lunedì 15 dicembre 2014

Il Sillabo e l’Immacolata. Una storia incrociata

In occasione dell’Ottava dell’Immacolata Concezione, soppressa nel 1955 e di cui, tuttavia, si trova traccia nel XV sec. in qualche ordine religioso ed in alcune diocesi, e che fu estesa alla Chiesa universale da Innocenzo XII (1691-1700) e confermata da Pio IX, rilancio volentieri questo studio.


Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata concezione (detta La Colossale), 1650 circa, Museo de Bellas Artes de Sevilla, Siviglia

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione con il Padre Eterno, 1668-69, Museo de Bellas Artes, Siviglia

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione, 1670, Walters Art Gallery, Baltimora

Il Sillabo e l’Immacolata. Una storia incrociata

di Carlo Codega

Pochi conoscono i retroscena della gloriosa Proclamazione dogmatica, e come a essa sia intimamente legata la condanna delle principali eresie del tempo. In realtà come per tutte le cose divine, anche il dogma dell’Immacolata è venuto nel tempo giusto, al momento giusto...

L’8 dicembre 1864, solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, il beato Pio IX con la pubblicazione dell’enciclica Quanta cura e del suo ben più famoso “allegato”, il Syllabus, chiudeva una travagliata vicenda iniziata ben quindici anni prima: la chiudeva però nello stesso segno con cui era iniziata, il segno splendente e trionfante dell’Immacolata. Il legame tra il famoso Documento pontificio che condanna i principali errori del pensiero moderno, e la figura della “Donna vestita di sole” che schiaccia la testa al serpente infernale, in realtà non è ben evidente, appartenendo a quello che il gesuita padre Giuseppe Calvelli definiva «soprannaturale senso logico», e merita qualche spiegazione e la narrazione di qualche piccolo aneddoto. 
Nonostante la simpatia sino ad allora dimostrata per la causa unitaria italiana, il Beato, dall’alto della sua funzione universale di Capo della Chiesa, con la famosa allocuzione del 29 aprile 1848 rifiutò di scendere in guerra accanto al Piemonte e agli altri Stati italiani contro l’Austria cattolica. Il secco diniego del Papa alla causa rivoluzionaria italiana non doveva rimanere però senza replica: le sordide logge romane e i loro violenti caporioni decretarono che il “tradimento” del Papa alla causa rivoluzionaria dovesse essere ripagato portando la Rivoluzione nella stessa Città eterna, capovolgendo quel dominio pontificio che non aveva voluto mettersi a capo del progetto massonico e liberale. 
Lo scatenarsi della baraonda rivoluzionaria doveva portare in breve tempo all’omicidio del primo ministro Pellegrino Rossi e all’attacco al Quirinale, dimora del Papa, del 16 novembre 1848, nel quale rimase ucciso il segretario mons. Palma. 

I mesi di Gaeta

La precipitosa e rocambolesca fuga da Roma condusse a Pio IX a Gaeta, ospite dei Borboni di Napoli, dove nei molti mesi di forzato esilio non solo seppe riacquistare le energie necessarie per continuare la lotta ma soprattutto, assistito dallo Spirito Santo e dai suoi Doni, riuscì a rendere più penetrante il suo sguardo sulle vicende politiche contemporanee, fino a comprendere che dietro a quegli eventi politici non vi erano solo conflitti tra uomini ma una vera e propria guerra contro Dio, la sua Legge eterna e la sua Chiesa: mai come allora al Santo Padre dovette rifulgere in tutta la sua verità il detto di Juan Donoso-Cortes: «Dietro ad ogni problema politico vi è un problema teologico». 
Furono in particolare alcune parole saettanti uscite dalla bocca del card. Raffaele Lambruschini, segretario di stato di Gregorio XVI e suo principale contendente al Conclave del 1846, a toccarlo nell’intimo. Mentre dalla fortezza di Gaeta il Beato osservava il mare in tempesta, rappresentazione quanto mai efficace della bufera che in quei giorni si abbatteva sulla barca di San Pietro, il cardinale Lambruschini, devoto difensore di Maria Santissima, gli rivolse queste parole: «Beatissimo Padre, Voi non potrete guarire il mondo che col proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione. Solo questa definizione dogmatica potrà ristabilire il senso delle verità cristiane e ritrarre le intelligenze dalle vie del naturalismo in cui si smarriscono». 
Come un raggio di sole che penetra le nuvole in una giornata uggiosa, quelle parole penetrarono nell’intimo dell’animo del Santo Padre e, ben al di là della volontà di colui che le aveva proferite, gli lasciarono una convinzione profonda: l’Immacolata Concezione e la salvezza della società dai tanti errori filosofici etici e politici non erano, come potrebbe sembrare a prima vista, due questioni distinte, bensì costituivano, in una visione più alta rischiarata dai doni dello Spirito Santo (il soprannaturale senso logico, appunto), un’u­nica questione che la Chiesa aveva l’obbligo di affrontare. E senza temporeggiamenti appunto, ma con quella fretta meditante che contraddistingue gli uomini di Dio, Pio IX prese di piglio entrambi i problemi: al medesimo anno, il 1849, possiamo far risalire infatti l’inizio dei processi che porteranno alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione e alla condanna degli errori del pensiero moderno. 
Da una parte infatti con l’enciclica Ubi primum del 2 febbraio 1849, Pio IX domandava a tutti i vescovi un parere per avviare il riconoscimento ufficiale e dogmatico da parte della Chiesa dell’Immacolato Concepimento di Maria, in termini che tradiscono la sua assoluta convinzione della verità di questo. Dall’altra sempre al 1849 risalgono i primordi della pubblicazione di un elenco di dottrine moderne condannate dalla Chiesa: fu infatti su iniziativa di Gioacchino Pecci (futuro Leone XIII), allora vescovo di Perugia, che il concilio provinciale di Spoleto rivolse al Papa la perorazione di pubblicare un elenco di dottrine che la Chiesa condannava, in modo da portare chiarezza tra il clero e il laicato cattolico, confuso dal pullulare di dottrine che tendevano a conciliare ingenuamente mentalità moderna e Cattolicesimo. 

La Distruttrice di tutte le eresie

Non siamo noi in realtà a cogliere il nesso “nascosto” (o meglio soprannaturale) tra le due iniziative del Papa in esilio: mentre i lavori per entrambe continuavano, alcuni rappresentanti del mondo intellettuale cattolico si accorsero che le due questioni, nell’ottica della Fede, risultavano tanto dipendenti l’una dall’altra da poter divenire un’unica questione. Il primo ad accorgersi di ciò fu il brillante politico e pensatore torinese Emiliano Avogadro della Motta che nel suo Saggio intorno al socialismo e alle dottrine e tendenze socialiste (1851) individuò nel dogma del peccato originale e della Redenzione operata da Cristo il punto di connessione tra le due. «L’infezione originale», avendo infatti causato la perdita del dono della scienza ed inclinato l’uomo alla concupiscenza, è la radice prima di ogni peccato e di ogni errore, e quindi anche dei funesti errori del pensiero moderno, frutto ed effetto della disobbedienza alla Legge di Dio e della superbia che per primi portarono Adamo ed Eva a peccare e a trascinare la natura umana nella loro caduta. Da tale infezione solo Maria Santissima era stata esente e tale Privilegio, primo frutto della Redenzione di Cristo, non le era stato concesso solo come privilegio personale ma anche per il singolare ruolo dell’«eletta sposa e madre di Dio» nell’opera della Redenzione, ovvero per «recare a tutti i figli di Adamo la medicina»: oggi, come in tutti i tempi, riconoscere il privilegio dell’Immacolata Concezione significa colpire alla radice ogni tipo di peccato, anche i peccati intellettuali del pensiero moderno, e ravvivare nell’uomo la coscienza della sua infermità che può essere curata solo da Cristo attraverso Maria. 
L’Avogadro della Motta poté quindi osservare: «Forse lo Spirito Santo riservò a questi tempi l’esame e la determinazione definitiva intorno a un privilegio cotanto glorioso per Maria, acciò che sto nuovo splendore di sua luce candidissima fughi le tenebre della superba e laida eterodossia moderna» e pertanto, «non si potrà a meno di ravvisarvi uno dei colpi maestri della sapienza e bontà divina che in un punto dottrinale il più strettamente teologico e il più remoto in apparenza dalle questioni che la filosofia e corruttela moderna eleva con tanta burbanza ed empietà, prepara un’arma occulta, finissima, a ferirla nel cuore, quando, dove, e come men se l’attende, ed apre un vaso di balsamo di paradiso che spargerà nuova fragranza di purezza celeste per tutto il mondo cristiano». 
Questo breve accenno, in un’opera volta a confutare il pensiero liberale e socialista, non rimase infecondo bensì venne accolta e sviluppata soprattutto dal rettore del collegio degli scrittori della Civiltà Cattolica (rivista anch’essa nata nel doloroso e fecondo esilio di Gaeta), il gesuita padre Giuseppe Calvelli, in un articolo dal titolo Congruenze sociali di una definizione dogmatica sull’Immacolato Concepimento della Beata Vergine Maria (febbraio 1852). 
Racchiudendo gli errori del pensiero moderno nelle due categorie del razionalismo e del semi-razionalismo, accomunati dalla «negazione del peccato originale in sé o nei suoi effetti e sul pervertito concetto di Cristo Riparatore», padre Calvelli sostenne l’opportunità di racchiudere in un unico documento la condanna di questi e la proclamazione dell’Immacolata Concezione. Ciò innanzitutto perché se questi errori comportano la negazione del peccato originale e della Redenzione, l’Immacolata Concezione, al contrario, ricorda a tutti gli uomini che l’unica esente dal peccato originale fu l’Immacolata, redenta in modo più pieno da Cristo per partecipare poi all’opera della salvezza degli uomini: in questo senso il dogma dell’Immacolata «include la negazione di tutti gli errori del razionalismo». In secondo luogo poi questi errori non sono altro che eresie, ovvero peccati dell’intelletto mosso dalla superbia, e l’Immacolata con l’esenzione dal peccato e dalla concupiscenza, oltre che per il dono preternaturale della scienza, non può che essere la prima avversaria di questi errori: Cuncta haereses tu sola interemisti in universo mundo (Tu sola distruggesti tutte le eresie nel mondo intero), canta la Liturgia, riferendosi alla Vergine Maria. In terzo luogo, ed è forse l’aspetto più importante dell’articolo, padre Calvelli aggiunge un elemento decisivo: la semplice condanna degli errori filosofici in realtà poco farebbe, perché «varrebbe ad illustrar solamente l’intelletto e non ad accendere insieme i cuori», mentre bisognerebbe trovare la maniera di condannarli in modo che «non solo rischiarasse la mente ma valesse eziandio [anche] a infiammare l’affetto dei fedeli, proponendo loro un oggetto di culto a loro carissimo, il cui dogma si connetta strettamente con la condanna dei menzionati errori e in sé involga e personifichi in un certo modo la credenza cattolica ad essa contraria». Non serve nemmeno dire che questo “oggetto di culto” sarebbe proprio l’Immacolata Concezione, infatti «attraverso questo simbolo pratico [...] la credenza a tale Mistero sarebbe come il comun legame, la parola d’ordine, la professione sommaria, la protesta sempre vivente contro tutti quei dogmi d’inferno». 
In definitiva dal dogma dell’Immacolata proverrebbe sia la luce per illuminare gli intelletti, e fargli abbandonare gli errori e le eresie, sia l’amore al Privilegio mariano, che provocherebbe ripulsione per tutti questi errori: con sicurezza dunque il Gesuita poteva scrivere che «dalla definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione sarebbe proceduto il riordinamento del mondo, la dissipazione degli errori, il rimedio ai mali presenti, il principio d’un’era novella».

Il fallimento del progetto

L’articolo dell’eminente Rivista impressionò molto Pio IX e lo convinse della convenienza di unire strettamente le due cause, pensando di poter accorpare la condanna delle tesi erronee del pensiero moderno all’enciclica di proclamazione del dogma dell’Immacolata, in modo da sottolineare nella forma migliore il nesso inscindibile che vi riconosceva. Prima però di prendere una decisione di questo tipo preferì che il card. Fornari, membro della commissione preparatoria, richiedesse il parere di alcuni eminenti personaggi, sia laici che ecclesiastici, tra cui lo stesso Avogadro della Motta, il battagliero Louis Veuillot (direttore de L’Univers), mons. Louis Pie e Luigi Taparelli d’Azeglio SJ. 
Non conosciamo le singole risposte degli interpellati riguardo alla convenienza di questo, forse però su di tutte pesò quella di colui che per primo aveva lanciato l’idea, Avogadro della Motta. Saremmo tentati, se non conoscessimo il valore adamantino di questo pensatore della Controrivoluzione cattolica, di accusarlo di aver, come si suol dire, “lanciato il sasso e ritirato la mano”; infatti in una lettera al Taparelli d’Azeglio, il conte Avogadro della Motta espose le motivazioni che lo portavano ad essere sfavorevole all’accorpamento della proclamazione dogmatica del Privilegio mariano e della condanna degli errori moderni. In particolare il primo motivo che lo vedeva dubbioso sull’opportunità di tale scelta consisteva sostanzialmente nell’opporre un dogma puramente teologico a falsità che potevano essere dimostrate come tali con il solo lume della ragione, quali sono appunto la maggior parte delle proposizioni condannate dal Sillabo. Inoltre, a suo modo di vedere, la condanna di tali errori avrebbe avuto una risonanza pubblica talmente vasta da rischiare di offuscare la stessa proclamazione dell’Immacolata Concezione: la parte “negativa”, di condanna, irrimediabilmente avrebbe tolto l’attenzione sulla parte “positiva”, sulla solenne definizione della Tota pulchra. Fatto sta che l’idea venne abbandonata dallo stesso Sommo Pontefice, non certo senza una qualche provvidenza: difatti il processo che avrebbe portato al Sillabo e al definitivo elenco di 80 proposizioni condannate si sarebbe concluso solo nel 1864, mentre, libera da questo lungo travaglio, la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione avvenne solo due anni dopo con la Ineffabilis Deus (1854). 
Inoltre, considerato il grande clamore che il mondo liberale e massonico produsse contro il Sillabo, evidentemente una proclamazione congiunta avrebbe tolto visibilità al dogma dell’Immacolata Concezione, la cui proclamazione poté essere invece un vero tripudio di tutta la Chiesa in onore di Maria Santissima, Immacolata Regina del Cielo e della terra. Se il progetto di unire in un solo documento le due questioni fallì, tuttavia non venne meno quel nesso tra l’Immacolata e la condanna delle moderne eresie che le menti più penetranti avevano compreso. 
Alla luce di questo non fu certo un caso, bensì un doveroso tributo al progetto accarezzato più di dieci anni prima, che il beato Pio IX decise di pubblicare il Sillabo esattamente 10 anni dopo la Ineffabilis Deus, proprio l’8 dicembre, giorno della solennità dell’Immacolata. 
Qualche decennio più tardi san Massimiliano, erede proprio di questa profetica visione, avrebbe identificato proprio la “missione” dell’Immacolata nel conquistare ogni singola anima e il mondo intero a Lei, perché solo allora «cadranno i socialismi, i comunismi, le eresie, gli ateismi, le massonerie e tutte le altre simili stupidaggini che provengono dal peccato» (Scritti di San Massimiliano Kolbe, n. 199).

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