martedì 29 settembre 2015

Cardinal Burke : «È impossibile che la Chiesa cambi il suo insegnamento sulla indissolubilità del matrimonio»

Nella memoria liturgica della Dedicazione della Basilica di san Michele arcangelo sulla Via Salaria e del Santuario omonimo del Gargano, rilancio questo contributo del card. Burke, tratto dal consueto Chiesa e post concilio.


Guido Reni, S. Michele, 1635, Chiesa di S. Maria della Concezione (Chiesa dei Cappuccini), Roma. Secondo una tradizione riportata dal Malvasia, ma negata dallo stesso pittore, il volto del demonio avrebbe le sembianze del cardinale Pamphili, futuro pontefice con il nome di Innocenzo X, che non intratteneva buoni rapporti con la famiglia Barberini. Il dipinto, infatti, fu commissionato al Reni da Antonio Barberini, cardinale Sant’Onofrio, fratello di Urbano VIII, come riporta il Malvasia, e fu eseguito prima del 1636, anno in cui ne fu tratta un’incisione dal De Rossi. Il cardinale, che proveniva dalle file dei Cappuccini, intendeva collocarlo nella chiesa romana dell’ordine, dove si trova tutt’ora.



Luca Giordano, S. Michele, 1663 circa, Staatliche Museen, Berlino

Luca Giordano, S. Michele scaccia Satana, XVII sec.

Cardinal Burke : «È impossibile che la Chiesa cambi il suo insegnamento sulla indissolubilità del matrimonio»

Riprendo da TradiNews. Il testo che segue è redatto ad iniziativa di DICI (il sito ufficiale della FSSPX) in collaborazione con Guillaume d’Alençon, delegato episcopale per le questioni che riguardano la famiglia e la vita. La prima parte delle dichiarazioni del cardinal Burke è ben nota. Questa intervista tuttavia è particolarmente interessante per lo spazio dedicato all’esperienza del cardinale come prefetto della Segnatura Apostolica e relative dichiarazioni prese dal testoPermanere nella verità di Cristo,apparso anche in francese, sulla necessità della seconda sentenza conforme nei processi di nullità matrimoniale. Problema di non secondaria importanza già sollevato da diversi canonisti e studiosi di fama internazionale, da noi ripresi in precedenti articoli.

Alla vigilia del Sinodo sulla Famiglia (04-25 Ottobre 2015) escono diversi libri che si oppongono chiaramente alle innovazioni che pretendono di introdurre prelati progressisti, al seguito del cardinale Walter Kasper. DICI riporterà queste pubblicazioni progressivamente, mettendo in evidenza le risposte che esse danno alle critiche contro la dottrina della Chiesa sul matrimonio e la famiglia.

Per gentile concessione delle edizioni Artège, DICI presenta ai suoi lettori alcune pagine del libro Un Cardinale nel cuore della Chiesa, pubblicato il 17 settembre, nel quale Raymond Leo Burke, Cardinalis Patronus dell’Ordine di Malta, risponde alle domande di Guillaume d’Alençon, delegato episcopale per la famiglia e per la vita della diocesi di Bayonne. Le risposte del prelato americano, prefetto emerito del Tribunale della Segnatura Apostolica, sono particolarmente interessanti nel momento in cui Papa Francesco col Motu Proprio Mitis iudex Dominus Iesus eMitis et Misericors Iesus dell’8 Settembre 2015, ha appena semplificato notevolmente la procedura di nullità del matrimonio.

La misericordia finalizzata dalla conversione alla verità

A proposito delle « eccezioni pastorali », che i progressisti vogliono moltiplicare, a nome di una misericordia scissa dalla verità circa l’indissolubilità del matrimonio, il Cardinale Burke risponde nettamente.

Ormai molti fedeli ora hanno subito divorzi, pur restando annessi alla Chiesa. Crede che si possa articolare serenamente il rapporto tra dottrina e pastorale, misericordia e verità, senza cadere nella caricatura, nella dialettica?

Sì, in alcuni dibattiti si è potuta introdurre una dialettica tra misericordia e verità, disciplina e verità. Questo contrasto è risultato essere artificiale e falso. Perché ci sia una vera misericordia, è necessario che essa sia basata sulla verità. Allo stesso tempo, non possiamo mai dire che permane la dottrina quando la disciplina è contraddittoria, come quando qualcuno dice: «Insisto sulla indissolubilità del matrimonio ma, in alcuni casi, le persone che si sono separate dai loro coniugi legittimi e poi risposate possono accedere alla comunione eucaristica».
Com’è possibile che una persona legata da un matrimonio fallito possa intrecciare una relazione con un’altra, senza commettere adulterio o fornicazione? È impossibile. E comunque, dobbiamo conoscere le situazioni particolari, essere misericordiosi con la gente, ma [dobbiamo] invitare chi si trova in questa situazione a convertirsi, a far corrispondere le cose alla legge di Cristo. La misericordia è finalizzata dalla conversione, e quest’ultima è sempre una conversione alla verità. Infine, non vi è alcuna contraddizione tra la dottrina e la disciplina, poiché la prima anima la seconda.
Vedo anche un altro aspetto di questo problema. Quello della sofferenza dei figli, che sono le vittime del divorzio. I Pastori devono fare tutto il possibile per aiutare questi giovani nella loro fede. Non è relativizzando di fatto il valore del matrimonio sacramentale dei loro genitori che possiamo aiutare questi giovani a rispondere alla loro vocazione. La testimonianza della fedeltà di un coniuge, o di entrambi, nonostante la separazione, spesso porta i suoi frutti nella generazione successiva. Onorando la verità del sacramento del matrimonio, non solo si dà gloria a Dio, fonte di ogni bene, ma si rafforzano e consolano i giovani che hanno dovuto subire i conflitti dei genitori. Sono numerosi i figli di coppie separate, di cui almeno uno dei genitori è rimasto fedele alla grazia del sacramento del matrimonio, che si sono impegnati sulla via del matrimonio cristiano o della vocazione consacrata. La sofferenza si è trasformata in gioia, certamente per i figli, ma anche per i genitori. (...)

La Chiesa potrebbe cambiare la sua dottrina su questo argomento? Se un papa volesse, potrebbe?

No, è impossibile che la Chiesa cambi il suo insegnamento per quanto riguarda l’indissolubilità del matrimonio. La Chiesa, Sposa di Cristo, obbedisce alle sue parole nel capitolo 19 del Vangelo di Matteo, che sono molto chiare per quanto riguarda la natura del matrimonio. Nessuno contesta il fatto che sono stesse parole di Cristo e, dalla risposta degli apostoli, il peso di queste parole per coloro che sono chiamati alla vita matrimoniale è molto chiaro. Nel suo insegnamento sul matrimonio, Cristo chiarisce bene che espone la verità sul matrimonio come era dal principio, come Dio lo ha voluto dalla creazione dell’uomo e della donna. In altre parole, l’indissolubilità del matrimonio è una questione che deriva dalla legge naturale, la legge di Dio scritta nel cuore di ogni uomo. Il Papa, come successore di San Pietro nella sua cura pastorale della Chiesa universale, è il primo tra i cristiani ad essere vincolato a obbedire alla parola di Cristo. (pp. 130-132)

Un giudizio conforme alla verità e al diritto

È utile raffrontare le parole del cardinale Burke con ciò che egli già detto lo scorso anno nel libro scritto in collaborazione con altri quattro cardinali Permanere nella verità di Cristo (Artège, 2014) sul tema «Il processo canonico nella nullità del matrimonio: una ricerca della verità ». Egli insiste sulla necessità di un processo condotto con grande cura, al fine di raggiungere la verità in una questione che coinvolge la salvezza eterna degli interessati.
«Ricordo l’immagine usata dal mio professore di procedura canonica alla Pontificia Università Gregoriana, padre Ignacio Gordon, SJ, durante i miei anni di studio. Egli ha detto che il processo canonico e i suoi vari elementi potrebbero essere paragonati ad una chiave i cui denti dovrebbe corrispondere ai contorni sinuosi della serratura della natura umana; è solo quando tutti i denti sono tagliati con precisione che la chiave apre la porta alla verità e alla giustizia. È particolarmente sorprendente che oggi, nonostante i numerosi proclami a favore dei diritti umani, vi è una vera e propria mancanza di attenzione per le procedure giuridiche sviluppate con cura che garantiscono il mantenimento e la promozione dei diritti di tutte le parti, e in una questione che coinvolge la loro salvezza eterna, vale a dire, il loro diritto a un giudizio basato sulla verità, al fine di risolvere la questione della nullità del loro matrimonio. È particolarmente interessante sentire che un processo giudiziario ben fatto dovrebbe essere sostituito da una procedura amministrativa rapida». (p. 210)

E su mostrare i legami tra verità e carità:
«Una delle caratteristiche principali di un tribunale deve essere l’obiettività o imparzialità, che è il pegno e il marchio della ricerca della verità. Tale oggettività dovrebbe essere particolarmente evidente nei tribunali della Chiesa, il cui compito è di aver cura non solo di essere ma anche mostrarsi imparziale. La giusta osservanza delle norme procedurali è un mezzo importante per garantire in maniera reale ed evidente l’imparzialità del tribunale, che potrebbe essere compromessa in molti modi, uno più sottile dell’altro.
La disciplina del processo giuridico non è affatto in contrasto con l’approccio veramente pastorale o spirituale alla eventuale nullità del matrimonio. Al contrario, essa conserva e promuove la giustizia fondamentale e insostituibile, senza cui sarebbe impossibile esercitare la carità pastorale. (p.213)
La procedura canonica per dichiarare la nullità del matrimonio, a causa del suo rispetto per il diritto ad un giudizio conforme alla verità, è un elemento necessario per l’esercizio della carità pastorale nei confronti di coloro che chiedono la nullità del consenso matrimoniale. (p. 214)
Il tribunale collegiale o il giudice unico non hanno il diritto di sciogliere un matrimonio valido; essi possono solo cercare la verità su un matrimonio in particolare, e successivamente dichiarare con autorità che hanno la certezza morale che la nullità del matrimonio è stata veramente stabilita o accertata (constat de nullitate), o che la stessa certezza morale non è stata raggiunta (non constat nullitate). Poiché il matrimonio gode del favore del diritto, non è richiesto provarne la validità; sarà sufficiente dichiarare che la sua nullità non è stata dimostrata. (...)
Nel suo discorso annuale alla Rota Romana del 1944, Pio XII ricorda che ‘nel processo matrimoniale il fine unico è un giudizio conforme alla verità e al diritto, concernente nel processo di nullità la asserita non esistenza del vincolo coniugale...’. Tutti coloro che sono coinvolti in un processo canonico, ha detto, devono condividere questo obiettivo comune, in base alla natura specifica delle rispettive funzioni. Questa attività giudiziaria unificata è di ordine fondamentalmente pastorale, cioè è diretta verso lo stesso obiettivo che unifica l’azione di tutta la Chiesa: la salvezza delle anime». (pp. 217-219)

La necessità di doppia sentenza conforme

Nello stesso studio su «Il processo canonico di nullità del matrimonio: una ricerca della verità», il Cardinale Burke ha già risposto all’obiezione che non è necessario ottenere una doppia sentenza conforme per confermare una dichiarazione di nullità del matrimonio. Purtroppo le recenti disposizioni di papa Francesco hanno rimosso questa doppia sentenza conforme. Nel suo studio, il prelato americano ha mostrato in anticipo tutti i rischi - in particolare canonici e spirituali - che questa decisione comporta per i giudizi che ormai saranno pronunciati, a meno che il Sinodo non pervenga a far abrogare la riforma, come chiede lo storico Roberto de Mattei in Corrispondenza Romana del 17 settembre. Sotto il titolo: «Si possono discutere gli atti di governo del Papa?» egli scrive: «Il motu proprio di Papa Francesco, che è fino a questo momento il suo più rivoluzionario atto di governo, non è ancora in vigore, fino all’8 dicembre 2015. È illegittimo chiedere che nel Sinodo si discuta di questa riforma matrimoniale e che un gruppo di cardinali “zelanti”(come i cardinali che si sono opposti al nuovo matrimonio di Napoleone con Maria Luisa, e che Pio VII riconobbe successivamente che avevano ragione ndr) ne chieda l’abrogazione?».
«Nelle discussioni che hanno accompagnato la preparazione del Sinodo dei Vescovi, è spesso apparsa la necessità di una doppia sentenza conforme per confermare una dichiarazione di nullità del matrimonio. Alcuni sembrano credere che nella Chiesa sia già stato deciso di eliminare l’obbligo di questa doppia sentenza conforme, che considerano come uno degli elementi di ‘pesante giuridismo’ dell’attuale procedura di nullità. Molti hanno sostenuto che la seconda istanza non avrebbe più senso, quando il processo in prima istanza sia stato ben condotto.
Se il processo è stato ben condotto in prima istanza, il conseguimento di una doppia sentenza conforme, seguita dal decreto di ratifica non prende troppo tempo al tribunale di seconda istanza. ‘Ben condotto’ significa che il caso è stato ascoltato e discusso, che gli atti sono completi e in ordine, e la sentenza espone correttamente gli elementi e il ragionamento alla base della sentenza, indicando in modo chiaro e prudente il percorso seguito da giudici per determinare, dai punti di fatto e di diritto, che la nullità del matrimonio in questione è stata dimostrata con certezza morale. Inoltre, i buoni giudici, consapevoli dell’importanza dell’unione coniugale per la vita della Chiesa e della società in generale, così come del problema di una giusta sentenza in una causa di nullità del matrimonio, sono riconoscenti del fatto che il loro giudizio venga riesaminato in seconda istanza da parte di altri giudici.
In pratica, la revisione obbligatoria in seconda istanza incoraggia tutti a fare del proprio meglio. Senza questa istanza, c’è il rischio di negligenza nel trattamento delle cause. Questo è stato tragicamente evidente quando erano in vigore nei tribunali ecclesiastici degli Stati Uniti d’America le American Procedural Norms (Norme americane di procedura). Da luglio 1971 al novembre 1983, l’obbligo di una doppia condanna conforme è stato eliminato negli Stati Uniti a causa del potere concesso alla Conferenza episcopale di dispensare dalla doppia sentenza conforme ‘quei casi eccezionali in cui, dopo il giudizio del difensore del vincolo e del suo ordinario contro una decisione affermativa sarebbe ovviamente superfluo’. Come si poteva prevedere, i soli casi eccezionali, in pratica, sono stati quelli in cui un appello non era considerato superfluo. In realtà, non ho mai trovato la minima indicazione che la Conferenza episcopale abbia rifiutato una sola richiesta di dispensa fra le centinaia di migliaia che ha ricevuto».
Nel corso di questi dodici anni, quando la Segnatura Apostolica ha avuto l’opportunità di riesaminare alcuni di questi casi, non si comprendeva come il difensore del vincolo e il suo Ordinario avessero potuto considerare il ricorso come superfluo, e ancor meno come la Conferenza episcopale potesse concedere la dispensa richiesta. Agli occhi e secondo il linguaggio comune dei fedeli, il processo di nullità del matrimonio finirebbe, non senza ragione, col ricevere il nome di ‘divorzio cattolico.’Anche se la promulgazione del Codice di Diritto Canonico nel 1983 ha messo fine a questa situazione straordinaria, la scarsa qualità di molte sentenze di prima istanza esaminate dalla Segnatura e la chiara mancanza di qualsiasi seria revisione da parte di alcuni tribunali d’appello, ha mostrato il grave danno alla dichiarazione di nullità del matrimonio a causa dell’effettiva omissione della seconda istanza.
La vasta esperienza della Segnatura Apostolica in questo campo non è, ovviamente, limitata agli Stati Uniti d’America. Essa dimostra senza ombra di dubbio la necessità di una doppia decisione conforme per raggiungere una dichiarazione di nullità del matrimonio. L’importanza di questa condizione è confermata dallo studio delle relazioni annuali dei tribunali e dalla revisione delle sentenze definitive dei tribunali di prima istanza. Questa esperienza della Segnatura Apostolica costituisce anche una fonte unica di conoscenza di come amministrare la giustizia nella Chiesa universale, incarnata nelle Chiese particolari. Una semplificazione del processo nella nullità del matrimonio non potrebbe essere presa in considerazione, senza uno studio approfondito, alla luce del servizio reso dalla Segnatura Apostolica alle Chiese particolari».(pp. 229-233)

Si può osservare che la commissione speciale creata dal Papa nel mese di agosto 2014, per riformare la procedura di dichiarazione di nullità, non ha quasi beneficiato della vasta esperienza del cardinale Burke come Capo della Segnatura Apostolica da quando è stato dimesso dal suo incarico di Prefetto, l’8 novembre dello stesso anno.

San Pio X, un vero riformatore

I lettori di DICI, organo della Fraternità San Pio X, saranno certamente interessati alle parole del cardinale Burke sull’opera di Papa Pio X, nell’ultima parte della sua intervista con G. Alançon.

Lei sta dicendo che abbiamo finalmente bisogno di «restaurare tutte le cose in Cristo» questo bel motto di San Pio X nel 2014 abbiamo celebrato il centenario della morte.

Si tratta di un grande Papa ...

Cosa pensa della figura di San Pio X, a cento anni dalla sua morte? È superata?

Per me è un grande riformatore nella continuità. Ha riformato molti aspetti della vita della chiesa perché essa si mantenga più fedele alla Tradizione. Uno dei suoi primi atti fu un motu proprio sulla musica sacra. Ha avuto anche l’intuizione che quando un bambino può riconoscere nell’ostia il corpo di Cristo è in grado di fare la Prima Comunione, che lo ha portato a rivedere la disciplina su questo punto. Ha riformato con grande genialità il diritto canonico, per non parlare della Curia romana che ha reso più efficiente. Ancora oggi, ci riferiamo a Sapienti consilio. Era anche un grande catechista. Ha riformato la catechesi e scritto quello che viene ora chiamato il Catechismo di San Pio X. Lo insegnava la domenica al popolo di Dio nel Cortile di San Damaso. La gente veniva da lontano per ascoltarlo. Sulla Sacra Scrittura, scrisse molto per promuoverne la lettura. Combatté anche le eresie, le aberrazioni del modernismo. Oggi, i teologi dicono che non era un grande teologo. Ma quando ho letto i suoi scritti sul modernismo, vedo che ha capito molte cose, perché un gran numero di errori che ha identificato sono sempre attuali. In sintesi, potremmo dire che è stata una bella figura di pastore d’anime, pastor animarum. Quando si leggono i suoi scritti, i suoi consigli, tutto è orientato verso la cura delle anime.

N.B. I titoli ed i passaggi sottolineati sono della redazione di DICI, che invita a far riferimento ai libri citati per trarre giovamento dalle numerose note che accompagnano le affermazioni del cardinale Burke.
Il Cardinale Raymond Leo Burke, Un Cardinale nel cuore della Chiesa, intervista con Guillaume d’Alançon, Artège, 2015, 184 p. € 17,50
Permanere nella verità di Cristo - Il matrimonio e la comunione nella Chiesa cattolica. Artège, 312 pp., € 19,90
(Fonti: Artège /Corrispondenza europea - DICI n 321 del 25 settembre 2015)
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

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