mercoledì 18 febbraio 2015

“Meménto, homo, quia pulvis es, et in púlverem revertéris” (Gen. 3, 19) - FERIA QUARTA CINERUM

Dai tempi di san Gregorio Magno, questo giorno - in cui, sebbene non festa di precetto, è vivamente consigliata la partecipazione dei fedeli - inaugura a Roma la santa quarantena ed è anche chiamato in capite ieiunii; nel IV sec., esso segnava l’inizio della penitenza canonica che i penitenti pubblici dovevano compiere, al fine di essere assolti il giovedì santo. Secondo i rituali del VII sec., il mattino di questo giorno i penitenti si presentavano ai sacerdoti deputati a questo ministero nei differenti Titoli e nelle basiliche patriarcali; essi confessavano i loro peccati e se questi erano stati gravi e pubblici, ricevevano dalle mani del penitenziere un vestito di cilicio ruvido ricoperto di cenere, con l’ordine di ritirarsi in un monastero – un centinaio circa si ergevano all’epoca nell’Urbe – al fine di compiere la penitenza di questa quarantena che gli era stata imposta. Ecco l’origine delle quarantene che si ritrovano nelle antiche formule di concessione delle indulgenze.
Per il rito della benedizione delle ceneri, il messale attuale conserva ancora un’ultima traccia della cerimonia dell’imposizione della penitenza canonica ai penitenti pubblici. In origine, il concetto della santità trascendente dello status sacerdotale era così elevato e così vivo, che i ministri sacri non erano ammessi in questa umiliante categoria. Fu verso l’XI sec. che, nella cerimonia di questo giorno, la disciplina della penitenza pubblica essendo cessata, ai penitenti di una volta si sostituirono indistintamente il Papa, i membri del clero ed il popolo romano, che cominciavano da allora a camminare a piedi scalzi e la testa coperta di cenere sino alla basilica di Santa Sabina.
Nel IX sec., l’imposizione delle ceneri era ancora un rito penitenziale a se stante, senza alcuna relazione con la stazione eucaristica. Verso la settima ora – vale a dire quando il Romano si apprestava a terminare la sua giornata civile di lavoro, per andare a prendere il suo bagno alle terme e disporsi dopo alla coena, che costituiva il principale pasto di tutto il giorno – il popolo, avendo alla sua testa il Papa ed il clero, si raccoglieva dapprima nel titolo di Anastasia, nella stretta valle compresa tra il Palatino e l’Aventino e, da là, al canto lamentoso delle litanie, si dirigeva processionalmente verso la basilica di Sabina. Quando vi era arrivato, l’Introito essendo omesso poiché era già stato eseguito nel tempio della «colletta», si celebrava il sacrificio eucaristico; dopo l’ultima preghiera di benedizione, all’invito del diacono: ite missa est, i fedeli rientravano nelle loro case e rompevano il digiuno.
Nel XII sec., questo rito apparve molto più sviluppato nell’Ordo Romanus del canonico Benedetto. Il Pontefice imponeva dapprima le ceneri nel titolo di Anastasia, dopo, in abito penitenziale ed a piedi nudi, il corteo percorreva le dolci pendenze dell’Aventino, fino alla basilica di Sabina, dove si celebrava la messa. Prima della comunione, il Suddiacono Regionario avvertiva il popolo: «Crastina die veniente, statio erit in ecclesia Sancti Georgii Martyris ad velum aureum» («Domani la stazione sarà nella chiesa di San Giorgio al Velabro (al vello d’oro)»), e tutti rispondevano: Deo gratias.
Se il Papa era trattenuto da occupazioni urgenti nell’episcopium del Laterano, un accolito, dopo la messa, immergeva un po’ di cotone nell’olio profumato delle lampade che ardevano davanti l’altare della chiesa stazionale e si recava al patriarchium, dove si faceva introdurre alla presenza del Pontefice: Iube, domne, benedicere, gli diceva rispettosamente il chierico. Avendo ottenuto la benedizione, presentava il cotone aggiungendo: «hodie fuit statio ad Sanctam Sabinam, quæ salutat te» («Oggi, la stazione si è svolta a Santa Sabina che Ti saluta»).
Il Papa baciava allora con riverenza questo fiocco di cotone e lo rimetteva al cubicolario, perché, dopo la sua morte, lo mettesse nel suo cuscino funebre. Così era costume di fare tutte le volte che il Pontefice non interveniva alla stazione.

Colletta o assemblea a Santa Anastasia

Questo è precisamente il significato di questa collecta, che, negli antichi Ordines Romani, è indicata regolarmente per ciascun giorno della Quaresima.
Secondo una tradizione medievale, le ceneri provenivano dai rami di ulivo benedetti l’anno precedente. Il Sacerdote, dopo aver recitato su di esse queste preghiere, le aspergeva di acqua benedetta e le incensava. Dopo le imponeva sul capo dei fedeli, dicendo: «Ricordati, o mortale, che tu sei polvere ed in polvere ritornerai». Durante l’imposizione delle ceneri, la schola dei cantori eseguiva le antifone ed il responsorio tratti dall’ufficio notturno della Quaresima.
Quando l’imposizione delle ceneri terminava, il Sacerdote recitava la preghiera di conclusione.
Negli Ordines Romani del basso Medioevo, è prescritto che, dopo l’imposizione generale delle ceneri sulla testa del clero e dei fedeli, si sale in processione ed a piedi nudi la collina dell’Aventino sino alla basilica di Santa Sabina, sotto il portico della quale era allora un piccolo cimitero. Queste tombe, in un tale luogo, svegliavano subito il pensiero della morte ed è per questo che la schola cantava il responsorio funebre: Immutemur habitu ... ne subito preoccupati die mortis ... conservato ancora oggi nel messale. Il corteo faceva allora una breve sosta per permettere al Papa di recitare una colletta di assoluzione su questi sepolcri; dopo faceva il suo ingresso nella vasta basilica dell’Aventino, al canto del responsorio: Petre, amas me?, con il versetto: Simon Joannis ..., in onore del Principe degli Apostoli. Questa memoria di san Pietro, in questo momento della cerimonia, è un elemento estraneo, a meno che questo non sia un usanza papale proveniente dalla basilica Vaticana e ripetuta ogni volta che, attraversando il portico in cui erano i sepolcri, vi si entrava processionalmente; forse era suggerito dal fatto che, nel XIII sec., la residenza pontificia era a Santa Sabina e, per questa ragione, tale basilica era considerata come la sede abituale del successore di Pietro.

Stazione a Santa Sabina all'Aventino

Fu fondata o ricostruita sotto Celestino I da un certo Pietro, sacerdote illirico, ma una donna chiamata Sabina dové contribuirvi anch’ella, in modo che la basilica ricevette il suo nome, prima che nella stessa vi si trasportasse, dall’area Vindiciani, i resti della martire omonima, Sabina.
Gregorio Magno vi intimò la sua famosa litania Septiformis di penitenza, e, nel Medioevo, l’abitazione che vi è annessa servì più volte da dimora del Pontefice. Il papa Silvero vi abitò quando fu esiliato da Roma da Belisario; Onorio III Savelli la munì di muraglie e di torri che sussistono in parte ancora oggi; ed alla morte di Onorio IV, i cardinali vi si riunirono per il conclave che durò circa un anno.
Dopo questo tempo, il prestigio della residenza pontificia sull’Aventino decrebbe poco alla volta e l’antico palazzo foirtificato divenne finalmente l’asilo pacifico dei Padri Predicatori di san Domenico, che ancora oggi, mostrano con grande venerazione ai visitatori le celle già santificate dalla residenza di san Domenico e di san Pio V.
Sotto l’altare maggiore, con le ossa di santa Sabina e di santa Serapia, si conservano i corpi dei martiri di Ficulea sulla via Nomentana: Alessandro, Evenzio e Teodulo.
Per regola generale, le messe quotidiane non avevano il Tratto: quello che è oggi assegnato dal Messale tradizionale e che sarà ripetuto in Quaresima tre volte a settimana è di struttura più recente ed irregolare, poiché consiste in frammenti d’emistichi di differenti salmi. Sembra essere stato introdotto nella liturgia dal papa Adriano I, che ordinò di recitarlo su domanda di Carlo Magno (Cfr. Ord. Rom. I, in PL 78 col. 949).
Nel Messale prima del 1962, si aggiungevano le collette per domandare l’intercessione dei santi e quella per i vivi e per i defunti.
Quest’ultima preghiera, che penetrò nel messale romano nel Medioevo dalle liturgie franche, conserva un ricordo prezioso dell’oratio post nomina, vale a dire della preghiera sacerdotale che terminava, nelle Gallie ed in certe regioni d’Italia, la lettura dei dittici prima che ne cominciasse il canone. Si sa, in effetti, d’altronde, che i nomi degli offerenti, dei vescovi, dei personaggi insigni con i quali ciascuna Chiesa intratteneva una pia unione di preghiere, erano iscritti sui dittici, che il diacono recitava ad alta voce dopo l’offertorio, in modo che il canone eucaristico non soffrisse alcuna interruzione.
L’uso romano attuale, sebbene rappresenti un’innovazione, risale tuttavia all’epoca di Innocenzo I, che, scrivendo a questo riguardo al vescovo Decenzio (Decentius) di Gubbio, ne sottolineava la legittimità in un senso rigorosamente esclusivista. Pertanto, sebbene il Pontefice protesti contro l’innovazione liturgica supposta dalla Chiesa di Gubbio, egli permette di sospettare che fu Roma, al contrario, che ha cambiato i suoi dittici del luogo.
La serie di antifone ad Communionem durante le messe feriali della Quaresima, sono tratte dal Salterio nell’ordine stesso dei Salmi e costituisce un ciclo pseciale. Le eccezioni sono molto rare e rappresentano delle addizioni posteriori. Dom Cagin, dopo aver studiato accuratamente la questione, ha concluso che le due messe della IV e VI feria (cioè mercoledì e venerdì) di quinquagesima, con le antifone ad Communionem, tratte rispettivamente dai Salmi 1 e 2, appartengono davvero al ciclo gregoriano primitivo delle messe quaresimali.
Era un rito molto antico, appartenente a tutte le liturgie, anche orientali, quello di recitare, prima di sciogliere l’assemblea, delle formule speciali di benedizione sui catecumeni, sui penitenti, sui fedeli, sulle vergini, ecc., alla fine di ogni sinassi.
Sovente, a Gerusalemme per esempio, a queste invocazioni era aggiunta l’imposizione delle mani dal vescovo, così che, a dire di sant’Agostino, i tre termini di benedizione, oratio super hominem ed imposizione delle mani da parte del Sacerdote, divennero sinonimi. Nei sacramentari romani, questa colletta finale ha per titolo: Ad complendum, e l’invito precedente del diacono: Humiliate capita vestra Deo ricorda ancora il suo primo significato eucologico.
Nella liturgia romana, queste formule di congedo ad complendum si sono conservate soltanto nelle ferie di Quaresima, a causa del loro carattere solenne ed episcopale. Quando vi erano le sinassi private e tutte le volte che non vi era una stazione, un’unica formula poteva bastare: il sacerdote la sapeva a memoria e la recitava ogni giorno; i copisti la conservarono volentieri. È precisamente la stessa ragione che ci ha fatto perdere, al Mattutino ed all’Offertorio, le differenti missæ o preghiere, per le quali si congedava una volta i penitenti, i catecumeni, gli invasati, ecc.
Sappiamo quanto il popolo tenesse a queste benedizioni: il papa Vigilio, venendo strappato dall’altare di Santa Cecilia mentre celebrava il dies natalis della martire nella sua basilica transteverina, il popolo si sollevò, esigendo che la barca che doveva condurlo prigioniero ad Ostia per poi portarlo in seguito in esilio a Costantinopoli, non partisse prima che Vigilio avesse recitato la colletta ad complendum, lasciando così la sua benedizione ai Romani.
Il rito della benedizione che ora si dona al popolo dopo la formula di rinvio, rappresenta una stratificazione posteriore. Essa deriva dal fatto che, quando il Papa ritornava dall’altare al secretarium, i vescovi, il clero, i monaci, ecc., si prosternavano davanti a lui al suo passaggio, domandandogli tutti la benedizione e lui, tracciando il segno della croce, rispondeva loro: Dominus nos benedicat.



Julian Fałat, Le Sacre Ceneri (Popielec), 1881


Alexandre Bida, La preghiera in segreto, 1874




Carl Spitzweg, Il mercoledì delle Ceneri ovvero la fine del Carnevale, 1855-60, Staatsgalerie, Stoccarda

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