mercoledì 27 luglio 2011

Del canto liturgico, ovvero musica Dei o musica C.E.I.?

di Giannicola D'Amico

Questo Blog ha ospitato il 6 e il 14 luglio due articoli, rispettivamente di Michele Smargiassi e Marcello Filotei, recentemente pubblicati da Repubblica e Osservatore Romano sulla questione della musica liturgica, che hanno rinfocolato brevemente una piccola polemica attorno a questo argomento.
A coronamento, la Redazione ha offerto ai lettori uno stralcio della Lettera che il S. Padre ha indirizzato al Pontificio Istituto di Musica Sacra per il centenario di fondazione, nel maggio scorso.
Mi sembra opportuna dunque qualche riflessione, data la generale confusione che regna nel campo, nonostante le indicazioni del Magistero e i suggerimenti che Joseph Ratzinger, anche da Papa, continua costantemente ad offrire.  
Andrò per ordine, iniziando dall’articolo pubblicato da Repubblica il 16 giugno scorso.
Che il quotidiano principe dell’area progressista della stampa italiana si sia occupato di tale argomento, è già una notizia: i media si sono accorti di un problema che al mondo laico, in realtà, poco importa o importerebbe, ovvero che la musica ascoltata nelle chiese italiane a servizio del culto è – perlopiù – indecente.
La prima parte dell’articolo compie una condivisibile disamina della paradossale situazione in materia (con l’occhio di divertita superiorità di certa cultura laicista tanto radical-chic e non certo con i sentimenti di chi è costretto a sopportarsi in casa tali nefandezze da decenni, unicamente pro bono pacis), e mette in fila alcuni dei casi più ridicoli, additando giustamente gli scempi più evidenti consumati non solo a livello di musiche, ma anche – e soprattutto – di testi, seppure con qualche inesattezza inerente il fatto che il catalano mons. Miserachs-Grau è ancora (e felicemente) il Preside del Pont. Ist. di Musica Sacra e che la Chiesa francese abbia saputo metter freno alle sconcezze musicali negli ultimi anni.
In verità le porcherie additate sono soltanto un cucchiaio in un mare magnum non contenibile nella brevità di un pezzo giornalistico, se non piuttosto in un catalogo al cui confronto quello di Leporello, nel Don Giovanni di Mozart, è una semplice giaculatoria!
La seconda parte dell’articolo fa luogo ad una intervista a don Antonio Parisi, responsabile della musica liturgica in seno alla CEI per lunghi decenni, di cui viene elogiata l’opera di correzione della situazione sopradetta.
È proprio in questa parte dell’articolo che il buon Smargiassi, forse profano alla materia, infilza alcuni svarioni.
La CEI avrebbe tentato di arginare questo stato di cose, soprattutto mediante l’ingrato compito assegnato a don Parisi di collazionare il fatidico Repertorio Nazionale, pubblicato un paio d’anni fa, sulla cui inefficacia lo stesso intervistato sostanzialmente conviene e sulla cui totale inutilità mi sono espresso già più volte, in numerose sedi ed in tempi non sospetti, visto che questa è la terza esperienza in tal senso negli ultimi trent’anni che, guarda caso, coincidono con la fase di maggiore confusione in questa materia.
L’articolo cita pure il precedente storico di inutilità del Regolamento emanato dalla S. Congregazione dei Riti nel 1884: io vi aggiungo anche il successivo del 1894 e una serie di repertori che, dall’Ottocento ceciliano tedesco in poi, avevano tentato di arginare situazioni simili alla presente, ma forse non così farsesche (o tragiche, a secondo dei punti di vista), senza esito.
Riuscirà a varare una riforma efficace ai primi del XX sec. S. Pio X i cui provvedimenti e provvidenze, più che su regolamenti o repertori, si basarono sui decenni di fervido lavoro paleografico e storico sul canto gregoriano compiuto dai Benedettini di Solesmes, su un secolo di diffusa sensibilità musicale ceciliana, sulle corrette acquisizioni del Movimento liturgico e sull’ormai avviata  reimpostazione degli studi filosofico-teologici e giuridico-canonistici del pontificato di Leone XIII.
In una parola: lo sterminato numero di provvedimenti sartiani in materia di musica e liturgia, trovò un terreno fertile preparato dal fermento culturale, ideale ed operativo che si era diffuso, grazie ad un movimento di pensiero su larga scala e non tanto in virtù di più o meno indovinate operazioni editoriali.
Nell’articolo don Parisi dice – giustamente – che non basta stampare un repertorio per ottenere qualcosa (ma allora mi chiedo perché è stato nuovamente pubblicato? Ci saranno ragioni a noi mortali oscure?) bensì è necessario formare i preti, i catechisti, gli animatori (brutta parola, che riferisco).
Attualmente  è vieppiù urgente la formazione perché, venuta meno l’antica osservanza rubricistica delle norme liturgiche, nessuna civiltà diffusa di rispetto per la natura stessa della Liturgia vi ha preso il posto, lasciando spazio a tutte le nefandezze in questione: per questo oggi un qualsiasi repertorio, rigido o liberal che sia, resterà frustrato dal sessantottino “Vietato vietare” che si è stabilmente insinuato – diciamocelo chiaramente – in molti strati del popolo cristiano, da cui provengono i c.d. operatori liturgici (sintagma abominevole, ma ormai usatissimo), e anche in molto clero.
A tal fine cosa ha fatto la CEI negli anni scorsi? Invece di vigilare sulla formazione nei seminari (ove con l’ultima Ratio studiorum del 2006 è stato addirittura sdoganato un quartum genus di canto liturgico, ovvero quello c.d. “giovanile”, mai previsto dal Magistero fino alla Sacrosanctum Concilium e all’Istr. Musicam Sacram tuttora in vigore), o sulla reale consistenza degli studi presso gli Istituti diocesani di musica sacra, ha istituito i corsi del Co.Per.Li.M. cui hanno collaborato pressochè tutti quei nomi che il buon don Parisi addita quasi a futuri “salvatori della patria”: dal gesuita p. Costa, a Sequeri, Frisina, al defunto p. Rossi, a Domenico Machetta sdb, al grande musicologo mons. Felice Rainoldi, tutte stars del variegato firmamento dei musicisti che si sono dedicati alla liturgia negli ultimi 50 anni, ai quali però non si fa torto alcuno dicendo che hanno militato per una visione molto “assemblearistica” e alquanto sganciata dalla tradizione gregoriana e polifonica della musica liturgica nel post-Concilio.
Tali corsi, frequentati da una parte infinitesimale dei giovani che sono impegnati nelle parrocchie italiane, non hanno sortito gli effetti sperati, forse pure per l’impostazione data agli studi, e in ogni caso non hanno inciso affatto sul clero cui sono affidate le realtà parrocchiali.
Il problema resta, come ha implicitamente sottolineato la recente Istruzione Universae Ecclesiae, il tipo di studi affrontati durante gli anni del seminario: se si avrà il coraggio di riprendere le indicazioni del Magistero e formare i seminaristi su una soda base di canto gregoriano e di seria musicologia liturgica, profondamente innervata su teologia e storia (non ideologizzata!) della liturgia, si potrà avere un primo argine naturale ad ogni deformazione liturgica di stampo “creativistico” e ad improvvide scelte musicali, risiedente nel patrimonio formativo dei futuri preti, che potranno meglio guidare, in virtù di quel bagaglio, i loro collaboratori a rispettare la Liturgia, quale culto pubblico in cui Verità e Bellezza possano convivere nuovamente.
Vorrei aprire una parentesi  sull’intervento nell’articolo in questione, di mons. De Gregorio, attuale consulente della CEI, già applaudito direttore del conservatorio statale di S. Pietro a Majella: non sembri al lettore gratuita polemica, ma pare alquanto strano che un sacerdote (cattolico) possa esprimersi oggi in quei termini, circa la Messa beat!
Dire  che essa “…..fu una sana apertura, ed era di qualità, il guaio come sempre sono gli epigoni ….” dopo quarant’anni di sfacelo, innescato dal tacito (?) avallo dato dalla gerarchia a simili sconcezze negli anni della rivoluzione sessantottina, anche in campo liturgico, può significare soltanto che mons. De Gregorio, il quale pur ben ricorda le avventurose circostanze contingenti che spinsero alcuni parroci nell’immediato, ad ammettere tali nuove forme a servizio della liturgia, e non dovrebbe certo ignorare il Magistero in virtù del suo ufficio ecclesiastico, da musicista forse dimentica la polemica sorta attorno al meraviglioso “Stabat Mater” di Rossini (ben oltre 150 anni fa), ovvero circa quella musica che, seppur esteticamente ammirevole, è inadatta al rito, per ragioni su cui non mi dilungo, trattandosi nella fattispecie della Messa beat.
Con l’aggravante che qui non si tratta nemmeno del sommo Rossini, ma di un autore noto al pubblico dei cinematografi Anni Sessanta e Settanta, più per colonne sonore di qualche western all’italiana e di filmetti alquanto pruriginosi, sui cui titoli taccio per non suscitare facili ilarità.
Ci augureremmo sinceramente che mons. De Gregorio non si limitasse a difendere la Tradizione della Chiesa solo indossando pizzi e merletti per le cerimonie di liquefazione del venerato sangue di S. Gennaro, ma da prete e da musicista si adoperasse per un ripristino di musica seria nelle chiese italiane, visto che il suo predecessore don Parisi non vi è affatto riuscito.
E che ora quest’ultimo dica che i canti sono cosa sacra, e tutt’uno con l’azione liturgica (e non sbaglia affatto, finalmente) sembra veramente il tentativo di accreditarsi – in zona Cesarini – con una tardiva orazione de domo sua …… ad Pontificem!
Non dimentichiamo però che fino a qualche tempo fa di quel “tutt’uno” don Parisi aveva una strana concezione, se al Congresso Eucaristico di Bari nel maggio 2005 - di cui egli fu magna pars – venne eseguita, preceduta da gran battage pubblicitario e seguita da un peana di approvazioni alquanto irridenti la sacra Liturgia, durante la celebrazione presieduta dal card. Ruini, la Misa Tango di Luis Bacalov.
Musica anch’essa di valore, ma assolutamente ed indubitabilmente inadeguata al rito, perché di chiara impostazione profana, nella composizione e nella esecuzione: fu come sancire ufficialmente quel processo di penosa secolarizzazione della Liturgia cattolica, e con essa della musica liturgica, che Paolo VI presentì già all’indomani della riforma liturgica e contro il quale mise in guardia, inascoltato, anche ripetutamente.
Joseph Ratzinger però, quando era stato organizzato tale “evento celebrativo” (terminologia urticante ma che prendo a prestito proprio dai programmi del Co.Per.Li.M……) non era ancora sul soglio di Pietro.
Un leggenda fiorita su S. Pio X vuole che papa Sarto, nella mania montante del tango ad inizi Novecento, abbia sconsigliato il nuovo ballo – reputato immorale – indicando la “furlana” che si ballava nelle sue campagne venete, come danza più decente.
Non è che fra qualche mese ad Ancona, don Parisi ci ammannisce una allegra Messa Jodler, per testificare l’aderenza sua e della CEI al Magistero di Papa Benedetto?
Speriamo comunque che non attui la promessa (o minaccia?) di un nuovo repertorio che la CEI avrebbe commissionato ai sopracitati autori, tutti ormai – a parte P. Giovanni M. Rossi, da tempo nella pace dei Santi - ben oltre …. l’età sinodale.
Ma, credetemi, non è affatto questione puramente anagrafica.
Passo a dire due parole sul breve pezzo di Marcello Filotei.
L’articolo dell’Osservatore Romano è quasi più inquietante, considerando che si tratta dell’organo ufficiale della S. Sede e non del foglietto di una qualunque parrocchia di periferia.
In un irenistico invito a non litigare, che pure è meritevole di plauso, non vi è un accenno ad un criterio certo e fondante per scegliere la musica per la liturgia, ovvero il Magistero della Chiesa, che sovrabbonda di indicazioni, argomenti, direttive (perlopiù ultimamente inascoltate) dall’alto Medioevo fino al Beato Giovanni Paolo II.
Senza contare i suggerimenti di Benedetto XVI.
Invece: una serie di possibilismi e di argomentazioni ancor più relativistiche!
Vi è addirittura una inversione nella tassonomia magisteriale: Filotei arriva a concedere – bontà sua – la compresenza del canto gregoriano con le nuove forme musicali, quasi apparentemente ignorando le pur recenti Sacrosanctum Concilium e Musicam Sacram, nonché il Chirografo di Giovanni Paolo II del 2003, e sottacendo che l’attuale situazione confusionale non era certo nelle intenzioni dei Padri conciliari (e sul punto sfido chiunque a dire e dimostrare il contrario!).
L’articolo termina con un giudizio quasi lapidario sul cinquantennio musicale post-conciliare: per l’Autore non sarebbe ancora chiaro ai musicisti il percorso per arrivare alla composizione di musica moderna, innestata nella tradizione gregoriana.
A parte che il Chirografo del 2003, riprendendo la norma del Motu proprio Fra le sollecitudini di Pio X – di cui celebrava il centenario – lo spiega benissimo, basterebbe prendere qualche esempio compositivo di musicisti seri (cito soltanto Bartolucci e Miserachs, ma l’elenco è più lungo e comprende persone anagraficamente più giovani) che hanno lavorato per dare anche alla riforma liturgica composizioni degne ed adatte, onde ricredersi ampiamente di quanto sostiene il giornalista.
Il problema non è, come sembra sostenere l’articolo, il negare ideologicamente – da destra o da sinistra, e mi si passi la metafora parlamentare - valore artistico a certa musica, ma appurare sotto molteplici aspetti la sua legittima compatibilità con il culto cattolico.
Filotei, che pur ebbe la benemerita e lucida fermezza tempo addietro, di non accodarsi al qualunquistico coro di approvazioni per le composizioni di Giovanni Allevi, abbia il coraggio di smascherare i tanti, troppi “Giovanni Allevi” della musica liturgica, che infestano le chiese italiane e mortificano i nostri riti in maniera così desolante.
Qualcuno di essi è pure ospitato nel Repertorio Nazionale.

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