venerdì 30 maggio 2014

Chiesa Ortodossa e seconde nozze - Un intervento di don Nicola Bux

Mito e realtà delle seconde nozze tra gli ortodossi

È opinione diffusa che le Chiese orientali ammettano un nuovo matrimonio dopo il divorzio e diano la comunione ai risposati. Ma non è così, spiega Nicola Bux. Solo il primo matrimonio è celebrato come un vero sacramento

di Sandro Magister


ROMA, 30 maggio 2014 – Sull’aereo di ritorno dalla Terra Santa, a papa Francesco è stato chiesto se “la Chiesa cattolica potrà imparare qualcosa dalle Chiese ortodosse” riguardo ai preti sposati e all’accettazione delle seconde nozze per i divorziati.
Sull’uno e sull’altro di questi punti il papa ha risposto in modo elusivo. Tutti però ricordano che cosa disse a proposito delle seconde nozze in una precedente intervista in aereo, nel viaggio di ritorno da Rio de Janeiro:
“Una parentesi: gli ortodossi seguono la teologia dell’economia, come la chiamano, e danno una seconda possibilità [di matrimonio], lo permettono. Credo che questo problema – chiudo la parentesi – si debba studiare nella cornice della pastorale matrimoniale”.
A questa prassi delle Chiese d’oriente ha fatto riferimento anche il cardinale Walter Kasper nella sua relazione introduttiva al concistoro dello scorso febbraio, nella quale focalizzò la discussione in vista del sinodo sulla famiglia sulla questione della comunione ai divorziati risposati.
L’idea corrente è che nelle Chiese ortodosse si celebrino sacramentalmente le seconde e anche le terze nozze e si dia la comunione ai divorziati risposati.
Quando in realtà le cose non stanno affatto così. Tra la celebrazione delle prime e delle seconde nozze l’ortodossia ha sempre posto una differenza non solo cerimoniale ma di sostanza, come ben mostra l’intonazione fortemente penitenziale delle preghiere per le seconde nozze.
Basti vedere, in proposito, la ricognizione storica che Basilio Petrà – sacerdote cattolico di rito latino, ma di origine greca e studioso della materia, professore al Pontificio Istituto Orientale – ha pubblicato due mesi fa:


Quella che segue è una chiarificazione di ciò che sono in realtà le seconde nozze nella teologia e nella prassi delle Chiese ortodosse.
L’autore, Nicola Bux, esperto di liturgia e docente alla facoltà teologica di Bari, è consultore delle congregazioni per la dottrina della fede e per le cause dei santi e ha preso parte al sinodo del 2005 sull’eucaristia, del quale riferisce qui un interessante episodio.
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CHIESA ORTODOSSA E SECONDE NOZZE

di Nicola Bux

Recentemente, il cardinale Walter Kasper si è riferito alla prassi ortodossa delle seconde nozze per sostenere che anche i cattolici che fossero divorziati e risposati dovrebbero essere ammessi alla comunione.
Forse, però, non ha badato al fatto che gli ortodossi non fanno la comunione nel rito delle seconde nozze, in quanto nel rito bizantino del matrimonio non è prevista la comunione, ma solo lo scambio della coppa comune di vino, che non è quello consacrato. 
Inoltre, tra i cattolici si suol dire che gli ortodossi permettono le seconde nozze, quindi tollerano il divorzio dal primo coniuge.
In verità non è proprio così, perché non si tratta dell’istituzione giuridica moderna. La Chiesa ortodossa è disposta a tollerare le seconde nozze di persone il cui vincolo matrimoniale sia stato sciolto da essa, non dallo Stato, in base al potere dato da Gesù alla Chiesa di “sciogliere e legare”, e concedendo una seconda opportunità in alcuni casi particolari (tipicamente, i casi di adulterio continuato, ma per estensione anche certi casi nei quali il vincolo matrimoniale sia divenuto una finzione). È prevista, per quanto scoraggiata, anche la possibilità di un terzo matrimonio. Inoltre, la possibilità di accedere alle seconde nozze, nei casi di scioglimento del matrimonio, viene concessa solo al coniuge innocente.
Le seconde e terze nozze, a differenza del primo matrimonio, sono celebrate tra gli ortodossi con un rito speciale, definito “di tipo penitenziale”. Poiché nel rito delle seconde nozze mancava in antico il momento dell’incoronazione degli sposi – che la teologia ortodossa ritiene il momento essenziale del matrimonio – le seconde nozze non sono un vero sacramento, ma, per usare la terminologia latina, un “sacramentale”, che consente ai nuovi sposi di considerare la propria unione come pienamente accettata dalla comunità ecclesiale. Il rito delle seconde nozze si applica anche nel caso di sposi rimasti vedovi.
La non sacramentalità delle seconde nozze trova conferma nella scomparsa della comunione eucaristica dai riti matrimoniali bizantini, sostituita dalla coppa intesa come simbolo della vita comune. Ciò appare come un tentativo di “desacramentalizzare” il matrimonio, forse per l’imbarazzo crescente che le seconde e terze nozze inducevano, a motivo della deroga al principio dell’indissolubilità del vincolo, che è direttamente proporzionale al sacramento dell’unità: l’eucaristia.
A tal proposito, il teologo ortodosso Alexander Schmemann ha scritto che proprio la coppa, elevata a simbolo della vita comune, “mostra la desacramentalizzazione del matrimonio ridotto ad una felicità naturale. In passato, questa era raggiunta con la comunione, la condivisione dell’eucaristia, sigillo ultimo del compimento del matrimonio in Cristo. Cristo deve essere la vera essenza della vita insieme”. Come rimarrebbe in piedi questa “essenza”? 
Dunque, si tratta di un “qui pro quo” imputabile in ambito cattolico alla scarsa o nulla considerazione per la dottrina, per cui si è affermata l’opinione, meglio l’eresia, che la messa senza la comunione non sia valida. Tutta la preoccupazione della comunione per i divorziati risposati, che poco ha a che fare con la visione e la prassi orientale, è una conseguenza di ciò. 
Una decina d’anni fa, collaborando alla preparazione del sinodo sull’eucaristia, a cui partecipai poi come esperto nel 2005, tale “opinione” fu avanzata dal cardinale Cláudio Hummes, membro del consiglio della segreteria del sinodo. Invitato dal cardinale Jan Peter Schotte, allora segretario generale, dovetti ricordare a Hummes che i catecumeni e i penitenti – tra i quali c’erano i dìgami –, nei diversi gradi penitenziali, partecipavano alla celebrazione della messa o a parti di essa, senza accostarsi alla comunione.
L’erronea “opinione” è oggi diffusa tra chierici e fedeli, per cui, come osservò Joseph Ratzinger: “Si deve nuovamente prendere molto più chiara coscienza del fatto che la celebrazione eucaristica non è priva di valore per chi non si comunica. [...] Siccome l’eucaristia non è un convito rituale, ma la preghiera comunitaria della Chiesa, in cui il Signore prega con noi e a noi si partecipa, essa rimane preziosa e grande, un vero dono, anche se non possiamo comunicarci. Se riacquistassimo una conoscenza migliore di questo fatto e rivedessimo così l’eucaristia stessa in modo più corretto,vari problemi pastorali, come per esempio quello della posizione dei divorziati risposati, perderebbero automaticamente molto del loro peso opprimente.”
Quanto descritto è un effetto della divaricazione ed anche dell’opposizione tra dogma e liturgia. L’apostolo Paolo ha chiesto l’auto-esame di coloro che intendono comunicarsi, onde non mangiare e bere la propria condanna (1 Corinti 11, 29). Ciò significa: “Chi vuole il cristianesimo soltanto come lieto annuncio, in cui non deve esserci la minaccia del giudizio, lo falsifica”.
Ci si chiede come si sia giunti a questo punto. Da diversi autori, nella seconda metà del secolo scorso, si è sostenuta la teoria – ricorda Ratzinger – che “fa derivare l’eucaristia più o meno esclusivamente dai pasti che Gesù consumava con i peccatori. […] Ma da ciò segue poi un’idea dell’eucaristia che non ha nulla in comune con la consuetudine della Chiesa primitiva”. Sebbene Paolo protegga con l’anatema la comunione dall’abuso (1 Corinti 16, 22), la teoria suddetta propone “come essenza dell’eucaristia che essa venga offerta a tutti senza alcuna distinzione e condizione preliminare, […] anche ai peccatori, anzi, anche ai non credenti”. 
No, scrive ancora Ratzinger: sin dalle origini l’eucaristia non è stata compresa come un pasto con i peccatori, ma con i riconciliati: “Esistevano anche per l’eucaristia fin dall’inizio condizioni di accesso ben definite [...] e in questo modo ha costruito la Chiesa”.
L’eucaristia, pertanto, resta “il banchetto dei riconciliati”, cosa che viene ricordata dalla liturgia bizantina, al momento della comunione, con l’invito “Sancta sanctis”, le cose sante ai santi.
Ma nonostante ciò la teoria dell’invalidità della messa senza la comunione continua ad influenzare la liturgia odierna.
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Questo testo di Nicola Bux è tratto dalla postfazione che egli ha scritto per l’ultima opera di Antonio Livi, teologo e filosofo della Pontificia Università Lateranense, di prossima uscita, dedicata agli scritti e discorsi del cardinale Giuseppe Siri (1906-1989):



"Cristiada - For Greater Glory", pellicola del regista Dean Wright sulla guerra dei cristeros messicani contro l'oppressivo governo anticlericale e massonico del presidente Plutarco Elías Calles



Per informazioni:





Video musicale con le scene più belle del film:


Commovente video sul martirio del beato José Sánchez del Río, tratto dalla stessa pellicola:

Altro video tratto da "Un Dios Prohibido"

"Un Dios Prohibido": commovente pellicola del regista Pablo Moreno sul martirio, nel 1936, dei 51 clarettiani di Barbastro durante la guerra civile spagnola



Per informazioni:

Sito ufficiale del film "Un Dios prohibido"

Mártires Claretianos de Barbastro

BEATI MARTIRI CLARETTIANI DI BARBASTRO


sabato 24 maggio 2014

Intervento di Mons. Brunero Gherardini: "Sull’indole pastorale del Vaticano II: una valutazione"


Intervento di Sua Em.za Card. Velasio de Paolis: "Il diritto nell’edificazione della Chiesa"


Intervento di don Nicola Bux, “La Sacrosanctum Concilium e la sua esecuzione postconciliare: dagli adattamenti all’inosservanza dello ius divinum nella liturgia”

Si propone quest’interessante intervento, tenuto da don Nicola Bux, dal titolo “La Sacrosanctum Concilium e la sua esecuzione postconciliare: dagli adattamenti all’inosservanza dello ius divinum nella liturgia”, al Convegno dei Francescani dell’Immacolata, Il Vaticano II: un concilio pastorale. Analisi storico-filosofico-teologica, svoltosi a Roma il 16-18 dicembre 2010.

Una relazione ancora oggi attuale e che testimonia parimenti la vivacità intellettuale dell’Ordine dei Frati Francescani dell’Immacolata.


A seguire saranno pubblicati alcuni altri video di interventi di altri illustri relatori nel medesimo Congresso.

martedì 20 maggio 2014

OMELIA DI MONSIGNOR RIFAN PER LA MESSA DI CHIUSURA DEL PELLEGRINAGGIO "SUMMORUM PONTIFICUM"

Monsignor Fernando Arêas Rifan, ordinario dell'Amministrazione apostolica personale di San Giovanni Maria Vianney di Campos (Brasile), invitato a Roma in occasione dell'ultimo pellegrinaggio del popolo Summorum Pontificum, ha avuto il privilegio di celebrare la festa del Cristo Re sull'altare contenente le spoglie mortali di Santa Caterina da Siena. In quell'occasione il prelato brasiliano ha consegnato ai fedeli un sermone vigoroso che è stato particolarmente apprezzato. Nella prima parte, Monsignor Rifan ci ha ricordato che il nostro attaccamento alla liturgia tradizionale non è separabile dalla nostra professione di fede, e poi ci ha invitato ad essere  pienamente fiduciosi nella vittoria finale di Nostro Signore Gesù Cristo sull'offensiva laicista, per quanto violenta e piena di odio.

* * *

Carissimi sacerdoti, 
seminaristi, 
religiosi, 
fratelli e sorelle in Nostro Signore Gesù Cristo,


permettetemi per cominciare di dare un saluto e ringraziare i padri domenicani di questa basilica per la loro accoglienza.


Questa Santa Messa pontificale solenne celebra la fine del pellegrinaggio "Summorum Pontificum" dei cattolici legati alla forma tradizionale del rito romano, concessa finalmente a tutti dal Santo Padre Benedetto XVI con il Motu Proprio "Summorum Pontificum".



Siamo nell'Anno della Fede proclamato da Benedetto XVI e proseguito da Papa Francesco.
La nostra fede, com'è ben espresso nella lettera apostolica Porta Fidei, deve essere "professata, celebrata, vissuta e pregata".

La Santa Messa, la celebrazione del sacrificio eucaristico, è una delle più importati professioni di fede. E se noi amiamo, se preferiamo, se conserviamo la Santa Messa nella forma tradizionale del rito romano, è perché questa è una vera e propria professione di fede dei dogmi eucaristici: il dogma della Messa come sacrificio, rinnovo incruento del sacrificio della Croce; il dogma della presenza reale; quello della transustanziazione dovuto alle parole del sacerdote che agisce in persona Christi capitis e non alla fede del popolo; e quello del sacerdozio "ministeriale" dei presbiteri e dei vescovi, distinto da quello comune dei fedeli. La nostra fedeltà alla Santa Messa nella forma tradizionale del rito romano è dettata dalla nostra fede. E' questa professione di fede, professata e celebrata attraverso la Messa tradizionale, che noi offriamo al Santo Padre come prova della nostra fedeltà alla Santa Chiesa.

Inoltre, la Santa Messa tradizionale è un importantissimo contributo per la Nuova Evangelizzazione. Perché è una chiara espressione liturgica dei dogmi eucaristici; perché manifesta perfettamente la dignità del sacro attraverso la ricchezza, la nobiltà e la solennità delle sue cerimonie; per il senso del mistero che comunica; ed infine, perché è uno dei tesori liturgici cattolici attraverso il quale affermiamo il nostro amore per la Santa Chiesa e la nostra comunione con essa.

Che il Santo Padre riconosca, nella nostra forma liturgica, l'espressione della nostra piena comunione con lui e con la Chiesa.

Oggi celebriamo la bellissima festa del Cristo Re. Questa festa fu istituita dal papa Pio IX in risposta al laicismo che regnava all'epoca e che fa tanti danni oggi. "...Mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamità da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano — ricordiamo d'aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l'impero di Cristo Salvatore." (Enciclica Quas Primas, 1)

E' per combattere questi mali che il papa istituì una festa speciale di Gesù Cristo Re.

"Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società." "La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso ." (Enciclica Quas Primas, 18)

Per ben comprendere chi sia l'attuale nemico della civilizzazione cristiana, ci sono queste parole di Pio XII: "Oh, non chiedeteCi qual è il « nemico », né quali vesti indossi. Esso si trova dappertutto e in mezzo a tutti; sa essere violento e subdolo. In questi ultimi secoli ha tentato di operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell'unità nell'organismo misterioso di Cristo. Ha voluto la natura senza la grazia; la ragione senza la fede; la libertà senza l'autorità; talvolta l'autorità senza la libertà. È un « nemico » divenuto sempre più concreto, con una spregiudicatezza che lascia ancora attoniti: Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio : Dio è morto; anzi : Dio non è mai stato. Ed ecco il tentativo di edificare la struttura del mondo sopra fondamenti che Noi non esitiamo ad additare come principali responsabili della minaccia che incombe sulla umanità: un'economia senza Dio, un diritto senza Dio, una politica senza Dio. Il « nemico » si è adoperato e si adopera perché Cristo sia un estraneo nelle Università, nella scuola, nella famiglia, nell'amministrazione della giustizia, nell'attività legislativa, nel consesso delle nazioni, là ove si determina la pace o la guerra." (Discorso agli uomini dell'Azione Cattolica, 12 ottobre 1952)

Ma, coraggio! La vittoria del Bene è certa, la vittoria di Cristo e della Chiesa.

A Piazza San Pietro c'è un obelisco egizio che anticamente era collocato sulla spina del circo di Nerone ed era simbolo della vittoria sui cristiani perseguitati e morti in quel luogo, a cominciare da San Pietro. Oggi il circo di Nerone non esiste più. Al suo posto si eleva la magnifica basilica di San Pietro, e, se l'obelisco si trova ancora lì, esso reca ormai l'iscrizione "Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat!". Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera. La vittoria finale!

E questo è vero anche per la Chiesa. Celebriamo questa Messa nella bellissima basilica di Santa Maria sopra la Minerva, che vuol dire che qui, sotto di noi, si trova il tempio della dea Minerva. Oggi questa basilica è dedicata alla Madonna. E' la vittoria della Santa Vergine Maria su Minerva, di Cristo e della Chiesa sul paganesimo.

Fiduciosi nella protezione della nostra Santissima Madre, continuiamo a combattere. La vittoria è certa. Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat! Così sia.



sabato 3 maggio 2014

Una sorta di eresia dell’informe che si nutre di esegesi del brutto come unica lettura del Vangelo.

di Alessandro Gnocchi


Uno spettro si aggira laicamente per il secolo: è lo spettro della mala educazione. Ma, per quanto sia baldanzoso, avrebbe vita grama se non trovasse alimento nel confratello che si aggira religiosamente per i documenti ecclesiali col nome di ”emergenza educativa”. L’uno e l’altro, più che nei programmi di educazione civica o nei piani pastorali di nuova generazione, potrebbero trovare almeno un po’ d’argine in quei libricini di formazione del laicato cattolico finiti nei mercatini di antiquariato. Erano  pubblicati da diocesi, ordini religiosi, confraternite, pie unioni e persino da singoli sacerdoti ad uso dei loro parrocchiani. Hanno titoli come “Educazione della giovinetta cattolica”, “Manuale del giovane cristiano”, “Decoro della sposa cristiana” o “Doveri, responsabilità e precetti del capofamiglia”: roba da far ridere i pedagoghi d’oggi, ma formavano l’ambiente in cui ragazzini come Domenico Savio si santificavano preferendo la morte al peccato, oppure fanciulle come Maria Goretti e Pierina Morosini sceglievano la purezza a costo della vita, e tanti altri, senza oltrepassare la soglia di una santità conclamata, mettevano su famiglie in cui l’emergenza non riguardava il degrado dei costumi.
Il segreto della loro efficacia stava in quello che oggi viene scambiato per formalismo. Ma, per comprenderli davvero, bisogna saperli leggere con almeno un po’ di amore a ciò che trasmettevano. Allora si scoprirebbe che educavano alla buona creanza cristiana applicando un metodo condensato in sonante essenzialità al punto 252 del “Catechismo” di San Pio X: “Che cos’è la virtù morale? La virtù morale è l’abito di fare il bene, acquistato ripetendo atti buoni”. E, padre Carlo Dragone, nella sua “Spiegazione del Catechismo”, così glossava nel 1956: “Nel Battesimo vengono infuse le virtù teologali e le virtù morali, che però danno soltanto la capacità di compiere atti soprannaturali e virtuosi. La facilità si acquista ripetendo gli atti buoni, in modo che si formano le buone abitudini o abiti virtuosi acquisiti. Perciò le virtù morali, che rendono buoni i nostri costumi, sono inclinazioni  buone, abitudini di fare atti buoni, acquistate con l’esercizio”.
Come dire che la grazia è la materia prima della Grazia, un’evidenza che ha origine in pagine e pagine evangeliche dove la Buona Novella si fa per le buone maniere come lo stampo per la cera. “Praesta, quaesumus, omnipotens Deus: ut qui paschália festa perégimus; haes te largiénte, móribus et vita teneámus”, dice l’orazione della messa tradizionale della domenica in albis appena trascorsa, la prima dopo Pasqua: “Concedi, o Dio onnipotente, che, avendo celebrate le feste pasquali, ne conserviamo per grazia tua lo spirito nei costumi e nella vita”.  E, nel Vangelo di questa messa, è proprio la buona grazia di Gesù risorto a sanare la sgarbata incredulità di Tommaso. Per lui, che otto giorni prima non era presente alla sua apparizione nel cenacolo, il Signore torna a mostrare con mansuetudine cerimoniosa le piaghe sul suo corpo: “Metti qua il tuo dito, osserva le mie mani, accosta la tua mano, e mettila nel mio costato: e non essere più incredulo, ma credente”. “Dóminus meus, et Deus meus”: vinto dall’estrema grazia con cui lo ha trattato il suo Signore e suo Dio, Tommaso ne confessa la divinità come nessun altro apostolo aveva fatto fino ad allora e poi ne porterà la lieta notizia fino in Persia e in India, fino al martirio.
E’ in questo intrattenersi così intimo e cerimonioso, dove la forma purissima del sacro fa da calco alla materialità del gesto e della parola, che l’uomo ha fruttuosa relazione con Dio. Qui dimora la saldezza delle vere conversioni, a patto che la cerimonia, fosse anche per la debolezza dell’uomo, possa ripetersi orientandosi al rito. “Il ritardo dei discepoli a credere alla risurrezione del Signore” spiega San Gregorio Magno nel “Terzo Notturno dell’Ascensione” “più che a dimostrare la debolezza loro, servì a nostra maggiore garanzia. Infatti il loro dubbio fu occasione che la risurrezione venisse dimostrata con molte prove (…). La storia della Maddalena così pronta a credere, è meno utile a me che non quella di San Tommaso che dubitò per tanto tempo, poiché questo apostolo, nel suo dubbio, toccò le cicatrici del Signore e così tolse dal nostro cuore la piaga del dubbio”.
La cerimoniosità rituale risponde alla natura liturgica dell’uomo: cosicché, per esempio, un San Francesco di Sales amava insegnare che le buone maniere sono il principio della santità o un Leon Bloy diceva che “solo le persone senza profondità non si fidano delle apparenze”. Ma oggi si manifesta un cristianesimo che si sente tanto più autentico quanto più si fa nemico del minimo fremito di reverenza per la forma. La pratica religiosa ormai si gloria di attingere solo alla sostanza finendo per rimestare nella materia lasciata a se stessa. La solita borghesissima rivolta antiborghese ha instaurato una sorta di eresia dell’informe che si nutre di esegesi del brutto come unica lettura del Vangelo.
Eppure, la vita e l’insegnamento di Gesù, i gesti più veri di chi gli sta intorno sono uno spreco di bellezza, parto della devozione spirituale al mistero di tutto ciò che esiste. Negli eventi grandiosi e nelle cose minime, nei gesti regali e nelle piccole attenzioni quotidiane, i personaggi del Vangelo sono gentiluomini vocati alle buone maniere.
Tra gli esempi più luminosi vi è la cena di Betania, nella casa di Simone. Una cerimonia così densa di gesti e di significati ulteriori che necessitano di diversi racconti evangelici per essere colti tutti. Quella sera, racconta San Luca, Gesù entrò nella casa di Simone il fariseo e si mise a tavola. “Ed ecco una donna, che era peccatrice in quella città, appena seppe che egli era a mangiare nella casa del fariseo, portò un alabastro d’unguento e stando ai piedi di lui, di dietro, con le lacrime cominciò a bagnarne i piedi e coi capelli del suo capo li asciugava e li baciava e li ungeva d’unguento”. Il padrone di casa, costernato per tanta attenzione donata a una peccatrice, aveva certamente organizzato un pranzo di grande livello, con accurata distribuzione dei commensali, precisione del servizio, qualità delle pietanze. Ma l’invitato per il quale tutto questo era stato preparato lo rimprovera perché quelle buone maniere non sono degne della Buona Novella che lui porta in dono: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; ma essa li ha bagnati colle sue lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, ma lei da che è venuta non ha smesso di baciarmi i piedi. Tu non hai unto d’olio il mio capo, ma essa con l’unguento ha unto i miei piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui poco si perdona, poco ama”. Minuzie da povero formalista, si direbbe oggi, eppure Gesù, perfetto Dio e perfetto uomo, ne nota l’assenza. Poiché il rito con cui si adora il Signore e la cerimonia con cui si rende omaggio al prossimo non raggiungono il loro scopo se non compiono tutto ciò che è prescritto.
Nella sua cronaca, San Matteo si sofferma sull’indignazione dei discepoli: “A che tale sciupìo? Quest’unguento si poteva venderlo caro e darne il ricavo ai poveri”. Ma rimarca soprattutto il rimprovero che tale moto terreno e sentimentale provoca da parte del Signore: “Perché date noia a questa donna? Ella ha fatto una buona azione verso di me. Infatti voi avrete sempre i poveri con voi, ma non sempre avrete me. Costei, spargendo quest’unguento sul mio corpo, lo ha fatto per la mia sepoltura. Io vi dico in verità che dovunque sarà predicato questo vangelo, sarà pur raccontato a sua memoria ciò ch’ella ha fatto”. E San Giovanni precisa che il discepolo scandalizzato è Giuda Iscariota, il traditore, che preferisce i poveri a Dio.
Lungo il cortese sentiero dell’omaggio alla maestà divina si erano già incamminati i magi poco dopo la nascita di Gesù. E vi si inoltreranno Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, con circa cento libbre di mistura di mirra e aloe da spargere sul corpo del Maestro dopo la sua morte. Solo il riconoscimento del primato di Dio e delle attenzioni che gli sono dovute permette di tributarne di grandi agli uomini. Questa certezza permette al buon Samaritano di rovesciare radicalmente la prospettiva di Giuda. E’ il suo amore per Dio a fermarlo lungo la strada in soccorso dello sconosciuto ferito dai ladri. E con quanta delicatezza si appressa al suo prossimo. “Ne fasciò le piaghe versandovi sopra olio e vino; e, collocatolo sulla propria cavalcatura, lo condusse all’albergo e si prese cura di lui. Il giorno dopo, tratti fuori due denari li diede all’oste e gli disse: Prenditi cura di lui, e quanto spenderai di più te lo pagherò al mio ritorno”.
E’ la stessa attenzione che Maria presta al Signore venuto a farle visita in casa sua. Gli siede ai piedi e sta ad ascoltare la sua parola. E a Marta, la sorella che si lamenta di essere lasciata sola a servire i commensali, Gesù risponde: “Marta, Marta, tu t’affanni e t’inquieti per troppe cose. Eppure una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”.
Ma la cerimonia, così come il rito di cui è riflesso a uso di chi pratica il mondo, è fatta di manifestazioni inesplicabili ad occhio laico tanto quanto i nascondimenti cui non può rinunciare. Per questo, nel Vangelo di San Matteo, il Maestro prescrive: “Quando digiunate, non vogliate imitare gli ipocriti, che prendono un’aria malinconica e sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità i dico che han già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece quando digiuni, ungiti il capo e lavati la faccia, affinché non agli uomini tu appaia come uno che digiuni, ma al Padre tuo, che è nel segreto; ed il Padre tuo, che vede nel segreto, ti darà la ricompensa”.
Non vi è precetto più alto che scandisca il tempo dell’eleganza e della grazia. La sua pratica è un atteggiamento morale che, un passo prima della santità, si chiama sprezzatura. Equilibrio tra rigore e levità che si traduce in rispetto per il soffio divino nascosto anche nella più piccola scaglia di creato. Nasce da questa radice l’amore con cui Maria accetta la morte del Figlio inchiodato alla croce. Dolorosa e gioiosa comprensione del mistero più grande, radicata nell’adesione all’annuncio dell’angelo Gabriele: “Ecco l’ancella del Signore, si faccia di me secondo la tua parola”. Il racconto dell’annunciazione può essere letto come un trattato di buone maniere, un capolavoro della cerimonia che non ha uguali. Non vi si trova una parola fuori posto, non vi è un fremito che tradisca cedimento, non un’ombra di rinuncia: e si sta decidendo il destino dell’universo.
Principio della santità, le buone maniere sono efficace difesa contro le trappole del demonio. Incapace di conoscere i pensieri dell’uomo perché di altra natura, insegna San Giovanni Cassiano nella “VII Conferenza ai monaci”, il principe di questo mondo li può indovinare osservando i movimenti del corpo: “A nessuno viene il dubbio che gli spiriti immondi riescano a conoscere la natura dei nostri pensieri; quegli spiriti però possono arrivare a individuarli fondandosi sugli indizi sensibili che ad essi appaiono dal di fuori, vale a dire dalle nostre disposizioni o dalle nostre parole, e anche dalle tendenze alle quali ci scorgono inclinati con maggiore apprensione”.
Lettura preferita di San Filippo Neri, Cassiano è fonte della Regola di San Benedetto, quella mappa per la santificazione fatta solo di minuziose prescrizioni per il comportamento nella vita quotidiana dei monaci. Giunto agli ultimi due gradini dell’umiltà, Benedetto si sofferma su dettagli incomprensibili al cristianesimo maleducato di oggigiorno: “L’undicesimo gradino dell’umiltà è quello del monaco che, quando parla, lo fa delicatamente e senza ridere, con umiltà e compostezza, e dice poche e assennate parole e non fa chiasso con la voce (…). Il dodicesimo gradino dell’umiltà si ha se il monaco non solo coltiva l’umiltà nel cuore, ma la mostra anche con l’atteggiamento esterno a quelli che lo vedono: cioè nell’ufficio divino, in chiesa, nell’interno del monastero, nell’orto, per via, nei campi, dappertutto insomma, quando siede, cammina o sta in piedi, ha sempre il capo chino e lo sguardo fisso a terra”.
Rispetto alla solidità dei primi gradini, pare quasi che questi ultimi siano esili e persino evanescenti. Ma lo sono soltanto allo sguardo di chi non vi vede la perfezione prendere forma in esistenze capaci di indurre alla conversione con un semplice gesto: un atto di riverenza davanti al Crocifisso, una genuflessione al cospetto del tabernacolo. Manifestazioni di un mondo di cui al laico è possibile ancora percepire fremiti e atmosfere nei salottini d’attesa di certi conventi e certi monasteri o in qualche canonica: luoghi levigati dal tempo dilatato dello spirito, tirati a cera come in altri secoli, i muri lindi e profumati, Crocifisso, ritratto del fondatore e soprammobili al loro posto da sempre. Crisalidi spirituali in cui il sopraggiungere della tal suora e del tal padre sono epifanie di destini avviati alla perfezione.
Fu questo uno dei tratti che conquistò il cardinale Newman alla vocazione per l’Oratorio di San Filippo Neri. In un discorso al Capitolo del 1848 scriveva: “Un Oratoriano possiede la sua stanza e i suoi mobili, i quali, (…) senza essere suntuosi, dovrebbero fare in modo che sia possibile affezionarvisi. Insieme non formano una cella, ma un nido. L’Oratoriano deve essere circondato dalle sue cose, i suoi libri, gli oggetti personali: in una parola deve vivere, per dirla con un tipico termine inglese, nel comfort. (…) La chiesa deve essere bella, le funzioni religiose devono essere condotte con meticolosità e, se possibile, con magnificenza; la musica deve essere attraente (…). Avarizia, povertà, austerità, trascuratezza, rigore sono parole sconosciute in una casa Oratoriana”. E, se deve indicare il modello per un Oratoriano, Newman lo vede nel ritratto di monsignor Clemente Merlini dipinto da Andrea Sacchi: “seduto in una poltroncina con atteggiamento riposato: una mano si allunga sul tavolo, l’occhio è vivace e scintillante, l’espressione allegra”.
Il buon cristiano è tale quando ripugna al mondo per ciò che testimonia e non per come si presenta. Se deve versare il sangue, tra i suoi modelli contempla Tommaso Moro, che il 6 luglio 1535 salì il patibolo portando come ultimo bagaglio la sua santità, le buone maniere e una parola di conforto per il boia: “Amico io sono pronto e voi fatevi coraggio… Vi avverto che ho il collo corto e perciò state attento a colpire giusto per non macchiare la vostra buona fama”.
Alessandro Gnocchi
[Fonte: Il Foglio 1 maggio 2014]

giovedì 1 maggio 2014

Radicati nella Fede: Editoriale di Maggio 2014



Il rito autentico, l'educazione, la conversione.

Editoriale del mese di Maggio 2014


Non c'è nessun fatto puramente esterno a noi che possa garantire il rinnovamento della Chiesa o la rinascita della vita cristiana.

Quando parliamo della crisi della fede nei tempi moderni, quando desideriamo il rifiorire della vita cristiana del nostro popolo, dobbiamo avere ben presente che non è possibile affidarci a nessun automatismo garantito da qualcosa che accade solo fuori di noi: la rinascita partirà sempre dal nostro nascere di nuovo alla grazia di Dio. Sì, è dalla conversione personale che dobbiamo sperare il rifiorire della Chiesa tra noi.

È proprio partendo da un errore di prospettiva che si è pensato di diffondere il cristianesimo a suon di riforme. È stato, crediamo, l'errore degli anni conciliari. Cerchiamo di spiegarci.

C'era bisogno di un rinnovamento della vita cristiana negli anni ’50 e ’60? Certamente sì. C'era bisogno di una maggiore verità nella vita sacerdotale, nei conventi, nelle associazioni laicali, nelle scuole cattoliche, nelle famiglie? Non facciamo fatica ad ammetterlo: un certo formalismo stava mettendo in pericolo la vita di fede... c'era bisogno di una freschezza data dall'autenticità.

Ma il grave errore è stato quello di illudersi di trovare l'autenticità e la freschezza della vita cristiana in tutta una serie di riforme, che hanno radicalmente cambiato, se non stravolto, il volto della Chiesa. E non ne è venuto fuori un rinnovamento, una primavera, ma un lungo autunno che ha portato fino all'inverno della fede, inverno che ha ucciso la vita di grazia nei nostri paesi, nelle nostre terre di antica cristianità.

Ci si è messi a cambiare tutto, a modernizzare la messa e con essa tutti gli altri aspetti della vita cattolica, pensando di fermare così la fuga dalle chiese, con il risultato, ed è sotto gli occhi di tutti, che le chiese hanno terminato di svuotarsi; chi è poi rimasto a frequentarle, non è certamente più autenticamente cattolico degli uomini di un tempo.

Ne è esempio lampante proprio la riforma della Messa: l'hanno cambiata per renderla meno difficile alla gente, per renderla meno pesante. Ne è nato un rinnovamento? No, ma un impoverimento, uno svuotamento ambiguo di contenuto: è come se lo “ scheletrito” nuovo rito della messa non educasse più, lasciando spazio a tutte le nostre piccole e grandi eresie.

La strada da percorrere era un'altra, quella di un appassionato lavoro quotidiano per educare le anime a vivere della messa, comprendendone l'inestimabile valore e l'incommensurabile bellezza. Occorrevano preti intelligentemente appassionati, comunità ferventi, capaci di preghiera, studio e sacrificio; occorrevano anime commosse. Ci si è invece affidati alla via ingannevole di una riforma esterna che facilitasse i riti per i preti e per i fedeli... illudendosi che accomodando le cose esterne le anime si convertissero. E tutto è crollato in uno spaventoso impoverimento: per inseguire i fedeli senza fervore, si è banalizzata la messa riducendola quasi a un rito degno di una religione puramente naturale.

E invece la Chiesa aveva bisogno della santità, e la santità nasce dalla conversione personale.

Il rito non va cambiato, deve cambiare invece il nostro cuore. Il rito deve essere la roccia sicura su cui posare tutta la nostra vita. Per questo siamo tornati alla Tradizione, per questo custodiamo la “Messa di sempre”. Il rito deve custodire la retta fede, la vera preghiera cattolica, deve metterci nella posizione giusta difronte a Dio: solo così la grazia potrà operare la nostra conversione.

Sono i santi, commossi per l'opera di Dio, che rinnovano la Chiesa e la vita cristiana, e non i giochi umani dei cambiamenti continui.

Chi vuole i cambiamenti continui è semplicemente un uomo annoiato; e con gli uomini annoiati in cerca di novità esteriori, fossero anche religiose, non si fa una Chiesa santa.

Il vero movimento liturgico, quello di Gueranger e di Pio X per intenderci, voleva favorire proprio un'autenticità di preghiera nei sacerdoti e nei fedeli. Voleva che le anime immergendosi nella santa liturgia, pregando veramente con la Chiesa, rinascessero ad una vita cristiana più autentica e intelligente. Invece nel movimento liturgico si operò il tradimento, consumato da chi pensava che facilitare equivalesse ad aiutare a pregare: così non fu, ed è sotto gli occhi di tutti il disastro... i cristiani sanno ormai raramente pregare.

Nulla di esterno può sostituirsi alla nostra conversione, al sincero fervore personale, all'autentico amore per Cristo. Ma la nostra conversione, operata dalla grazia, scaturirà dalla preghiera della Chiesa che la Tradizione ci ha consegnato, che è la preghiera di Cristo stesso.

Così è necessario anche per noi che:

1. si torni alla corretta liturgia secondo la tradizione, perché il tesoro della rivelazione pregata non vada perduto;

2. che sacerdoti e fedeli intelligentemente commossi diventino autentici missionari, educatori alla preghiera secondo il cuore della Chiesa. Se non ci fosse anche per noi questo secondo punto, cadremmo nello stesso tragico errore dei riformatori conciliari: credere che basti tornare a qualcosa di esteriore (fosse anche la messa antica) perché la vita rinasca.

Che la Madonna ci aiuti ad essere fedeli al nostro compito.

(Fonte: http://radicatinellafede.blogspot.it/)