sabato 29 novembre 2014

"Ad Te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur" (Ps. 24, 1-3 - Intr.) - I Domenica d'Avvento


Diversamente dagli antichi Sacramentari che cominciavano l’anno dalla solennità natalizia, l’odierno Messale Romano inizia oggi il suo ciclo liturgico. La ragione è che l’incarnazione del Verbo di Dio è il vero punto centrale, la colonna miliare che divide il lungo corso dei secoli dell’umanità, la quale, nei disegni della divina Provvidenza, ci prepara quella pienezza dei tempi che prelude al lieto “anno di redenzione”, ovvero dalla culla di בֵּיִת לֶחֶם, Beth-lechem, dalla “Casa del pane” o “Casa della carne”, indirizza i suoi passi verso la Valle di Giosafat, dove il Bimbo del Presepio attende al giudizio tutta l’eredità d’Adamo, riscattata col suo Sangue prezioso. L’ordine del Messale di san Pio V è più logico, e corrisponde meglio a questo nobile concetto della storia, che fa dell’Incarnazione il vero punto centrale del dramma dell’universo. Gli antichi, però, che facevano cominciare i loro Sacramentari dalla festa del Natale, seguivano in questo la primitiva tradizione liturgica, la quale, sino al IV sec., non conosceva ancora un periodo di quattro o sei domeniche di preparazione a questa grande solennità tra tutte.
Fu verso la metà del V sec., quando, a causa del contraccolpo delle eresie cristologiche di Nestorio, la commemorazione natalizia del Salvatore salì a grande celebrità, che a Ravenna, nelle Gallie ed in Spagna cominciò ad apparire nella liturgia un ciclo speciale di preparazione al Natale. La polemica contro Nestorio ed Eutiche ed i grandi concili d’Efeso e di Calcedonia, nei quali fu solennemente proclamato il dogma delle due nature, divina ed umana, nell’unica persona del Signore Gesù, e dove per conseguenza furono esaltate le glorie e le prerogative della Theotokos, diedero un vigoroso impulso alla pietà cattolica verso il mistero dell’Incarnazione, che ritrovò in san Leone Magno ed in san Pier Crisologo i predicatori più efficaci ed entusiasti di quel mistero di Redenzione (Per riferimenti, cfr. Corrado Maggioni, La Vergine Maria nel primitivo ciclo del Natale, in Ermanno M. Toniolo (a cura di), La Vergine Madre nella Chiesa delle origini. Itinerari mariani dei due millenni, vol. I, Roma 1996, pp. 87 ss., partic. pp. 92-93).
Il Sacramentario Leoniano, essendo mutilo nel suo inizio, non può attestarci nulla circa le prime origini dell’Avvento liturgico a Roma; ma è probabile che il rito della metropoli pontificia anche in questo punto fosse sostanzialmente identico a quello di Napoli e della suffraganea Ravenna, ove il Crisologo – se pure non gli spetta la paternità delle collette d’Avvento del famoso rotulus ravennate – in quattro diverse occasioni pronunciò al popolo ben nove splendide omelie in preparazione alla festa di Natale. Cfr. San Pietro Crisologo, Sermo CXL, De Annunciatione D. Mariæ Virginis, in PL 52, 575B-577B; Sermo CXLI, De Incarnatione Christi, ivi, col. 577B-579A; Sermo CXLII, De Annunciatione D. Mariæ Virginis, ivi, col. 579B-582B; Sermo CXLIII, De eadem, ivi, col. 582C-585A; Sermo CXLIV, De eadem, ivi, 585B-588A; Sermo CXLV, De generatione Christi et de Joseph Mariam dimittere volente, ivi, col. 588B-591B; Sermo CXLVI, De eadem, ac Joseph sponso, et sponsa matre, ivi, col. 591C-594A; Sermo CXLVII, De Incarnationis sacramento, col. 594A-596A; Sermo CXLVIII, De eodem, ivi, col. 596A-598A. Da questi sermoni si deduce che, al suo tempo, esisteva a Ravenna almeno una domenica prenatalizia nella quale si leggeva il Vangelo dell’Annunciazione (così Pietro Sorci, Maria nelle liturgie latine, in Enrico dal Covolo – Aristide Serra (a cura di), Storia della mariologia, vol. I, Dal modello biblico al modello letterario, Roma 2009, p. 391).
Da molti secoli la Chiesa Romana consacra alla celebrazione dell’Avvento quattro settimane. È vero che i Sacramentari Gelasiano e Gregoriano, d’accordo con parecchi altri antichi lezionari, ne enumerano cinque; ma le liste lezionali di Capua e di Napoli, e l’uso dei Nestoriani che conoscono solo quattro settimane d’Avvento, depongono in favore dell’antichità della pura tradizione romana anche su questo punto.
A differenza della Quaresima, in cui predomina il concetto di penitenza e di lutto per deicidio che va ormai consumandosi in Gerusalemme, lo spirito della sacra liturgia durante l’Avvento, al lieto annunzio della vicina liberazione – Evangelízo vobis gáudium magnum quod erit omni pópulo (Lc 2, 10) – è quello d’un santo entusiasmo, d’una tenera riconoscenza e d’un intenso desiderio della venuta del Verbo di Dio in tutti i cuori dei figli di Adamo. Il nostro cuore, al pari di quello di Abramo, il quale exultávit, dice Gesù Cristo, ut vidéret diem meum, vidit et gavísus est (Gv 8, 56), deve essere compreso di santo entusiasmo pel trionfo definitivo dell’umanità, la quale per mezzo dell’unione ipostatica del Cristo, viene sublimata sino al trono della Divinità.
I canti della messa, i responsori, le antifone del divin Ufficio sono perciò tutti ingemmati di Alleluia; sembra che la natura intera – come la descrive pure l’Apostolo nell’attesa della finale parusia, expectátio enim créaturæ revelatiónem filiórum Dei expéctat(Rom 8, 19) – si senta come esaltata dall’incarnazione del Verbo di Dio, il quale, dopo tanti secoli d’attesa, viene finalmente su questa terra a dare l’ultima perfezione al capolavoro delle sue mani – Instauráre ómnia in Christo (Ef 1, 10).
La sacra liturgia durante questo tempo raccoglie dalle Scritture le espressioni più vigorose e più adatte ad esprimere l’intenso desiderio e la gioia mediante cui i santi Patriarchi, i Profeti e i giusti di tutto l’Antico Testamento hanno affrettato con i loro voti la discesa del Figlio di Dio.
Noi non possiamo far di meglio che associarci ai loro pii sentimenti, pregando il Verbo incarnato, che si degni di nascere in tutti i cuori, estendendo altresì il suo regno anche su tante regioni ove finora il suo santo Nome non è stato annunziato, dove gli abitanti dormono ancora nelle tenebre ed ombre di morte.
L’odierna stazione nella basilica Liberiana – in cui sin dai tempi di Sisto III si venerava una riproduzione romana del santuario della Natività a Beth-lechem – sembra quasi voglia additare ai fedeli lo scopo ed il vero termine di questo periodo di preparazione e di preghiera; è lì che ci attende il Præsepe Domini, la culla del Verbo incarnato, la quale, mentre dimostra la verità della sua natura umana, è insieme il trono e la cattedra da cui Egli ci tiene le sue prime lezioni evangeliche sull’ubbidienza, povertà e mortificazione dei sensi, condannando la superbia, la sensualità e il fallace fasto del mondo.
Nell’Ordo Romanus di Cencio Camerario si attesta che, nel XII sec., il Papa quest’oggi era ancora solito recarsi a celebrare la messa stazionale a Santa Maria Maggiore: «Et in eadem die Adventis idem dominus papa pergit ad stationem sanctæ Mariæ Majoris» (Così Ordo Romanus XII, cap. I, Quid debeat Dominus papa facere tempore Adventus, et in natali Domini, § 1, in PL 78, col. 1063C).
È probabile che tale uso risalga sino ai tempi di san Gregorio Magno, il grande riordinatore della liturgia stazionale, tanto più che parecchi antichi manoscritti delle sue opere contengono la notizia che l’odierna omelia sul Vangelo, che si legge nel Breviario, fu pronunciata appunto a santa Maria Maggiore.





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