martedì 28 maggio 2013

La materia del pane eucaristico: una lacuna legislativa


di Vito Abbruzzi

Nella seconda lettura dell’Ufficio delle letture del sabato fra l’ottava di Pasqua (tratta dalle “Catechesi” di Gerusalemme, n. 22) si esorta il catecumeno in questi termini: «Bene istruito […] e animato da saldissima fede, credi che quanto sembra pane, pane non è, anche se al gusto è tale, ma corpo di Cristo».

Orbene, se, come la Liturgia divinamente insegna, Cristo è “il vero agnello che ha tolto i peccati del mondo” (Prefazio di Pasqua), ci viene da chiedere: ma quale dev’essere, preferibilmente, il tipo di pane che, più degli altri, rappresenta il suo Corpo, col quale Egli, offrendosi sulla croce, “divenne altare, vittima e sacerdote”? Su questo punto il Codice di Diritto Canonico è piuttosto generico, limitandosi a prescrivere che “il pane [eucaristico] dev’essere solo di frumento e confezionato di recente” (can. 924, §2), senza specificare la qualità della farina: se di grano tenero (nella fattispecie quella “00”, da sempre utilizzata) o di grano duro (quella di semola rimacinata, utilizzata in tempi recenti). 

Qualcosa di più sembra dircela l’Ordinamento Generale del Messale Romano, che, al n. 320, così stabilisce: «Il pane per la celebrazione dell’Eucaristia deve essere esclusivamente di frumento, confezionato di recente e azzimo, secondo l’antica tradizione della Chiesa latina». Ma nulla sulla qualità della farina, che, come dianzi dicevo, può variare per tipologia e grado di purezza. Sicché possiamo trovare in commercio ostie da messa di ogni tipo, comprese quelle integrali: diverse o concorrenti con quelle di farina “00”, così confezionate “secondo l’antica tradizione della Chiesa latina”.

Ci si rende subito ben conto di essere di fronte ad una sorta di lacuna legislativa, che nemmeno la Redemptionis Sacramentum – “Istruzione su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia” – tenta di colmare. Infatti, al n. 48 di essa viene ripetuto il principio che “il pane utilizzato nella celebrazione del santo Sacrificio eucaristico deve essere azzimo, esclusivamente di frumento e preparato di recente”. Ricordiamo che stiamo parlando di un documento pubblicato nel 2004, “per disposizione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti d’intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede” (n. 186); documento che, per la sua valenza sanzionatoria, richiede la inderogabile “osservanza da parte di tutti coloro a cui spetta” (ivi). 

Qui non si vuole affatto spaccare il capello in quattro o cercare ad ogni costo il pelo nell’uovo – anche perché non l’uomo è stato fatto per la legge, bensì il contrario (cfr. Mc 2,27) –, ma non possiamo trascurare quanto richiamato dalla suddetta Istruzione al n. 12, secondo cui è “diritto della comunità cattolica che per essa si compia la celebrazione della Santissima Eucaristia in modo tale che appaia come vero sacramento di unità, escludendo completamente ogni genere di difetti e gesti che possano generare divisioni e fazioni nella Chiesa”. E i fedeli, che dovrebbero godere “del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa Messa che sia così come la Chiesa ha [da sempre] voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme” (ivi), si ritrovano sovente a notare delle incongruenze proprio sulla materia del pane eucaristico, che da chiesa a chiesa diverge a motivo della sua composizione. Sicché capita che un parroco prediliga le ostie di farina “00” – quelle così tradizionalmente confezionate – ed un altro quelle di semola rimacinata, come si vuole da quando, interpretando alla lettera la frase del Canone “Prendete e mangiatene: questo è il mio Corpo” (cf. Mt 26,29), ci si comunica sulla mano. Le ostie preparate con farina di grano duro, infatti, risultano essere più spesse e, perciò, più croccanti: più adatte ad essere prese con le dita e, soprattutto, ad essere masticate. Ma i problemi che ne vengono fuori non sono affatto trascurabili, a motivo del colore e del gusto prodotti da questo tipo di farina. Si sa che il pane di semola è alquanto giallognolo e il suo sapore ben diverso da quello del pane bianco, più gradevole. Nel fedele, perciò, che vede e assapora un’ostia ricavata da grano duro può sorgere il sospetto che essa sia vecchia, ravvisandovi un “pericolo di alterazione”; pericolo dal quale mette in guardia il succitato can. 924, §2 del Codice di Diritto Canonico. Una mia alunna, poco tempo fa, ha riferito in classe, durante la mia ora, di essere rimasta alquanto disgustata ricevendo la comunione con questo tipo di ostia, che, non più fragrante, le sapeva di cartone. Idem la sorellina di un altro mio alunno, alla vigilia della sua Prima Comunione, durante le prove generali in chiesa.

I miei alunni dell’Istituto Alberghiero di Castellana Grotte (BA), non hanno dubbi in proposito, dimostrando di essere più preparati e diligenti di tanti soloni cha amano definirsi “liturgisti”. Alla mia domanda: «Se il sacerdote durante la Messa prega con le parole “hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam” – e “hostia” vuol dire “vittima”, intendendo Cristo, “agnello senza difetti e senza macchia” (1Pt 1,19) – qual è la farina più idonea al confezionamento del pane eucaristico?», essi, senza esitazione alcuna, rispondono: «Quella “00”, a motivo del suo candore e, soprattutto, del suo elevato grado di purezza». Infatti, parliamo di una farina ricavata dal fiore del chicco di grano tenero: la parte amilacea, chiamata, appunto, “fioretto”.

Questa è la fede dei semplici, che, guidati dal buon senso e dal buon gusto, se la ridono di tutte quelle innovazioni liturgiche, al limite dell’essere veri e propri “abusi”; abusi che “non di rado si radicano in un falso concetto di libertà” (Redemptionis Sacramentum, n. 7) e che “trovano […] molto spesso fondamento nell’ignoranza, giacché per lo più si rigetta ciò di cui non si coglie il senso più profondo, né si conosce l’antichità” (ivi, n. 9).

venerdì 17 maggio 2013

Liturgia, la sovrastruttura è bellezza


di don Nicola Bux

Cosa vuol dire vivere il rapporto con la liturgia e con la fede con semplicità e senza sovrastrutture? 
Cominciamo con la struttura: la fede ha una struttura come la liturgia, in quanto c'è un rapporto tra le due (lex orandi-lex credendi). Per esempio, nella Messa ci sono le litanie (preghiere di invocazione), dal greco liti, processione; preghiere che si fanno procedendo da un luogo di culto ad un altro o all'interno del medesimo; si pensi alle stationes descritte da Egeria a Gerusalemme. Oppure al movimento dei neofiti dal battistero, all'esterno della Chiesa, dopo il battesimo, verso l'interno della Chiesa, per partecipare all'Eucaristia. Questo movimento processionale esprimeva l'idea del pellegrinaggio del popolo cristiano verso l'eternità. 

Dunque, le litanie (chiamate ectenie, dal greco: supplica) sono sequenze di invocazioni a Dio per varie necessità di carattere universale (per i vivi e i defunti, la Chiesa e il mondo...). Esaminando l'unità liturgica della litania possiamo risalire alla sua origine storica. Quando, per esempio, il diacono dice:... "preghiamo", poi  "inginocchiamoci" e tutti pregano in silenzio, poi "tutti in piedi"... e il sacerdote raccoglie le intenzioni in una colletta, dopo che tutti hanno pregato individualmente... abbiamo la forma primitiva della litania; ancora oggi noi abbiamo le preghiere-collette all'inizio della Messa. Col tempo, questa forma si è sviluppata in un novero di intenzioni, di invocazioni, alle quali si aggiungono le risposte del popolo. Nella Messa di rito bizantino se ne contano almeno quattro, mentre nella Messa latina è costituita essenzialmente dalla oratio fidelium o preghiera universale. Oggi è presente nella forma ordinaria del rito romano, ma era rimasta nella forma più solenne il Venerdì Santo, attestando così ulteriormente la sua antichità. 

La litania o preghiera universale, che accompagnava il movimento processionale, non ha condiviso la sorte del resto del rito a cui apparteneva con la messa, ma ha seguito un suo percorso e questo fenomeno, gli studiosi lo chiamano "fenomeno strutturale". Cioè, la struttura della liturgia non è rigida, non lasciando spazio alle singole unità di modularsi o adattarsi alle situazioni storiche. Per esempio, la recita del Credo non avviene sempre: come mai? Ci sono senz'altro ragioni storiche, ma anche il Credo è una 'unità liturgica' che si è ricavata uno spazio e si comporta in maniera relativamente autonoma dal resto. La struttura in definitiva è il rito e la sovrastruttura il suo splendore.

Il discorso sulla struttura porta a comprendere che l'uomo ha bisogno di riti (nascita, sposalizio, funerali, apoteosi...), che servono ad eternare l'oggi. Ma con Cristo, l'eterno è disceso nel tempo, il sacro nel profano, consacrando quanti l'hanno accolto e aiutandoli ad ascendere con lui in alto - di discesa e ascesa è fatta la liturgia - ponendo il criterio di distinzione tra sacro e profano: nel Nuovo Testamento (1 Cor 11) la distinzione è stata sancita da Paolo quando ha separato dalla celebrazione eucaristica il pasto o agape da fare a casa.

Venendo alla sovra-struttura della liturgia dobbiamo parlare della Bellezza: il Catechismo della Chiesa Cattolica (no.1157) indica tre criteri: la bellezza espressiva della preghiera, l'unanime partecipazione dell'assemblea nei momenti previsti, il carattere solenne della celebrazione, al fine di rendere gloria a Dio e favorire la santificazione dei fedeli. Benedetto XVI ha insegnato che la liturgia è strettamente legata alla bellezza, come sperimentata da Pietro, Giacomo e Giovanni alla Trasfigurazione del Signore: "com'è bello stare qui...". La sovra-struttura non è stata abolita, perché la Costituzione Sacrosanctum Concilium al no. 34 parla di 'nobile semplicità': sembra un ossimoro, la nobiltà non è un di più della semplicità, una sovrastruttura da abolire appunto perché rifulga la semplicità? Ecco come la interpreta l'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis al no. 41: è necessario che "in tutto ciò che riguarda l'Eucaristia vi sia gusto per la bellezza. Rispetto e cura dei paramenti, arredi, vasi sacri, affinché collegati in modo organico e ordinato fra loro, alimentino lo stupore per il mistero di Dio, manifestino l'unità della fede e rafforzino la devozione"; potremmo commentarlo con un passaggio della sequenza Lauda Sion: Quantum potes tantum aude: quia maior omni laude, nec laudare sufficit.

A questo punto si può affermare che il sacro si fa presente in una bellezza 'normativa' (rito = ordo) a cui bisogna prestare servizio; cioè i ministri possono solo amministrarla, servirla, non fare da padroni, a tutto vantaggio della cattolicità del culto; qui l'ordo del rito diventa ethos. Giustamente la liturgia è basata sul dogma e non su opinioni teologiche: cosa garantita dall'ordo. 

Questa sovra-struttura, per dir così, la 'nobile semplicità' della liturgia, si può eliminare in nome dell'adattamento? O piuttosto vivere il rapporto con la liturgia e con la fede con semplicità e senza sovrastrutture, significa eliminare nel rito, nella musica e nell'arte, il profano e il desacralizzante, perché favoriscono il disordine, lo spontaneismo, la creatività e persino l'immoralità? 

Proprio san Francesco raccomanda il massimo rispetto del Sacramento e che i calici, i corporali, gli ornamenti dell'altare e tutto ciò che serve al sacrificio, debbano averli di materia preziosa (cfr Fonti Francescane, Prima lettera ai custodi, 241,3); prescrive che il Santissimo Sacramento sia posto e custodito in luogo prezioso (4) e quelli che non lo faranno dovranno rendere ragione davanti al Signore nel giorno del giudizio (Lettera a tutti i chierici, 14).

Se, come ha affermato Benedetto XVI, nella liturgia assistiamo a deformazioni al limite del sopportabile, bisogna ammettere che ciò è divenuto possibile perché, dopo il Concilio Vaticano II, siamo passati da una liturgia di ferro ad una liturgia di caucciù (cfr. Civiltà Cattolica, Editoriale 20.12.2003).

mercoledì 15 maggio 2013

19 maggio: Tutti alla Madonna del Poggetto di Ferrara!



"La pietà popolare è una strada che porta all’essenziale se è vissuta nella Chiesa in profonda comunione con i vostri Pastori. [...] Quando voi andate ai santuari, quando portate la famiglia, i vostri figli, voi state facendo proprio un’azione di evangelizzazione. Bisogna andare avanti così! Siate anche voi veri evangelizzatori! Le vostre iniziative siano dei 'ponti', delle vie per portare a Cristo, per camminare con Lui."
(Papa Francesco, 5 maggio 2013)

Come non pensare a queste belle parole del Santo Padre, in occasione della recente Giornata delle confraternite e della pietà popolare, considerando l'iniziativa promossa per la domenica di Pentecoste dai fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano dell'Emilia-Romagna che organizzano un pellegrinaggio al santuario della Madonna del Poggetto di Ferrara?! In questo mese di Maria, non possiamo che dare spazio a questa belle iniziativa che testimonia il vigore del popolo Summorum Pontificum italiano.


RINGRAZIARE MARIA SANTISSIMA E PARTECIPARE ALLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
Intervista a Marco Sgroi, coordinatore regionale per l'Emilia-Romagna del Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum

Madonna del Poggetto
1) Questa domenica di Pentecoste, 19 maggio, si svolgerà il primo pellegrinaggio mariano dei gruppi Summorum Pontificum dell'Emilia-Romagna: com'è nata una tale iniziativa?
Marco Sgroi: Come ogni pellegrinaggio, anche il nostro nasce in primo luogo da un'esigenza spirituale: ringraziare Maria Santissima per tutte le grazie che ci ha concesso in questi cinque anni di applicazione del Summorum Pontificum in Emilia Romagna, e supplicarla di continuare ad assisterci perché il nostro percorso spirituale e liturgico possa progredire sempre più. Tutto questo mentre si prepara il nuovo pellegrinaggio internazionale del popolo Summorum Pontificum (anche il nostro pellegrinaggio si chiama così), e mentre i Coetus Fidelium della nostra regione che aderiscono al Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum si sforzano di incrementare la loro collaborazione per risolvere i problemi che ancora ci affliggono, e per intensificare l'opera di apostolato liturgico che ci siamo proposti di compiere nelle nostre comunità diocesane e parrocchiali. Si può ben capire, dunque, perchè avvertiamo la necessità così viva dell'aiuto della Beata Vergine!
La nostra, poi, non dovrebbe essere un'iniziativa isolata, perché, se la Provvidenza vorrà, nelle prossime settimane anche in altre regioni gli aderenti al Coordinamento Nazionale proporranno analoghi pellegrinaggi regionali.

2) Il pellegrinaggio si svolgerà presso il santuario della BVM del Poggetto di Ferrara, perchè una tale scelta?
Marco Sgroi: Vi sono molte ragioni. Innanzi tutto, ragioni di ordine spirituale: il santuario del Poggetto è molto caro ai cattolici ferraresi, e ci è parso giusto unirci al Coetus di Ferrara in questa devozione mariana così sentita. Questo particolare legame con Maria Santissima degli amici Ferraresi, d'altra parte, ci consente anche di rendere loro il merito che si sono guadagnati con il dinamismo e la molteplicità delle iniziative che hanno realizzato negli ultimi anni, dando particolare concretezza a quell'opera di apostolato liturgico di cui parlavo prima. Infine, abbiamo voluto unirci agli amici ferraresi anche nel filiale affetto per il loro nuovo Arcivescovo, mons. Luigi Negri, il cui limpido magistero è così importante anche per la cultura liturgica, che nelle nostre chiese non trova sempre l'attenzione che merita, e per la pacificazione liturgica delle nostre comunità - tema che in Italia non è così sentito come altrove (non devo certo ricordarlo a Paix Liturgique), ma che, invece, dovrebbe essere approfondito anche da noi.
Mons. Negri, poi, ci ha fatto un regalo veramente eccezionale: pur con tutti gli impegni di un Arcivescovo nel giorno di Pentecoste, è riuscito a trovare il tempo per venire anche al Santuario del Poggetto. La Sua presenza ci onora in modo particolare. Infine, non voglio dimenticare don Luca Martini, il giovane parroco che è anche rettore del Santuario e che celebrerà la Santa Messa: è un esempio dei tanti sacerdoti dell'ultima generazione che trovano nella liturgia antica alimento per la loro missione, dimostrando con i fatti la perenne giovinezza della millenaria tradizione liturgica della Chiesa.

3) Qual è il programma preciso della giornata?
Marco Sgroi: Il programma è molto semplice. Ci troveremo alle 10,30 al santuario, e alle 11,00 terremo una breve processione, accompagnata dai canti della tradizione, alla quale farà seguito la Santa Messa solenne in terzo, cantata da don Martini. Il canto sarà sostenuto dal Coro San Gregorio Magno di Ferrara, guidato dal Maestro Antonio Rolfini: ma si tratta di un pellegrinaggio del popolo Summorum Pontificum, per cui la Schola sarà costituita da tutti i pellegrini! Infine, accoglieremo Mons. Negri (non so con precisione in che momento potrà raggiungerci, poiché, come ho detto, la Sua giornata è carica di impegni: ma non ha voluto mancare), che ci impartirà la Sua benedizione e ci dirà attese parole, che, sono certo, ci saranno di forte incoraggiamento. Poi, chi vorrà potrà consumare un pasto festoso secondo gli usi della campagna ferrarese, presso le strutture del Santuario.

4) Qual è la situazione dei gruppi Summorum Pontificum della vostra regione? C'è ancora una domanda per la liturgia tradizionale o il desiderio dei fedeli è ormai soddisfatto?
Marco Sgroi: La domanda richiede una risposta un po' articolata. Intanto, devo premettere che il nostro coordinamento non riunisce tutti i Coetus Fidelium della regione, ma solo quelli (sono la maggior parte) che hanno aderito al Coordinamento Nazionale condividendo il programma di collaborazione e consultazione reciproche che esso si è dato. Conosciamo però abbastanza bene la situazione di tutta la regione, e devo dire che essa è analoga a quella di molte altre realtà, con luci (tante, grazie al Cielo) e ombre (meno, ma ci sono). Così, nella mia diocesi, Piacenza-Bobbio, abbiamo due Messe, una settimanale, l'altra mensile, e i due Coetus sono perfettamente inseriti sia nella comunità diocesana, sia in quella parrocchiale di riferimento; ma il Coetus di Parma, pur essendo molto attivo, trova una forte difficoltà a mantenere la celebrazione settimanale, poiché l'anziano sacerdote che vi era stato addetto si è ritirato e non è stato ancora sostituito.
A Modena - il cui gruppo non fa parte del Coordinamento - la S. Messa è celebrata settimanalmente presso la Parrocchia dello Spirito Santo dal parroco; ma a Reggio Emilia la Messa è solo mensile, ed a Correggio addirittura occasionale. A Bologna vi sono diverse celebrazioni, a Rimini è attivo da anni il Cenacolo della Santissima Trinità, che non fa parte del Coordinamento, ed è un'associazione religiosa riconosciuta dalla Diocesi, e così via.
Quanto a Ferrara, dove terremo il pellegrinaggio, è quasi superfluo dire che la Santa Messa vi è ben radicata: la celebrazione è settimanale, ed è stata introdotta su iniziativa dell'Arcivescovo, Mons. Rabitti.
Al di là delle situazioni particolari e delle criticità specifiche, poi, tutti i gruppi conoscono i problemi tipici dei Coetus Fidelium (il Coordinamento è nato proprio per unire le forze e favorirne la soluzione): mancanza di sacerdoti disponibili, necessità di formazione liturgica, difficoltà pratiche di ogni genere (pensiamo, per esempio, alla formazione dei ministranti)... Per cui è davvero difficile dire se la domanda dei fedeli per la liturgia tradizionale sia completamente soddisfatta. Dirò di più: a mio parere, c'è addirittura una domanda ancora inespressa, c'e una sensibilità tradizionale (se vogliamo chiamarla così) che deve ancora manifestarsi. Ci sono ancora molti fedeli per il cui nutrimento spirituale la liturgia tradizionale - che è una ricchezza per tutta la Chiesa - sarebbe particolarmente adatta, ma che, semplicemente, non la conoscono e non hanno occasione di conoscerla. Al fondo di tutto ciò, temo, si colloca un'incultura religiosa sempre più diffusa, che, purtroppo, va oltre la sola questione liturgica (il discorso richiederebbe molto tempo, e una competenza ben maggiore della mia!). Per questo, iniziative come un pellegrinaggio, come la celebrazione della S. Messa tradizionale in un santuario mariano, sono importanti non solo per noi, e non solo per la questione liturgica, ma per tutti, specie in questi tempi di nuova evangelizzazione: alla quale, come diciamo sin dal pellegrinaggio "Una cum Papa nostro" dello scorso novembre, il popolo del Summorum Pontificum cerca di concorrere con la perenne freschezza della liturgia tradizionale

mercoledì 8 maggio 2013

I Diritti di Dio, la liturgia dopo il Vaticano II



Recensione dell'Avv. M° Giannicola D'Amico

“Il concetto di ius liturgicum è tutto legato al fatto, ieri come oggi, che la Chiesa ha concepito la liturgia sempre come il suo culto pubblico ufficiale e pertanto lo ha regolato. Ma questo concetto al presente è oscurato perché si intende la liturgia come culto della comunità locale o di una Chiesa particolare. Smarrire la distinzione tra il diritto liturgico fondamentale, cioè di istituzione divina, consuetudine e diritto liturgico positivo può aver portato in passato agli eccessi del rubricismo e oggi significa lo squilibrio che porta all’inosservanza e agli abusi. Ciò non accadrebbe se si tenesse ferma la questione fondamentale costituita dalla natura del fatto liturgico – l’azione di Cristo unita al suo corpo che è la Chiesa – che implica la giuridicità”
In questo significativo passaggio possiamo condensare il motivo indagatore che ha spinto un giovane canonista, il barese Daniele Nigro, a collazionare un agile, quanto prezioso volumetto, venuto in luce nel 2012 per i tipi di Sugarco edizioni, “I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II” (p. 135 - € 15,00), breve ma sapido excursus in tema di inosservanza del diritto liturgico, fra rubricismo d’un tempo e attuale, generalizzata trascuratezza degli uomini di Chiesa e dei cosiddetti operatori liturgici nei confronti dello jus divinum nell’epoca successiva al Concilio Ecumenico Vaticano II, ovvero gli ultimi cinquant’anni.
Problema sentito da tempo, ormai, se Civiltà Cattolica nel quarantennale della Sacrosanctum Concilium, stigmatizzando che la riforma conciliare fosse stata male implementata, sosteneva in un famoso editoriale del 20.12.2003, che si era passati “da una liturgia di ferro ad una liturgia di caucciù”.
Nella odierna ricorrenza giubilare del Concilio, infatti, il tema è quanto mai attuale ed altamente sensibile, soprattutto dopo i magistrali contributi di Joseph Ratzinger prima, quale studioso attento e custode dell’ortodossia per lunghi decenni, dal privilegiato osservatorio della Congregazione per la Dottrina della Fede, e di  Benedetto XVI dopo, quale pontefice, egli stesso esempio altissimo di liturgo, nonché legislatore accorto, soprattutto con il Motu Proprio Summorum Pontificum e l’Esortazione Ap. Sacramentum Caritatis.
Il tema è  parimenti da sviscerare ed esaminare alla luce delle antiche e mai sorpassate dottrine come in ragione delle nuove acquisizioni di studio, soprattutto nelle sue implicazioni fra diritto e teologia che da sempre hanno regolamentato la materia liturgica.
Proprio negli ultimi decenni tali implicazioni – osserva l’Autore - sembrano pretermesse e tenute a debita distanza proprio da chi si occupa di questi aspetti del culto, quasi si trattasse di una spiacevole eredità da liquidare, quando invece ci si gioverebbe dal rivalutare proprio un rapporto ontologico la cui solidità e vigore contribuisce a chiarificare e a sostentare il culto pubblico della Chiesa.

Aperto da una pregevole prefazione del card. Raymond L. Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, canonista ed esperto di fama mondiale circa queste problematiche, il testo, in sei capitoli, parte da un conciso riassunto dei prodromi che, fra il Concilio tridentino e il Vaticano II, hanno segnato la storia della liturgia romana, per esaminare la natura del nuovo diritto liturgico promanante dalla Cost. Sacrosanctum Concilium, e poi addentrarsi nelle circostanze inerenti l’odierno status quaestionis che ha generato abusi e “deformazioni al limite del sopportabile”, per suggerire infine alcune soluzioni, anche rubricali e normative, che traggono gli auspici dalla ricca bibliografia posta a base dello studio: da Gamber a Mosebach, da Ratzinger a Del Pozzo, da Gherardini a McManus, senza tralasciare ovviamente il Magistero della Chiesa in materia (prima, durante e dopo il Vaticano II).
Chiarificando con nettezza che da una certa epoca in avanti si è pensato ad una liturgia come sede elettiva di una creatività la quale ha portato a malintesi anche gravi circa la stessa natura del culto, male interpretando, con sperimentalismi a volte incongrui ed incauti, i concetti di “adattamento” e “inculturazione” presenti nella normativa del Concilio Vaticano II (la “liturgia di caucciù” delineata dai gesuiti di Civiltà Cattolica), l’Autore dice con chiarezza che la riforma conciliare in campo liturgico è rimasta sostanzialmente inattuata.
Essa attende di essere adempiuta secondo le esigenze del diritto divino, ovvero secondo la corretta preminenza dei diritti spettanti al Signore, cioè “il diritto di Dio a ricevere il culto dell’uomo nel modo che Egli comanda”, non certo a discapito dei diritti spettanti ai fedeli, poiché la santificazione del popolo viene da Dio stesso, ma nell’armonizzazione dell’ordine naturale delle cose.

Il libro, oltre ad essere un importante contributo scientifico per chi si occupa ex professo di liturgia, è un monito, garbato ma fermo, affinché ci si adoperi tutti, laici e consacrati, perché, recuperata la bellezza “normativa” del Culto, se ne ripristini la verità e la santità - troppo spesso ottenebrate dal signoraggio sui riti da parte dei vari ministri, immemori del loro ruolo di semplici “servitori” - a tutto vantaggio della sua universalità, ovvero della sua cattolicità.