venerdì 26 dicembre 2014

"Vídeo cælos apértos, et Jesum stantem a dextris virtútis Dei: Dómine Jesu, accipe spíritum meum, et ne státuas illis hoc peccátum" (Act. 7, 56, 58 et 59 - Comm.) - SANCTI STEPHANI PROTOMARTYRIS

La basilica stazionale di questo giorno, cioè Santo Stefano al monte Celio, detta Santo Stefano Rotondo, fu iniziata dal papa Simplicio (468-482), ma fu terminata solo da Giovanni I (523) e da Felice IV, che ne eseguirono gli ornamenti in mosaico (Su questa chiesa di Santo Stefano in Cœliomonte o Santo Stefano Rotondo, cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 119-122; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 474), come si leggeva in un’epigrafe.
La festa di santo Stefano, l’indomani del Natale, è assai antica.
Alcun documento, per la verità, menziona il giorno della morte dei martiri anteriormente alla passione di san Policarpo di Smirne (il 23 febbraio 155 o 156). Quando il culto cristiano s’organizzò nel corso del IV sec. e si volle commemorare i santi più importanti dell’età apostolica, si decise di festeggiarli nei giorni che seguono il natale del Cristo.
È così che il martirologio di Nicomedia evoca santo Stefano, il confessor primus, caput confessorum il 26 dicembre; gli Apostoli san Giovanni e san Giacomo il 27, Paolo l’Apostolo e Simone Cefa (Pietro), caput Apostolorum Domini nostri, il 28.
Da parte sua, il lezionario di Gerusalemme del 415-417 annuncia Stefano al 26 o al 27; Pietro e Paolo al 28 e Giacomo e Giovanni al 29.
Il nome di Stefano appare, in questa data, anche nel laterculus del martirologio ariano (nell’originale greco del Martirologio siriaco si leggevano, in effetti, molti nomi di vescovi ariani e probabilmente anche quello dello stesso Ario) le cui origini devono essere riportate agli ultimi vent’anni del IV sec.
Sembra, in effetti, che, per dare più splendore alla solennità natalizia, si sia voluto raggruppare attorno alla mangiatoia di Gesù il maggior numero di santi, e quelli che, in una certa maniera, avevano una relazione speciale col mistero della sua Incarnazione. San Gregorio di Nissa li menziona nell’ordine seguente: Stefano, Pietro, Giacomo, Giovanni, Paolo e Basilio (San Gregorio Nisseno, In Laudem fratris Basilii. Oratio funebris qua fratris sui Basilii Magni Laudes et memoriam concelebrat, in PG 46, col. 790 ss.), mentre altri documenti greci posteriori vi aggiungono Davide, san Giuseppe ed i Magi.
Tutte le chiese orientali celebrano la festa di santo Stefano dopo la Natività del Signore, ma esse la ritardano di un giorno, poiché il 26 dicembre è consacrato alla memoria della santa Madre di Dio. In maniera assai curiosa, gli Armeni, che non hanno mai adottato la festa del Natale, commemorano anch’essi santo Stefano il 27 o 28 dicembre a seconda degli anni (Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 328-329).
Fin dalla prima metà del V sec., poco dopo la scoperta delle reliquie del Protomartire, si elevarono a Roma molte basiliche e chiese dedicate al suo nome. Presso San Pietro ve ne erano due sovente confusi tra loro, Santo Stefano Katà Galla patricia o Santo Stefano Maggiore, sulla cui area sorge l’attuale Santo Stefano degli Abissini o dei Mori (Armellini, op. cit., pp. 750-754; Huelsen, op. cit., pp. 477-478), e Santo Stefano Katà Barbara patricia o Santo Stefano Minore o degli Ungari (Armellini, op. cit., pp. 747-748; Huelsen, op. cit., p. 472); un’altra, venuta alla luce nel 1857, si elevava su una proprietà di Anicia Demetriade (o Demetria) (398 circa – 440 circa) (nelle fonti è chiamata Demetria o Demetriade. Il nome Anicia è stato ricostruito dagli storici: cfr. Anne Kurdok, Demetrias ancilla Dei. Anicia Demetrias and the problem of the missing patron, in Kate Cooper - Julia Hillner, Religion, dynasty and patronage in early Christian Rome, 300-900, Cambridge University Press, 2007, pp. 190-224), ceduta a san Leone Magno, sulla via Latina e restaurata da Leone III (Armellini, op. cit., pp. 887-888). Questa Demetriade, ricordata come santa dalla Chiesa, era nipote nonno del nobile Sesto Claudio Petronio Probo e figlia del console Flavio Anicio Ermogeniano Olibrio, amico di sant’Agostino, il quale le donò alcune reliquie del Protomartire.
Ella, preso il velo delle vergini consacrate, fu la destinataria di una celebre lettera-trattato dell’eretico Pelagio sulla vita devota, Epistola ad Demetriam (Pelagio, Epistula Ad Demetriadem, in PL 33, 1099-1120). A lei scrissero anche i santi Agostino (Cfr. Sant’Agostino (ed Alipio), Epistula CLXXXVIII, A Juliana, vidua matre Demetriadis, in PL 33, 848C ss.) e Girolamo (San Girolamo, Epistula CXXX, Ad Demetriadem. De servanda Virginitate, in PL 22, col. 1107A ss., ora in Id., Le lettere2, traduzione, introduzione, note e indici di Silvano Cola (a cura di), vol. IV, Lettere CXVII-CLVII, Roma 1997, pp. 328 ss.). Tornata a Roma fu destinataria di un’anonima Epistula ad Demetriadem de vera humilitate, scritta, secondo alcuni, da san Leone I nel 440 o, secondo altre interpretazioni, da Prospero di Aquitania nel 435, in cui si attaccavano le posizioni di Pelagio sulla base delle tesi di Agostino (San Leone Magno, Epistola ad sacram virginem Demetriadem, seu De humilitate tractatus, in PL 55, col. 161A ss. Cfr. Anne Kurdok, op. cit., p. 216.).
Gli scavi effettuati nel sito della chiesa di Demetriade hanno portato alla luce un’epigrafe con la lode fatta da san Leone Magno alla vergine benefattrice:

CVM • MVNDVM • LINQVENS • DEMETRIAS • AMNIA • VIRGO
CLAVDERET • EXTREMVM • NON • MORITVRA • DIEM
HAEC • TIBI • PAPA • LEO • VOTORVM • EXTREMA • SVORVM
TRADIDIT • VT • SACRA • SVRGERET • AVLA • DOMVS
MANDATI • COMPLETA • FIDES • SED • GLORIA • MAIOR
INTERIVS • VOTVM • SOLVERE • QVAM • PROPALAM
INDIDERAT • CVLMEN • STEPHANVS • QVI • PRIMVS • IN • ORBE
RAPTVS • MORTE • TRVCI • REGNAT • IN • ARCE • POLI
PRAESVLIS • HANC • IVSSV • TIGRINVS • PRESBYTER • AVLAM
EXCOLIT • INSIGNIS • MENTE • LABORE • VICENS

Sul sito dell’antica basilica di Demetriade – i cui resti sono visibili oggi nel parco archeologico delle Tombe di via Latina – è stata eretta, tra il 1954 ed il 1955, la chiesa parrocchiale di Santo Stefano protomartire, nel quartiere Tuscolano.
A santo Stefano, inoltre, era dedicato un oratorio nel battistero del Laterano, fondato forse da papa Ilario, denominato in seguito Santo Stefano de Schola Cantorum in Laterano (cfr. L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, in Bibliothèque des Ecoles Françaises d’Athènes, et de Rome, Paris 1886, tomo I, p. 245. Varianti dei manoscritti 2; Armellini, op. cit., p. 105. Cfr. Huelsen, op. cit., pp. 477 e 479) anche se  quest’oratorio dové passare, poi, sotto il patronato di san Venanzio e dei martiri dalmati.
Nel Medioevo, la pietà dei Pontefici moltiplicò in tutte le parti dell’Urbe i santuari dedicati a santo Stefano, tanto da contarsene almeno trentacinque, tra i quali molti monasteri tanto latini quanto orientali. A causa di una tale popolarità del culto del primo martire, la solennità con la quale si celebrava la stazione di questo giorno sul Celio non ha dunque nulla di sorprendente.
Il Papa vi si recava a cavallo, dal Laterano, con i cardinali e la corte, tutti rivestiti di sontuosi abiti di seta. La gualdrappa del destriero era di prezioso scarlatto ed il Papa, con la testa cinta dalla tiara, indossava la pænula bianca, abito di viaggio degli antichi Romani. A Santo Stefano Rotondo, deponeva la corona e le vesti bianche per assumere i paramenti rossi con i quali celebrava la messa, al termine della quale rimontava a cavallo ed il corteo faceva ritorno al patriarchium, dove aveva luogo l’abituale distribuzione delle gratifiche – presbyterium (Ordo Romanus XII, §§ 6-8, in PL 78, col. 1067-1068A) – ed il pasto rituale nel triclinium (Ordo Romanus XI, § 24, ivi, col. 1035A).
L’ordo di Pietro Amelio prescriveva di servirlo con una grande dignità e di invitarvi i cappellani, gli accoliti, gli uditori ed i penitenzieri, ai quali si distribuiva anche una provvista di pepe (Ordo Romanus XV, § 13, ivi, col. 1280C-1281A). In caso di indisposizione del Papa, la messa di questo giorno doveva essere celebrata dal cardinale prete di San Clemente, poiché quello di Santo Stefano suppliva di diritto il Pontefice il giorno di Natale. Nel pomeriggio, i vespri avevano luogo al Laterano, ed il Papa vi prendeva parte vestito di piviale rosso e mitra in testa.
Il passo degli Atti degli Apostoli oggi ci descrive in colori drammatici il giudizio di Stefano nel Sinedrio e la sua lapidazione fuori dalle mura di Gerusalemme. San Luca dové averne appreso i dettagli direttamente da san Paolo, nell’animo del quale questa scena atroce rimase incisa di un modo indelebile. Il Protomartire contro cui si sollevano particolarmente le sinagoghe, che rappresentavano la Diaspora nella Città santa, cadde vittima del suo zelo per la propaganda universale dell’ideale evangelico al di là anche delle barriere nazionali d’Israele. Va peraltro ricordato che in tutta o quasi la storia delle antiche persecuzioni sovente ad aizzare la ferocia dei persecutori pagani sono gli stessi giudei. Tertulliano, non a caso, definiva le sinagoghe come «fonti di persecuzione» (Tertulliano, Adversus gnosticos Scorpiace, cap. 10, § 10, in PL 2, col. 143A; ed. 1878, col. 166A). Stefano, ellenista, che si rivolgeva direttamente agli ellenisti, agli Alessandrini ed ai Cirenei, aveva sperato di trovarli meno ostili e meno stretti nella loro concezione messianica, ma il seme cristiano doveva morire nella terra ed essere innaffiato col sangue, ed il protomartire cadde vittima dell’aberrazione religiosa del Sinedrio. L’opera andrà tuttavia avanti, malgrado gli uomini, poiché il più feroce persecutore di Stefano, in seguito, Saulo, suo malgrado ne raccolse già il programma nel suo cuore, per farsi in futuro apostolo fino all’estremi confini del mondo.
Stefano non è semplicemente un martire, è uno dei più insigni personaggi dell’età apostolica; di qui deriva il fatto che i greci gli attribuiscono il titolo di apostolo e che la liturgia romana lo pone nella categoria dei profeti, dei dottori e dei maestri, di cui il Vangelo di questo giorno descrive molto bene il destino. Gerusalemme, la benamata del Signore, lapida eos qui ... missi sunt, in altri termini i suoi apostoli; ma la misura dell’ingratitudine è oramai colma. Il Signore si ritira da essa e l’abbandona per un tempo al suo destino. Diciamo per un tempo, poiché il Pastore d’Israele non può mai dimenticare il suo popolo originario in maniera definitiva ed in effetti Egli è pronto a tornare ai figli di Giacobbe in misericordiis, appena questi consentiranno ad accettarlo come Redentore. L’acclamazione rifiutata al Cristo dagli ebrei è posta come condizione di pacificazione: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore (Lc 13, 31-35), ed è il grido gioioso della Chiesa all’arrivo dell’agnello divino sull’altare eucaristico.
Stefano, morendo, contemplava Gesù alla destra della maestà di Dio, e per questo gli raccomandava il suo spirito; e pregava di perdonare i suoi uccisori, accecati dall’ignoranza e dalla passione. L’orazione di Stefano fu esaudita, ed il suo più bel frutto fu Paolo. È questa vicinanza tra il Protomartire e l’Apostolo che volle significare precisamente l’antica pietà dei Pontefici, quando, accanto al sepolcro di san Paolo sulla via di Ostia, eressero fin dal VI sec. un insigne oratorio, in onore di santo Stefano, annettendovi un monastero.


Johann von Schraudolph, Martirio di S. Stefano, 1850, Cappella reale, Cattedrale, Spira

Luigi Garzi (attrib.), Lapidazione di S. Stefano, XVII sec.

Mathias Stom, Martirio di S. Stefano, Museo diocesano, Palermo

Bernardo Cavallino, Martirio di S. Stefano, 1645 circa, Museo del Prado, Madrid


Jacques Stella, Martirio di S. Stefano, 1623, Fitzwilliam Museum, Cambridge

Antonio Carracci (attrib.), Lapidazione di S. Stefano, 1610 circa, National Gallery. Londra






Jaocpo e Domenico Tintoretto, Lapidazione di S. Stefano, XVI sec., Chiesa di S. Giorgio Maggiore, Venezia

Giorgio Vasari, Martirio di S. Stefano, 1571, Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano, Roma

Vicente Juan Masip detto Juan de Juanes, S. Stefano insegna nella sinagoga, 1562 circa, Museo del Prado, Madrid

Vicente Juan Masip detto Juan de Juanes, S. Stefano accusato di blasfemia, 1562 circa, Museo del Prado, Madrid

Vicente Juan Masip detto Juan de Juanes, S. Stefano condotto al martirio, 1562 circa, Museo del Prado, Madrid

Vicente Juan Masip detto Juan de Juanes, Martirio di S. Stefano, 1562 circa, Museo del Prado, Madrid

Vicente Juan Masip detto Juan de Juanes, Sepoltura di S. Stefano, 1564 circa, Museo del Prado, Madrid

Juan Correa de Vivar, Martirio di S. Stefano, XVI sec., Museo del Prado, Madrid


Ulisse Sartini, S. Stefano, 2009, chiesa parrocchiale, Niviano di Rivergaro


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