prado, Madrid

Paolo de Matteis, S. Francesco Borgia dinanzi al corpo dell'imperatrice Isabella, 1693 circa, collezione privata

Per questo, alla morte della moglie, Eleonora de Castro, nel 1546, poté entrare, nel 1548, nella Compagnia di Gesù, sebbene rimanesse ancora nel mondo per assolvere i suoi doveri di genitore nei confronti degli otto figli. Finalmente, nel 1550, raggiunta Roma, poté essere ordinato sacerdote e lì divenne uno dei principali collaboratori di S. Ignazio di Loyola.
Alla scuola del Fondatore dei Gesuiti, Francesco portò molto in alto il sentimento della sua bassezza e, mentre Dio si compiaceva affidargli la direzione suprema della giovane Compagnia di Gesù, onorandolo davanti ai principi ed ai pontefici di cui fu sempre una sorta di oracolo, egli aveva una così vile opinione di se stesso che si stimava la feccia dell’umanità. Si racconta che, passando la notte in una locanda, il suo compagno di viaggio, padre Bartolomé Bustamante (1492-1570), provinciale gesuita dell’Andalusia, che era sofferente di asma, non cessò, per tutta la notte, di tossire e, pensando di sputare verso la parete, sputava, invece, sul letto di Francesco e qualche volta anche sul suo volto; questi non pronunciò tuttavia una parola né cambiò posto, stimando che in quella stanza non c’era luogo più vile per lui dove potesse coricarsi. Fattosi giorno ed accortosi di questo, il padre Bustamante se ne doleva, ma Francesco gli rispose: “No, padre mio, non ti affliggere di ciò, perché certamente in tutta questa stanza non v’era luogo più adatto agli sputi che la mia faccia” (No tenga pena de esto, padre, que yo le certifico que no había en el aposento lugar más digno de ser escupido que yo)  (Juan Eusebio Nieremberg, op. cit., pp. 360-361. Cfr. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, La vera sposa di Gesù Cristo cioè la monaca santa per mezzo delle virtù proprie d’una religiosa, Napoli 1760-61, ora in Opere Ascetiche, Voll. XIV-XV, Roma 1935, Capo XI, Della santa umiltà, § 4 - Seguita la stessa materia, dove si parla più particolarmente della tolleranza de’ disprezzi, p. 423; Id., Selva di materie predicabili ed istruttive per dare gli esercizi a’ preti ed anche per uso di lezione privata a proprio profitto, Napoli 1760, ora in Opere Ascetiche, in Opere di S. Alfonso Maria de Liguori, Vol. III, Torino 1880, parte II, Istruzione VII, Circa la mansuetudine, p. 144).
Non era questo, del resto, il sentimento del Cristo, che, sulla Croce, diceva col Salmista: Ego ... sum vermis et non homo; opprobrium hominum et abiectio plebis?


Pietro della Vecchia, S. Francesco Borgia dinanzi al feretro dell'imperatrice Isabella, XVII sec.


Alonso Cano, San Francisco de Borja, 1624, Museo de Bellas Artes, Siviglia


Jean Paul Laurens, S. Francesco Borgia dinanzi alla salma di Isabella del Portogallo, moglie di Carlo V, 1876, musée des Beaux-Arts, Brest


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