lunedì 30 novembre 2015

Da Protagora a Cirinnà - relazione del prof. Cesare Mariano

Nella festa di S. Andrea apostolo, il Protoclito, su segnalazione volentieri pubblichiamo questo testo della relazione, in commento al d.d.l. Cirinnà, del prof. don Cesare Mariano, docente di esegesi del Nuovo Testamento presso la Facoltà Teologica Pugliese, tenuta in Potenza lo scorso 27 novembre.

Cima da Conegliano, Madonna col Bambino tra i SS. Michele ed Andrea apostolo, 1498-1500, galleria nazionale, Parma

Mattia Preti, Presentazione della reliquia della testa di Sant'Andrea al Papa Pio II, 1622-28, Chiesa di S. Andrea della Valle, Roma


Busto reliquiario di S. Andrea, Cattedrale, Amalfi

Da Protagora a Cirinnà

(Potenza, 27 novembre 2015)

di Cesare Mariano

Introduzione

«Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? – si chiede T.S. Eliot nei “Cori della Rocca” – Perché dovrebbero amare le sue leggi? / Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare. / È gentile dove sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri./ Ricorda loro il Male e il Peccato, e altri fatti spiacevoli. / Essi cercano sempre d’evadere / dal buio esterno e interiore / sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono».
Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perché gli uomini dovrebbero amare la sua dottrina? È a queste domande che cercherò di rispondere nel mio intervento, che si comporrà delle seguenti quattro parti.
1) la teoria del gender;
2) il ddl Cirinnà;
3) i presupposti filosofici comuni alle due questioni;
4) l’umanesimo cristiano.

1. Il gender

Il termine gender è stato introdotto nella letteratura scientifica dal sessuologo (behaviorista) J. Money nel 1955. Il termine gender, corrisponde all’italiano genere ma è ormai divenuto un termine tecnico per indicare il genere sessuale di una persona sulla base non di evidenze oggettive ma di una percezione soggettiva. Secondo la dottrina del gender, cioè, il genere sessuale non attiene alla sfera ontologica (dell’essere) ma a quella psicologica e decisionale (del sentirsi e decidersi).
Secondo la dottrina del gender non vi è una distinzione obiettiva tra uomo e donna, determinata da fattori di carattere fisico, psichico e spirituale. La differenza genetica tra individui di sesso maschile (in cui i cromosomi sessuali sono XY) e individui di sesso femminile (in cui i cromosomi sessuali sono XX) non conta nulla. La diversità tra uomo e donna, secondo i fautori della dottrina del gender ha origini di carattere estrinseco: sociali, culturali, politiche. Il genere sessuale (il gender) ha come unico criterio determinante la scelta del singolo: ciascuno è del sesso che sceglie di avere.
E. Sgreccia rintraccia le radici della teoria del gender nella filosofia del linguaggio strutturalistica di Lévi-Strauss, secondo il quale poiché le strutture del pensiero e del linguaggio risentono delle sovrastrutture di carattere sociale e culturale, compito della scienza è di smantellare queste sovrastrutture per giungere alla struttura più profonda dell’io che attinge all’inconscio. In questo senso, Lévi-Strauss arriva ad affermare che «il fine ultimo delle scienze esatte non è di costituire l’uomo, ma di dissolverlo» (II pensiero selvaggio, Il Saggiatore, Milano 1964).
Progressivamente, la teoria del gender ha assunto una pretesa egemonica rispetto alla categoria di genere sessuale, fino a volerlo sostituire come indicatore della connotazione sessuale di un individuo. Nella sua opera del 1990 Gender-Trouble: feminisme and the Subversion of Identity (New-York; Scambi di genere: Identità, sesso e desiderio, Sansoni, Milano 2004), Judith Butler, celebre esponente del movimento femminista, rivendica esplicitamente la carica sovversiva della teoria del genere. Secondo Butler, infatti, ogni singolo individuo ha il diritto di scegliersi liberamente il proprio genere sessuale, senza che lo Stato (le leggi) e la Natura (la struttura corporea connotata sessualmente) possano contrapporre a tale diritto alcuna pretesa normativa. Con la Butler lo strutturalismo di Lévi-Strauss approda ad una visione post-strutturalista e decostruttivista, perché secondo questa studiosa (filosofa, psicanalista, critica letteraria) quello che tradizionalmente viene definito come genere sessuale tradizionale consiste in un’identità sessuale culturalmente costruita, effetto del linguaggio che mediante la ripetizione produce e stabilizza il significato di “maschile” e “femminile”. A questa stabilizzazione corrisponde la normalizzazione che relega nell’ambito dell’a-normale e dell’abietto le identità sessuali non conformi al modello, ossia la lesbica, il gay e più in generale il queer (ambigue).
Dalle aule universitarie il termine gender si è rapidamente diffuso sui tavoli del dibattito filosofico, politico e mediatico. Il 6 settembre del 1995, l’allora First Lady of USA, Hillary Clinton, alla Conferenza dell’ONU di Pechino, propose di sostituire la differenza tra uomini e donne con cinque “generi”: eterosessuale maschile, eterosessuale femminile, omosessuale maschile, omosessuale femminile, bisessuale. La proposta non passò perché la S. Sede riuscì a organizzare un ampio fronte di paesi in dissenso con questa proposta. Tuttavia, la teoria del gender ha continuato a camminare, anzi a correre ad un ritmo impetuoso, tanto che la proposta della Clinton appare come ridicolmente retrograda se paragonata alla recente iniziativa del pervasivo Social Network Facebook di proporre agli utenti degli Stati Uniti la scelta tra 56 versioni di gender. Chi si iscrive può selezionare oltre ai tradizionali “male” e “female”, anche l’opzione “personalizza” che permette di scegliere altri 56 (1. Agender; 2. Androgyne; 3. Androgynous; 4. Bigender; 5. Cis; 6. Cisgender; 7. Cis Female; 8. Cis Male; 9. Cis Man; 10. Cis Woman; 11. Cisgender; 12. Female; 13. Cisgender Male; 14. Cisgender Man; 15. Cisgender Woman; 16. Female to Male; 17. FTM; 18. Gender Fluid; 19. Gender Nonconforming; 20. Gender Questioning; 21. Gender Variant; 22. Genderqueer; 23. Intersex; 24. Male to Female; 25; MTF; 26. Neither; 27. Neutrois; 28. Non-binary; 29. Other; 30. Pangender; 31. Trans; 32. Trans*; 33. Trans Female; 34. Trans* Female; 35. Trans Male; 36. Trans* Male; 37. Trans Man; 38. Trans* Man; 39. Trans Person; 40. Trans* Person; 41. Trans Woman; 42. Trans* Woman; 43. Transfeminine; 44. Transgender; 45. Transgender Female; 46. Transgender Male; 47. Transgender Man; 48. Transgender Person; 49. Transgender Woman; 50. Transmasculine; 51. Transsexual; 52. Transsexual Female; 53. Transsexual Male; 54. Transsexual Man; 55. Transsexual Person; 56. Transsexual Woman; 57. Two-Spirit.).

2. Il ddl Cirinnà

On.le Monica Cirinnà, PD,
promotrice ed autrice del d.d.l.
che ne porta il suo nome
Passiamo ora ad esaminare rapidamente il ddl Cirinnà che si propone – cito dal testo dei proponenti al Senato – di «disciplinare l’istituto delle unioni civili», cioè quei rapporti «tra da due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, che vogliano organizzare la loro vita in comune». Nell’intento dei proponenti, la disciplina «intende fornire ai cittadini che scelgano forme non tradizionali di convivenza la necessaria tutela delle relative situazioni giuridiche soggettive, evitando così ogni forma di discriminazione ai loro danni. È infatti necessario dare un riconoscimento giuridico a una realtà così rilevante socialmente da non poter più essere ignorata dalla legge». Si vuole evitare la «la rigida alternativa tra il vincolo (sacramentale o legale) del matrimonio e l’assoluta irrilevanza giuridica delle forme di vita associata che da tale modello prescindano (soluzione obbligata, questa, per chi, come gli omosessuali, non possa sposarsi). In questo senso, il riconoscimento di forme plurali di convivenza, anziché violare, rafforza piuttosto il principio di cui all’art. 29 della Costituzione, che nasceva non tanto per imporre un solo e cogente modello di convivenza, ma per limitare l’ingerenza statale sul terreno delle relazioni familiari, tipica delle politiche demografiche di regimi totalitari come quello fascista ».
I proponenti del ddl Cirinnà si propongono dunque non solo di rispettare ma di corroborare il principio che sta a fondamento dell’art. 29 Cost. Consideriamo, dunque, questo art. 29 che il ddl Cirinnà vorrebbe rafforzare: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio».
Il verbo scelto dai padri costituenti è “riconosce”: lo Stato non istituisce la famiglia, non crea la famiglia, non lo plasma a suo piacimento ma riconosce un dato oggettivo, un dato che precede la legge positiva perché corrisponde a quanto si trova nella natura stessa dell’uomo.
D’altra parte, in modo analogo, lo stesso Sacramento del matrimonio è stato istituito da Cristo elevando alla dignità di Sacramento (segno sensibile ed efficace dell’unione sponsale di Cristo e della Chiesa) l’unione naturale tra l’uomo e la donna.
Attraverso il dettato costituzionale «la famiglia – osserva l’avvocato Amato, Presidente dell’Associazione Giuristi per la vita – viene definita una elemento prepolitico e pre-giuridico, essendo sottratta alla disponibilità dell’ordinamento giuridico».
Quanto sia stata ponderata la scelta del verbo riconosce, appare con grande chiarezza considerando le dichiarazioni di voto sull’art. 29 di La Pira, Moro e Mortati.
- La Pira: «con l’espressione società naturale si intende un ordinamento di diritto naturale che esige una costituzione e una finalità secondo il tipo della organizzazione familiare».
- Moro: «Dichiarando che la famiglia è una società naturale si intende stabilire che la famiglia ha una sua sfera di ordinamento autonomo nei confronti dello Stato, il quale, quando interviene, si trova di fronte a una realtà che non può menomare né mutare».
- Mortati precisò il carattere normativo della definizione di famiglia come società naturale, dichiarando che «con essa si vuole, infatti, assegnare all’istituto familiare una sua autonomia originaria, destinata a circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua regolamentazione».
Ebbene, il ddl Cirinnà travalica in modo evidente la definizione di famiglia indicata dalla Costituzione. Di fatto, il ddl Cirinnà introduce una nuova forma di famiglia, composta tra persone dello stesso sesso. Anche se non si usa esplicitamente la definizione di matrimonio gay, la reale natura dell’istituto che viene a costituirsi è tale.
Il ddl Cirinnà bis si compone di due Capi. Il primo dedicato alle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Il secondo, più genericamente, alle convivenze di fatto.
Una sua rapida analisi consente di cogliere, per innovatività e incidenza, il “cuore pulsante” dell’iniziativa parlamentare nel capo I. Il secondo, a ben vedere, altro non è se non una ricognizione dell’attuale quadro dei diritti che, grazie ad una sorta di “ortopedia” giurisprudenziale, sono stati progressivamente riconosciuti ai componenti di convivenze di fatto (successione nelle locazioni; risarcimento danni; subentro nelle assegnazioni di edilizia popolare; assistenza ospedaliera etc).
Per quanto, a causa di un’ipocrisia linguistica, il termine matrimonio sia accuratamente evitato, il capo I manifesta il preciso intento di edificare un vero e proprio matrimonio omosessuale. Ciò si evidenzia a vari livelli:
Nascita del vincolo:
- l’unione civile si costituisce mediante dichiarazione delle due persone dinanzi all’ufficiale dello stato civile e alla presenza di due testimoni. L’unione è registrata nell’archivio dello stato civile (art. 2 ddl);
- al netto di formalità procedurali che potremmo definire “accessorie”, a ben vedere, il nucleo essenziale della celebrazione del matrimonio è costituito proprio dalla reciproche dichiarazioni dei nubendi di volersi prendere in marito e in moglie, rese dinanzi all’ufficiale dello stato civile, alla presenza di due testimoni (art. 107 c.c.).
Cause impeditive:
- non possono contrarre un’unione civile le persone minorenni, in stato di interdizione legale, non libere nello stato civile, legate da rapporti di parentela, affinità, adozione e affiliazione, condannate per omicidio nei confronti del coniuge dell’altra parte (art. 2 ddl);
- proprio tutte le condizioni necessarie per contrarre matrimonio (artt. 84 ss. c.c.).
Diritti e doveri:
- con la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni (art. 3 ddl);
- cioè a dire gli stessi diritti e doveri dei coniugi (artt. 143 e ss. c.c.).
Regime patrimoniale:
- sono applicabili alle unioni in questione le disposizioni del codice civile relative al regime patrimoniale legale dei coniugi (comunione legale/separazione dei beni).
Diritti successori:
- alle persone unite, inoltre, vengono attribuiti i diritti in materia ereditaria propri dei coniugi (art. 4 ddl).
Scioglimento del vincolo:
- lo scioglimento delle unioni civili avviene secondo le forme proprie del divorzio “tradizionale” (legge Fortuna-Baslini, l. 898/1970) e di quello “breve” (l. 55/2015).
Come se non bastasse, ad ulteriore riprova della malcelata volontà di piena assimilazione delle unioni tra persone dello stesso sesso e matrimonio civile, assume carattere eloquente la generale previsione secondo cui “Le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso” (art. 3, comma 4, ddl).
Dunque un’equiparazione “a tutto tondo”, con caratteri trasversali, comprendenti, ad esempio, le prerogative connesse con lo status di coniuge previste nel diritto del lavoro (congedi, permessi etc), nel diritto previdenziale (reversibilità), in materia di assistenza sociale (sussidi; alloggi popolari).
L’unica remora che il ddl sembra palesare riguarda la delicata materia delle adozioni di minori. Infatti, dopo aver chiarito, in termini derogatori, che il precetto di generale equiparazione (sic!) tra unione civile e matrimonio non riguarda la legge n. 184/1983 sulle adozioni (emblematicamente intitolata “Diritto del minore ad una famiglia”), il ddl estende alle unioni tra persone dello stesso sesso quella particolare modalità di adozione, prevista dalla citata legge, comunemente conosciuta come Stepchild Adoption (letteralmente “adozione del figliastro”), che consente l’adozione da parte del coniuge (recte, partner omosessuale) del minore figlio dell’altro coniuge (recte, partner omosessuale).
D’altra parte, anche le la residua restrizione in materia di adozione non è destinata a durare molto: «Sarà pressoché inevitabile – prevede l’avv. Amato – un intervento della Corte Costituzionale volto ad eliminare tale restrizione, sulla base dell’assunto per cui «come rilevato da recente giurisprudenza di legittimità, in assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza, costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale» (cfr. G.T. Parma, decr. 2.7.2013 confermato da Trib. Min. Bologna, decr. 31.10.2013).
Qual è il fondamento su cui si basa questa “unione civile” tra persone dello stesso sesso? La risposta la desumiamo dal primo comma dell’art. 11 in tema di convivenza di fatto, che evidentemente è il substrato fattuale dell'unione civile: il reciproco legame affettivo.
L’auctoritas da cui promana la Legge non è un dato oggettivo naturale ma è il sentire soggettivo. È proprio qui che si evidenzia la connessione tra la questione del gender e quella del ddl Cirinnà.

3. Presupposti filosofici

Alla luce del percorso compiuto appaiono con una certa nitidezza i presupposti filosofici da cui dipendono tanto la teoria del gender quanto l’impeto legiferante del ddl Cirinnà. I presupposti filosofici sono quelli del relativismo soggettivista, basato su due assiomi:
a) non esistono verità oggettive sia di ordine teoretico sia di ordine etico.
b) è il soggetto che si dà autonomamente delle sue verità teoretiche ed etiche, che lo Stato deve poi riconoscere.
Nel corso della modernità e della cosiddetta post-modernità, il relativismo si è diffuso in modo capillare: il razionalismo illuminista (preparato dal filone razionalista e neo-pagano dell’Umanesimo-Rinascimento), trovando il suo veicolo politico-militare nella Rivoluzione francese, ha conquistato spazi sempre più nell’Europa moderna, riuscendo a valicare i confini stessi del Tempio di Dio: «da qualche fessura – disse Paolo VI nel IX anniversario della sua Incoronazione il 22 giugno 1972 – il fumo di Satana [cioè il fumo dell’errore, del relativismo, il fumo di un pensiero non cristiano] è entrato nel Tempio di Dio».
Il “pensiero non-cristiano” corrisponde a quella dittatura del relativismo, di cui parlò l’allora cardinale Ratzinger nell’Omelia della MPERP del 2005:
«Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».
Ecco il principio che è all’origine del Gender e del ddl del Cirinnà: l’io misura di tutte le cose. La Weltanschauung che è all’origine di tutto ciò è la massima del vecchio Protagora: Omnium rerum mensura homo.
Ma qual è l’esito di un’impostazione del problema antropologico di questo genere?
La radicale solitudine dell’uomo; radicale nel senso letterale: l’uomo si trova senza radici, senza consapevolezza della propria origine, del proprio fine, del senso del proprio cammino. Privato della domanda sulla Verità e sul Bene l’uomo si ritrova in una strada di solitudine e tristezza.
Questo naturalmente vale a livello di singoli e di comunità:
«Il relativismo – ha scritto M. Pera in Senza radici (2004) – continua a fare da specchio e da cassa di risonanza dell’attuale umor nero dell’Occidente. Lo paralizza quando già è immobile e spaesato, lo rende inerme quando già è arrendevole, lo rende perplesso quando già è poco incline ad accettare le sfide» (p. 33).

4. L’Umanesimo cristiano

Ogni relativismo va (direi provvidenzialmente) ad infrangersi contro una cosa molto semplice: i fatti. Il filosofo francese decostruttivista Jacques Derrida che si era ingegnato nel sottoporre ad una critica decostruttivista delle grandi idee dell’Occidente (l’integrazione, la democrazia, lo Stato) dovette dopo l’11 settembre 2001 scendere dalla sua torre di cristallo e, messo alle strette, appellarsi all’ONU, come tanti. Perché non poté che arrendersi all’evidenza che c’è un fatto: la preferenza da parte delle persone di vivere nella sicurezza, nella serenità piuttosto che nella paura.
E il punto contro cui anche il relativismo religioso ed etico cozza è un fatto, il fatto cristiano, il quale consiste «nella decisione della Verità trascendente – il Deus Trinitas – di comunicarsi in forma gratuita, vivente e personale all’uomo» (Scola)
È per chiamare a verificare questo fatto con sé, a paragonare questo fatto con il proprio io, con quel desiderio indomito di verità, bontà, bellezza che è il cuore dell’uomo, è per questo che la Chiesa si fa accanto all’uomo.
Si fa accanto all’uomo per annunciargli la bellezza del suo essere uomo, capace di amare secondo la verità della propria natura corporeo-spirituale.
L’annuncio del fatto cristiano è dunque un vangelo per tutto l’uomo e per tutti gli uomini e tale Vangelo consiste nella profonda armonia tra natura e grazia, nel riconoscimento del fatto che la salvezza portata da Cristo è compimento dell’opera della Creazione.
Dice il testo del primo racconto biblico della Creazione (Gn 1,27): E Dio creò l’uomo a sua immagine; / a immagine di Dio lo creò: / maschio e femmina li creò.
La bellezza dell’immagine di Dio risplende nell’unione dell’uomo e della donna.
Di qui i pilastri della dottrina cristiana sull’origine, sul senso e sul fine di essere creature connotate sessualmente, secondo due polarità, quella maschile e quella femminile, due polarità progettate l’una per l’altra:
«L’uomo e la donna sono creati, cioè sono voluti da Dio: in una perfetta uguaglianza, per un verso, in quanto persone umane, e, per l’altro verso, nel loro rispettivo essere di maschio e femmina. “Essere uomo”, “essere donna” è una realtà buona e voluta da Dio» (CCC 370).
«Creati insieme, l’uomo e la donna sono voluti da Dio l’uno per l’altro» (CCC 371)
«L’uomo e la donna sono fatti “l’uno per l’altro”: non già che Dio li abbia creati “a metà” ed “incompleti”; li ha creati per una comunione di persone, nella quale ognuno può essere “aiuto” per l’altro, perché sono ad un tempo uguali in quanto persone (osso dalle mie ossa) e complementari in quanto maschio e femmina» (CCC 372).
Questo è l’Umanesimo cristiano! «Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in lui i tratti del volto autentico dell’uomo» ha detto il Papa il 10 novembre scorso a Firenze nel Discorso di apertura del V Convegno nazionale della Chiesa italiana.
Abbiamo iniziato questo percorso dalla domanda dei Cori della Rocca di Eliot: Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa?
Perché la Chiesa è la Presenza di Cristo nel tempo e Cristo è vero Dio e vero Uomo, verità di Dio e verità dell’uomo. In lui l’uomo trova la via del compimento di sé, della sua autentica umanizzazione. Nel tempo e per l’eternità. Grazie. 

domenica 29 novembre 2015

"Tota pulchra": antifona per la Novena e la festa dell'Immacolata



Sull'antifona del Tota Pulchra, si rinvia qui e qui.

Con quali paramenti celebrare le Novene dell'Immacolata e di Natale?

La novena dell’Immacolata e quella di Natale, come le altre novene ed esercizi di pietà, siano celebrate con stola e piviale.

Per quella dell’Immacolata i paramenti siano bianchi, avendo questa carattere, appunto, mariano e votivo (se si fosse trattata della novena di qualche martire, il colore sarebbe stato il rosso, avendo pur essa carattere votivo); per quella di Natale, che avviene durante l’Avvento (è infatti una novena de tempore), i paramenti siano viola, stante il carattere penitenziale e di attesa del periodo d’Avvento (v. il canto del Regem venturum Dominum e quello Laetentur Coeli).


Tratto da Ludovico Trimeloni, Compendio di liturgia pratica, ed. Marietti 1820, 2007, III ed., pp. 635-636

La cura migliore contro il pensiero debole, il laicismo ed i presepofobi di ogni risma .... Non serve prescrizione medica. Da assumere dosi massicce, visto il grave stato patologico, in tutti i luoghi, pubblici e privati, piazze, ecc. Da preferire di gran lunga all'albero di Natale:




Card. Sarah: "Per rialzarci dobbiamo stare in ginocchio a pregare"

Nella Prima Domenica d’Avvento, memoria di Tutti i Santi dell’Ordine Serafico e dei Santi Saturnino di Cartagine (o Roma) e Saturnino di Tolosa, rilancio questo contributo sul card. Sarah.




Joseph von Führich, Madonna col Bambino con i SS. Adelaide e Francesco, 1835, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna

Jean-Louis Bézard, Martirio di S. Saturnino di Tolosa, XIX sec., chiesa di Notre-Dame du Taur, Tolosa

S. Saturnino di Tolosa, Chiesa di San Saturnino, Gentilly







Marc Arcis, Baldacchino con tomba di S. Saturnino, con iscrizione OSSA SANCTI SATURNINI, 1718-59, Basilica di S. Saturnino (Saint-Sernin), Tolosa

«Per rialzarci dobbiamo stare in ginocchio a pregare». La lezione del cardinale Sarah

di Benedetta Frigerio

Cronaca di un incontro romano dove il cardinale ha presentato il suo libro “Dio o niente” e affrontato le problematiche legate al terrorismo e al Sinodo sulla famiglia


«Dio o niente è solo un libro per proteggere l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. Dio o niente è solo un libro scritto per aiutare l’uomo a tornare a Dio. Dio o niente è un libro scritto per fermare le guerre. Dio o niente è stato scritto pregando». Martedì sera 24 novembre il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, invitato a parlare nella chiesa di Santa Maria in Vallicella di Roma, ha affrontato il tema della crisi economica, antropologica, ecclesiale e del terrorismo islamico, presentando il suo volume pubblicato nel luglio 2015 e già tradotto in 12 lingue.

LE CHIESE COME TOMBE. Dopo aver pregato sulla tomba di San Filippo Neri a cui ha affidato il suo scritto, Sarah ha preso la parola, ribadendo con forza che l’unica via di uscita dalle innumerevoli crisi è quella di dimenticare le logiche e il consenso umano per rivolgersi a Dio. Il cardinale è partito descrivendo la crisi di fede all’interno della stessa Chiesa cattolica, in cui sembra non esserci più «strada morale e dottrinale certa». Il male dei mali, da cui tutti gli altri discendono, è «l’eclissi di Dio», per cui «l’uomo di oggi senza distinzione di cultura e continente si orienta solo al possesso dei beni materiali». Ecco perché siamo agli albori di una “terza guerra mondiale”, cominciata con «la scusa di esportare la democrazia occidentale, creando caos soprattutto in Medio Oriente».
Ma quel che favorisce maggiormente il fondamentalismo islamico e le guerre è il fatto che «in Occidente Dio è morto e siamo noi ad averlo ucciso, noi siamo i suoi assassini. Le nostre chiese sono le tombe di Dio che molti fedeli non frequentano più per evitare di sentire la putrefazione di Dio. E così l’uomo non sa più da che parte va». Dio sarebbe stato sostituito da molteplici dei, «la tecnologia, il piacere senza limiti, la libertà», tutte cose che «rispetto a Dio sono nulla». Ma i cristiani hanno smesso di cercarlo e così, «senza lode, preghiera e adorazione, ci sono solo guerre, delusioni e smarrimento, odio, litigi e lacerazioni».

IL RAPPORTO CON L’ISLAM. Secondo il cardinale a radicalizzare la lotta fra islam e cristianesimo è la mancanza di fede, dove il tradimento dei valori cristiani «esaspera sicuramente i musulmani». Ricordando gli omicidi di Saddam Hussein, Bin Laden, Gheddafi, i cui cadaveri sono stati gettati nel mare o nel deserto e profanati, ha sottolineato che questi atti «non hanno nulla a che vedere con il cristianesimo». Dall’altra parte, «in Sudan il valore di un cristiano è pari a quello di un legno da bruciare, perché l’islam ci considera infedeli».
Per il cardinale, dal punto di vista «teologico e della fede, non è possibile dialogare, perché i musulmani non credono in Gesù Eucarestia e nella Trinità». Ma «un dialogo umano è possibile», partendo dall’umanità comune, «da ciò che ci unisce come i valori della famiglia e della vita». Anche se ora il dialogo è «minacciato dalle tensioni». Qual è allora la via? La stessa che secondo Sarah risolverebbe tutti gli altri problemi elencati: «La preghiera, perché solo migliorando il mio rapporto con Dio, lui migliora quello fra gli uomini, senza questo avremo sempre guerre, odio e lacerazioni. Dobbiamo dare tempo a Dio».

SINODO E FAMIGLIA. Sarah ha affrontato anche tematiche di cui si è largamente discusso durante l’ultimo sinodo della famiglia. «La Chiesa – ha spiegato – si trova in una situazione sconcertante. Alcuni prelati, soprattutto nelle nazioni ricche, sono disposti benedire e accogliere queste unioni che chiamano matrimonio». Ma questo non ha nulla a che vedere con la misericordia di Cristo, dato che «la fede è un’obbedienza a una persona che viene verso di me, esprimendo il suo amore e la sua volontà di salvarmi, ma soprattutto a chiedermi di vivere la sua vita. Perché io sono fatto per vivere con Dio e diventare come Lui». Senza lo sguardo di Dio si cade nella tentazione di modellare le cose secondo un punto di vista umano, «di modellare la famiglia», come hanno fatto «gli stessi padri sinodali, per cui nella relazione finale del sinodo restano delle ambiguità». Sarah ha fatto notare la citazione parziale della Familiaris Consortio stravolta nel suo suo senso, dove l’unica «speranza è che il Santo Padre, che questa estate ha fatto catechesi sulla famiglia perfetta, dica una parola chiara», in linea con «il magistero precedente».

FEDE E CORAGGIO. Alla domanda su come combattere quella definita come «un’apostasia silenziosa» della Chiesa, Sarah ha ricordato che «l’uomo diventa grande solo quando si inginocchia a pregare» e che la preghiera dà anche il coraggio necessario oggi: «Pietro aveva un comportamento ambiguo con i pagani e Paolo lo rimprovera (…). Non preoccuparti di piacere agli uomini, perché ciascuno di noi deve rispondere a Dio. Dobbiamo avere il coraggio della fede e della verità, perché tanti sono morti per questo (…) Dovete avere il coraggio di seguire Cristo e di portare la croce ogni giorno. Il vangelo è una realtà esigente e difficile» ma solo «questa salva gli uomini».
Incoraggiando i laici e religiosi, Sarah ha concluso: «Dobbiamo manifestare la nostra fede con coraggio anche a costo della vita (…) “abbiamo bisogno di testimoni”, dicono tutti. Ma i testimoni hanno bisogno di morire».

Fonte: Tempi, 25.11.2015

sabato 28 novembre 2015

Alma Redemptoris Mater: antifona a Maria dai Primi Vespri della I Domenica di Avvento


Alma Redemptóris 
Mater quae pérvia cœli porta 
manes, et stella maris, 
succúrre cadénti,
súrgere qui curat,
pópulo: tu quæ genuísti, 
natura miránte, 
tuum sanctum Genitórem, 
Virgo prius ac postérius, 
Gabriélis ab ore 
Sumens illud 
Ave, peccatórum miserére.

Jucundare filia Sion


Dominica Prima Adventus


Jucundare Filia Sion; ecce Dominus Veniet et stillabunt montes dulcedinem



La ricetta per combattere il fanatismo islamico? Togliere i presepi ed i simboli cristiani

È assurdo ed irrazionale che, per fronteggiare l’impatto forte e violento dell’islam, che per sua natura è privo di una spiritualità e per questo è “di successo” (v. L’islam è senza spiritualità, in Il Foglio, 29.11.2015), alcune nazioni europee – quelle più coinvolte col terrorismo di matrice islamica e non solo (v. Islam e integrazione, dal Belgio un’idea nuova: «Vietare tutti i simboli religiosi», in Tempi, 26.11.2015) – e persino talune amministrazioni nostrane (v. la vicenda del preside di Rozzano, qui, qui, qui, qui, qui e qui) pensino bene non già di riaffermare con forza le proprie radici cristiane, bensì di indebolire ulteriormente il loro già fragile tessuto socio-culturale, mostrandosi debole. Ad un contenuto – di per sé inaccettabile – che si presenta forte e coeso, cosa si giustappone? Il nulla. Il vuoto. E questo senza alcun senso di vergogna e di ritegno (cfr. R. Casadei, Nulla contro nulla. O dell’impossibilità di opporsi a un nemico che non sappiamo nemmeno chiamare per nome, in Tempi, 28.11.2015). Si tratta di un ennesimo inchino, come ha affermato Mauro Zanon su Il Foglio del 26.11.2015. In fondo il laicismo è il miglior alleato del fanatismo islamico, come ricorda Leone Grotti su Tempi, 24.11.2015! La riprova? Il noto autore - ateo - Michel Onfray, famoso per il suo Trattato di ateologia, nel quale critica in maniera il Cristianesimo ed i suoi simboli, non pubblicherà in Francia, bensì all’estero, il suo prossimo testo, annunciato per il 2016, di forte critica alla fede di Maometto, Penser l’islam, convinto così di favorire un dibattito sereno su quella religione (v. La Francia scopre il terrore di criticare l’islam, in Il Foglio, 28.11.2015). Per il noto filosofo libertario, dunque, il Cristianesimo si può criticare, pure con toni aspri e sopra le righe, mentre l’Islam no. Anzi, in Francia si pensa - ingenuamente - di “educare” questa religione ai “valori” (o sedicenti tali) “occidentali”, che non sono quelli cristiani ovviamente (v. In Francia arriva il vademecum per gli imam, in Il Foglio, 28.11.2015).
Come abbiamo lamentato già in altre occasioni, quest’indebolimento non sarà scevro di conseguenze! Come osserva un attento nostro amico, “Una classe dirigente miope ed ottusa ha trascinato il vecchio continente nella sfida ciclopica dell’immigrazione di massa proprio nel momento di maggior debolezza, dopo aver ottenuto l’espulsione dalla società di quegli anticorpi rappresentati dalle peculiarità culturali che costituiscono, al contrario, la marcia in più dei nuovi arrivati. Proprio in trincee interculturali ..., gli ultimi scampoli di gloria dello stile di vita occidentale subentrato agli autoctoni valori millenari, improntato sull’edonismo e sul libertinismo e che trova nell’“Imagine” di Lennon (no religion too) il suo inno più efficace, rischiano di soccombere di fronte alla prorompente vitalità del modello esistenziale testimoniato dagli immigrati islamici. Solo l’apertura immediata di una stagione di risveglio spirituale e di riscoperta delle proprie radici originarie, sulla linea di quanto avvenuto in Russia dopo lo sbriciolamento dell’Urss, potrebbe impedire all’Europa un prevedibile processo di conformazione culturale a questo modello” (così N. Spuntoni, Il vicino di casa islamico: pungolo o spauracchio?, Opinione pubblica, 27.11.2015). 

I sindaci francesi si rivoltano contro il divieto di esporre il presepe in municipio

di Ivan Francese

Tre primi cittadini del Front National rifiutano di rimuovere la Natività dai propri Comuni: “Non è censurando le nostre radici che si difende la laicità”.


Il fondamentalismo religioso e il terrorismo si combattono davvero censurando la propria identità e le proprie radici? Secondo una certa tradizione francese, apparentemente sì.
Nella Francia ancora scossa dagli attentati del 13 novembre scorso, fa discutere il gesto di tre sindaci del Front National, che si sono opposti al diktat dell’Associazione nazionale dei sindaci (l’equivalente della nostra Anci) che voleva imporre loro la rimozione del presepe da tutti i municipi del Paese.
I tre primi cittadini, che per amor di cronaca governano i Comuni di Cogolin, Fréjus e Luc-en-Provence, hanno preso carta e penna e scritto una lettera di protesta con cui annunciano le proprie dimissioni dall’associazione: “Protestiamo contro l’abbandono di tutte le nostre tradizioni e delle nostre radici culturali - scrivono gli amministratori locali - Non desideriamo più prendere parte a un’associazione che, con il pretesto di difendere la laicità, calpesta cultura e tradizioni del nostro Paese.”
Il divieto all’esposizione del Presepe nei municipi scaturisce dalla pubblicazione di un “vademecum sulla laicità” promosso dall’Associazione nazionale dei sindaci francesi, che spiega di rifarsi alla famosa legge del 1905 sulla separazione tra le confessioni religiose e lo Stato. “Non si tratta di un diktat, ma di un vademecum - spiega la vicepresidente dell’associazione, Anès Lebrun - La stessa giurisprudenza francese è contraddittoria in materia, divisa tra chi ritiene che il presepe rappresenti una manifestazione del culto e chi lo intende come fenomeno esclusivamente culturale.”
Il Front National però, che pure è famoso per la propria difesa della laicità repubblicana, rigetta queste tesi come pretestuose: “A quanto il divieto delle processioni votive? - domanda polemico il movimento di Marine Le Pen - I rappresentanti del Front National difendono con fermezza il principio di laicità, ma non ignorano la storia. È incontestabile che il Cristianesimo sia un’espressione della cultura francese”.

Fonte: Il Giornale, 26.11.2015. Lo stesso articolo è anche su Il Timone.

Per sorridere e ..... riflettere: sulla Presepefobia francese

Inizia l'Avvento e la repubblica francese è terrorizzata dai presepi

Versione italiana:


Sulla legittima difesa dal punto di vista della morale cattolica

Nella Vigilia (anticipata) di S. Andrea e nella memoria di S. Giacomo della Marca, confessore, ricevuto, pubblichiamo questo sintetico saggio sulla legittima difesa dal punto di vista della morale cattolica.

Filippo Vitale, S. Andrea condotto al martirio, XVII sec.

Jusepe de Ribera, S. Andrea in preghiera dinanzi alla sua croce, 1615-18, Quadreria dei Girolamini, Napoli

Jusepe de Ribera, S. Andrea, 1616, Quadreria dei Girolamini, Napoli

Francisco de Zurbarán, S. Giacomo della Marca, 1659-60, museo del Prado, Madrid

Sulla legittima difesa

di Vincenzo Sasso

P - Recentemente mi è capitato che “Qualcuno” mi dicesse, forte delle sue personalissime impressioni e delle sue poche conoscenze della Dottrina della Chiesa, che io avrei le “idee confuse” nel momento in cui ipotizzo che sarebbe moralmente lecito (e dovrebbe essere legalmente lecito) per un uomo difendersi con un’arma da fuoco nel caso di un’effrazione anche quando l’aggressore non ha ancora dato segno di essere armato. Affronterò le affermazioni una per una, anche se molto sinteticamente.

1 - PRIMA: “La vita è sacra”. “Cosa direbbe il mio confessore di questo?”, la provocazione. Cosa direbbe non lo so, ma so cosa insegna la Chiesa. La Chiesa dice che è omicidio uccidere un INNOCENTE, non chiunque in qualunque caso: sono esclusi la guerra, la legittima difesa e la pena di morte. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (promulgato nel 1992; d’ora in poi CCC) al par. n. 2267 afferma la legittimità morale della stessa pena di morte, come anche il Catechismo Maggiore di San Pio X del 1905 al n. 413. Non è certo questo il momento di affrontare questo tema; chi vuole verificare, basta che cerchi su Internet. È anche vero che l’autorità ecclesiastica è oggi impegnata a far cessare l’uso della pena di morte nel mondo. Ma questo atteggiamento non contraddice necessariamente l’insegnamento richiamato: una cosa è la legittimità morale come principio universale e sovratemporale, un’altra è la decisione, che ha carattere contingente ed è legata alla situazione e alla prudenza personale. Infatti, nel corso di una valutazione, alla considerazione di un principio di ordine più generale si possono aggiungere altre osservazioni (cfr. S.Th. I-II, q. 97, a. 2).

2 - SECONDA: “Se spari, spari per uccidere”. È un’affermazione assolutamente gratuita. In guerra soltanto si spara per uccidere, in tutti gli altri casi non si dovrebbe. Il CCC 2263 recita: “Nulla impedisce che vi siano due effetti di uno stesso atto, dei quali uno sia intenzionale e l’altro preterintenzionale”; e al 2264: “un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che alla vita altrui”. Sono citazioni di S.Th. II-II, q. 64, a. 7 co.

3 - TERZA: Starei dicendo “un mare di sciocchezze” quando porto come argomento il fatto che un tempo c’erano maglie molto più larghe nella legittima difesa, mentre dopo lo Stato ha avocato a sé maggiori prerogative. Innanzitutto, non si tratta di un’opinione, ma di verità storica: in passato era più facile armarsi e che un’uccisione o una lesione venisse giustificata, mentre in seguito la legge (almeno nei Paesi occidentali) ha ristretto sempre più queste prerogative.
Il motivo per cui si porta questo argomento è che esistono due piani della legge: il diritto naturale e quello civile. È di diritto naturale il diritto (e l’obbligo, in alcuni casi) alla legittima difesa e alla difesa dei propri sottoposti (ad es. il capofamiglia o lo Stato nei confronti dei loro sottoposti); è di diritto naturale che ogni delitto va punito con pene proporzionate. È di diritto civile la determinazione di quali facoltà vanno riconosciute ai soggetti perché possano esercitare la difesa propria e dei propri sottoposti; è di diritto civile l’esatta determinazione di quali pene siano da considerarsi proporzionate al delitto commesso. Il diritto naturale è universale, sovratemporale e immutabile e deve obbligatoriamente essere riconosciuto dall’autorità; il diritto civile è mutabile e corrisponde alla valutazione prudenziale dell’autorità in un certo dato momento e considerati determinati mezzi; da cui anche la possibilità di ripudiare la pena di morte, come spiega il CCC (cfr. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, ed. 2005 (d’ora in poi CDS), nn. 397-398; S.Th. I-II, q. 94, aa. 4-6 riguardo alla legge naturale; S.Th. I-II, q. 95, a. 2 riguardo alla legge civile o positiva). 
Ne consegue che è del tutto razionalmente fondato pensare e supportare un cambiamento in direzione di una maggiore libertà all’autodifesa.
Il fatto che una legge dice questo o quest’altro non significa che debba per forza rimanere così. Tantomeno si può compiere un salto logico dal piano della legalità a quello della moralità, altrimenti sotto le leggi razziali tutti avrebbero dovuto rispettarle; mentre è vero che la prima obbedienza spetta alla coscienza e solo dopo all’autorità, proprio per la distinzione tra diritto naturale e diritto civile. Ciò comporta la proibizione (morale, non legale!) di fare il male solo perché te lo ordina l’autorità (cfr. CDS 400-401; S.Th. I-II, q. 96, a. 4).
Volendo aprire una parentesi, si potrebbe aggiungere che un tempo (non occorre indicare un’epoca storica precisa) c’erano pochi mezzi per assicurare la giustizia e si conduceva una vita povera, con un’economia piuttosto orientata alla sussistenza. Di conseguenza, sparare o comunque combattere e forse uccidere un ladro assumeva un valore molto diverso. Personalmente ritengo (per una valutazione prudenziale, appunto) che fosse del tutto lecito, in certe condizioni, difendersi e difendere la proprietà con ogni mezzo. E infatti anche la legge lo ammetteva pienamente. E puniva atrocemente quelle violazioni della proprietà altrui a cui oggi si dà un valore molto minimo.

4 - QUARTO: “Legittima difesa è quando c’è proporzione...”. Esatto. Ma per determinare la proporzione non basta considerare solo un aspetto: se l’aggressore è armato e quale arma utilizza. Vi immaginate un paraplegico (o anche un anziano o anche una persona qualunque) che deve fare a botte con un omaccione che gli entra in casa? Non ce la farà mai a difendere un bel fico secco, ma può riuscirci con un’arma da fuoco. E siccome: A) “se [uno] reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita” (CCC 2264); B) la moderazione è il giusto mezzo tra due estremi non in astratto, ma in una situazione storica (spazio-tempo) precisa, considerati quindi i rischi, i benefici e i mezzi; C) allora l’uso di un mezzo tecnologicamente superiore e molto probabilmente letale è lecito.
Naturalmente ciò non toglie un’altra considerazione: se l’aggressore si arrende, è immobile e disarmato, sparargli sarebbe più un’esecuzione che legittima difesa. Ben diverso dal caso considerato prima, cioè di un aggressore disarmato, ma determinato a dartele di santa ragione (cfr. S.Th. II-II, q. 64, a. 7).

5 - Naturalmente questo ragionamento non comporta un’autorizzazione a fare tutto ciò che si crede giusto solo per una propria personale valutazione.
Quindi, per quanto concerne l’argomento in questione, il fatto di poter fare questa riflessione personale a livello morale non significa necessariamente che uno deve con leggerezza fare qualcosa che per legge non è consentito, né deve dare un peso eccessivo a quelle che sono impressioni personali (benché in questo non si tratti di impressioni personali, ma di un pensiero scientificamente fondato), ma certamente può mantenere le riserve della propria coscienza rispetto alla legge. La legge sovrana per la coscienza è quella morale (cioè quella di Dio), non quella di pinco palla o del Parlamento (cfr. CDS 399; S.Th. I-II, q. 93, a. 6).

6 - Se c’è un moralista (filosofo o teologo) che vuole dimostrarmi la fallacia del mio ragionamento (quando i nessi logici sono solo apparenti) o la falsità di una premessa (Aristotele: la verità delle conclusioni dipende dalla verità delle premesse), si faccia avanti senza paura. Io sono sempre disposto a rivedere quelle che sono le conclusioni sì di ragionamenti fondati, ma pur sempre personali.

7 – “Qualcuno” dovrebbe riflettere sul fatto che il dialogo non è solo una bandiera ideologica che serve a dire che le religioni sono tutte uguali e per affermare il relativismo morale (prostituzione, aborto, eutanasia...), ma è soprattutto (è solo) un impegno concreto: quando si parla, non si danno giudizi all’interlocutore, ma si usano argomenti.

8 - Spiego le cose una sola volta, perché distinguo le persone in ragionevoli e oneste da una parte e ideologiche, fideiste e sofiste dall’altra.